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Alborosie: Pazzo per la musica reggae

“Sound The System” è il suo ottavo album da solista, un nuovo “figlio” come lo stesso Alborosie lo definisce. Con questo nuovo disco si è messo, come sempre, in gioco e ha voluto regalare qualcosa di diverso, con uno stile più vintage, impegnandosi molto sui testi proprio per realizzare qualcosa di unico e speciale. Ho avuto il piacere di sentire Alborosie, su skype perché attualmente si trova in Giamaica, sua seconda casa. Devo dire che è stata un’intervista breve ma intensa, e soprattutto piacevole perché Alborosie è stato molto schietto e coinciso, e anche molto simpatico.

Lo scorso 4 luglio è uscito il tuo album “Sound The System”. Come nasce l’idea di quest’ultimo album e cosa rappresenta per te?
È un ennesimo album di Alborosie nel senso che è un nuovo figlio con caratteristiche diverse. È frutto di otto mesi di lavoro. Sai, io lavoro più o meno da solo in studio, essendo musicista, produttore, ingegnere del suono. Per l’80% faccio tutto io.. e per questo che poi le cose sono quello che sono! (ride). Alla fine l’artista è sempre quello, no? Ti cambi la maglietta, ti cambi i pantaloni, ti cambi la macchina. Però alla fine sei sempre tu. Devi cercare di metterti in gioco e di fare qualcosa di diverso pur essendo sempre tu, quindi non è neanche facile. È un disco molto bello, a me piace molto. Forse è uno dei dischi più belli che ho fatto ed è un po’vintage, con queste sonorità un pochino anni ’80. I testi sono sempre i miei testi, quindi impegnati perché io non faccio musica “usa e getta”, la mia musica deve servire anche a cambiare qualcosa nel quotidiano delle persone sennò non ha senso farla. Questo è “Sound The System”.

Cosa c’è di diverso e di speciale nel sound insito in queste 16 tracce?
C’è più una ricerca di sonorità che ormai non si trovano più così facilmente. Sono alla ricerca un po’di questi strumenti anni ’60. Io colleziono vintage e ho utilizzato tutta questa strumentazione nell’ultimo disco.

Com’è nata l’idea di condividere alcune delle tue canzoni con gli altri artisti? Chi senti più vicino alla tua sonorità?
Da artista mettersi in gioco e collaborare con i colleghi è sempre bello ed è importante. Ti motiva ad andare avanti. Nel caso di “Sound The System” abbiamo la collaborazione con Nina Zilli che è un’amica da anni e anni, da quando ero in Italia con i Reggae National Tickets, quindi era doveroso fare un pezzo con lei. Poi c’è Ky-Mani Marley, anche lui è un amico, ho fatto molti pezzi con lui. Io sono fedele alla linea, sono uno di quelli che quando una cosa funziona: non la cambiare! (ride). Poi abbiamo The Abyssinians, un gruppo storico che io stimo molto e forse è uno dei miei gruppi preferiti della musica reggae. Per me è stato un onore fare un pezzo con loro da fan! Poi ho dato spazio a questo giovane giamaicano, Nature, molto bravo e con una voce molto bella perché io credo nel talento. Non necessariamente bisogna essere degli artisti affermati, con i miliardi per fare un pezzo insieme. Si può valorizzare il talento e ci sono artisti emergenti molto bravi che sono gli artisti del futuro. Capisco il percorso di un artista e per questo cerco sempre di valorizzarlo. Non importa chi sei o dove sei arrivato nella vita.

Come ti sei trovato a duettare con Nina Zilli? C’è affinità musicale tra di voi?

La Nina è un personaggio particolarissimo. Molto bella come donna, molto sofisticata e allo stesso tempo molto semplice. È di una semplicità sofisticata! Lavorare con lei è stato indolore. Io da produttore ho lavorato con migliaia di artisti e ci sono donne con cui lavorarci insieme è difficile perché la donna ha un carattere particolare, devi saperla trattare. Nina è stata indolore, c’era questo rapporto da “brothers”, quindi è stato molto facile.

Com’è andato il tour europeo?

È andato molto bene, io faccio sempre festival tranne che in Italia, perché sai che in Italia non abbiamo festival, e questa è una cosa molto triste. Quest’anno ho avuto la piacevole-spiacevole sorpresa di essere più o meno headliner ovunque andavo. Piacevole perché vuol dire che stai funzionando, e spiacevole perché quando sei headliner devi suonare quasi due ore in questi mega festival davanti a 70 mila persone e diventa abbastanza complicato tenere 70 mila persone su per quasi due ore. Io sono un pigro di natura: a me piacciono i concerti corti che spacchi, più che quelli lunghi e noiosi. Abbiamo fatto 36 date con grande successo. Siamo passati anche dall’Italia. La nostra presenza in Italia non ha riscontrato cali, quindi stiamo andando bene.

Adesso sei pronto per quello in Sud America?

Io non sono mai “pronto”, perché un tour è un viaggio. Quando fai un viaggio non sei mai pronto, e non sai quello che ti aspetta. Io incrocio le dita e spero al meglio!
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Sei un artista di grande fama nel reggae mondiale. Suppongo che non sia stato facile emergere come cantante reggae in un posto nel mondo che non sia la tua patria natale e conquistarlo con la tua musicalità. Come ti fa sentire questa consapevolezza? Qual è secondo te il termine adatto per definirti?

Il termine più adatto per definirmi “Sono un pazzo”. Per mettere in piedi tutto questo casino bisogna essere un pochino anche pazzi. Noi italiani siamo molto legati alla famiglia, stiamo a casa con la mamma, non ci spostiamo più di tanto. Io ho sempre avuto questo spirito un pochino più inglese… che prendi e vai. Qui, in Giamaica, mi conoscono più o meno tutti, e io conosco tutti. Non lavoro tanto in Giamaica per una scelta personale perché voglio che la Giamaica sia la mia casa e non il mio posto di lavoro, perché è un’isola molto piccola poi alla fine. Non voglio una situazione dove devo andare a fare interviste, televisione, perché come mia scelta di vita mi piace stare qui e stare molto easy. Nonostante i miei successi internazionali poi si riflettono anche in Giamaica, perché comunque se ne parla. Diciamo che prima mi promuovevo un po’ di più, adesso se tu vieni qui non vedi proprio tanto Alborosie in giro. La Giamaica è un Paese anche abbastanza corrotto: per andare in radio devi pagare sempre. Io sinceramente non ho mai iniziato, la corruzione non mi piace, l’ho sempre odiata.

Oramai sei un italiano naturalizzato giamaicano. A quale delle due nazionalità ti sei più vicino?
A nessuna delle due. Tutte e due mi completano ma nessuna delle due mi “fa”. Sono un cittadino del mondo.

Con la tua canzone “Play fool” (to catch wise) lanci un messaggio alle persone esortandole ad aprire la mente e prendere il controllo della propria vita. Pensi che la tua musica possa avere un ruolo sociale anche in Italia?
Si, il problema è che il sociale italiano in questo momento è un po’ spaccato, e la mia musica non può fare miracoli. Come la musica di nessuno. Io sono convinto che Bob Marley, ad esempio, fece miracoli con la sua musica ma perché era un momento dove la gente aveva bisogno di un miracolo. In questo momento la gente è un pochino ipocrita ed è un momento un po’ così.. “usa e getta”. Il mondo è ciclico: si arriva sempre al punto di distruzione e poi alla fine si ritorna sempre a quello che è vero, a quello che ci serve veramente. Per ora siamo ancora in una fase transitoria. Presto avremo bisogno di un miracolo, e forse chi può fare un miracolo lo farà.

C’è una tua performance in particolare che ricordi con piacere?
Ho fatto talmente tanto cose che non mi ricordo di una in particolare. Mmm..una in particolare no, direi tutte, le porto nel cuore. Ma, ad esempio, posso dirtene una simpatica. Il concerto più brutto che ho fatto in vita mia è stato in Olanda, nella giornata più calda d’estate dove c’erano 50 gradi sotto un tendone. Come puoi immaginare, con le luci da palco e sotto un tendone avevo l’ambulanza che stava aspettando che collassassi da un momento all’altro (ride, ndr). È stato terribile. Ho fatto un’ora di concerto pensando che sarei collassato da un momento all’altro, quindi è stato senz’altro un concerto molto sofferto!

Cosa ci dici invece della tua collaborazione passata con Caparezza? Ci è rimasto molto impresso il brano “Legalize The Premier” in cui avete duettato insieme.
Caparezza è un mio caro amico, il manager di Caparezza è il mio ex manager, Claudio Ongaro. Era d’obbligo collaborare con lui. Poi tra artisti ci si conosce, ci si stima. Io stimo tutti gli artisti del mondo. Anche quelli che non hanno ancora iniziato e che non sanno di essere artisti perché comprendo il percorso, le difficoltà dell’artista. Sono veramente legato al “journey”, al tragitto. Ho una stima nei confronti dell’arte molto profonda. Caparezza è un mio carissimo amico da tanto tempo, dai tempi di Mikimix su Tele Monte Carlo 2 (ride,ndr). Fare dei pezzi insieme è venuto abbastanza spontaneo.

Hai già qualche idea sul prossimo disco?

Ancora no. Sto facendo un disco dub insieme a un produttore leggendario giamaicano, King James. Dopo “Sound The System” ho fatto “Dub the System” che è la versione dub del disco. Io mi faccio i miei dischi dub, sono più o meno una sorta di terapia. Quando non ho niente da fare vado in studio, apro un ritmo e faccio la versione dub. È una musica che non va da nessuna parte. È una musica estremamente alternativa, non commerciale e che faccio semplicemente per amore.

Facciamo tanti auguri ad Alborosie, tra l’altro da poco è nato suo figlio. E come lo stesso Puppa Albo avrebbe detto scherzando, ma contentissimo a 360 gradi, a fine intervista “Si, sto invecchiando anche io! Sono papa’!

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