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Alec Empire: Spirito nel guscio

Alec Empire, pronto a dare alle stampe “Futurist”, cala in quel di Milano portando con sé uno scampolo di clima berlinese: una fitta nevicata e un vento quantomai intenso flagellano infatti la città come raramente è accaduto negli ultimi tempi. Le avverse condizioni meteorologiche non costituiscono tuttavia un grosso ostacolo per me e Daniele, entrambi ansiosi di incontrare un musicista così influente e carismatico. È grande la sorpresa quando abbiamo modo di constatarne la grande tranquillità, simpatia e disponibilità, caratteristiche senza dubbio lontane dall’immagine da punk-rocker postmoderno perennemente incazzato con il mondo che emerge dai suoi lavori. Così, dopo un’informale scambio di battute durante il quale Alec ci confessa di essere straight-edge (!) e di avere una smodata passione per il cioccolato, l’intervista può avere inizio.

Allora Alec, innanzitutto ti volevo dire che apprezzo molto i tuoi lavori, e anche che ho trovato l’ultimo album molto intenso, organico, compatto e ispirato…
Ma…? (risate generali)

No, non c’è nessun ma! Ti volevo semplicemente chiedere cos’è cambiato nella tua vita da quando è uscito “Intelligence & Sacrifice”.

Bé, sono cambiate davvero tante cose. Quando è uscito il disco ho attraversato un periodo molto oscuro della mia vita, con la morte di Carl Crack e le pressioni dei tour, e ho fatto un uso massiccio di medicinali. Ad un certo punto mi sono trovato incredibilmente annoiato e stufo, e niente sembrava avere importanza per me. È facile combattere con le persone che ti stanno attorno, ma la vera difficoltà sta nel combattere se stessi, nell’affrontare i propri demoni: è proprio questo ciò che ho fatto.
In seguito, grazie anche al fatto di essermi trovato in tour con nuovi musicisti, ho visto che mi si aprivano molte porte e mi si schiudevano svariate possibilità. Ho capito che potevo fare grossomodo ciò che volevo, e avevo grosse necessità di cambiamento. Così sono tornato alle radici e ho ripreso a suonare la chitarra, che è in assoluto il primo strumento che ho utilizzato per fare musica. Ho cercato, con quest’ultimo album, di confondere i confini, di fare in modo che l’ascoltatore si chieda: ma questo sarà un riff di chitarra o un suono elettronico?

Effettivamente è proprio così! È stato difficile ottenere la commistione organica di suoni live e suoni elettronici che caratterizza “Futurist”?
Mah, non so, non ho mai visto la cosa in questi termini. È stato tutto molto naturale e io ho avuto un approccio molto diverso rispetto al passato: quando lavoravo agli Atari Teenage Riot, ad esempio, solitamente me ne stavo in studio con la chitarra alle mie spalle, e la imbracciavo solo quando mi serviva. Pensavo “Mmh, qui mi ci vuole un riff metal”, così me lo suonavo, lo registravo, lo modificavo e lo mandavo in loop. Non che questo fosse sbagliato, anzi, era nella natura di un progetto pensato essenzialmente come un collage. Però questo non ha certo contribuito a farmi progredire come chitarrista, considerando anche che avevo smesso di suonare seriamente la chitarra verso i 18/19 anni. Per quanto riguarda “Intelligence & Sacrifice”, invece, a causa del concept sulla conflittualità interiore che caratterizzava il lavoro, decisi di dare spazio a vari frangenti abbastanza estremi e rumorosi, fornendo così la controparte ideale dei temi trattati; nel caso di Futurist, invece, considerando la natura dei testi che avevo già scritto, ho optato per questa amalgama sonora e questo approccio molto live. Molti pezzi sono stati addirittura registrati “buoni alla prima”.

Qual è stato il ruolo di Nic Endo in quest’ultimo lavoro? Che peso ha avuto?
Ha avuto un ruolo fondamentale, come nel caso di “Intelligence & Sacrifice”. Direi che ha contribuito per il 40% al risultato finale: per farti un esempio, io non ho fatto nulla per quanto riguarda l’aspetto elettronico del disco, ha pensato a tutto lei. Lavorare con lei per me è sempre soddisfacente. Mi è capitato di suonare con produttori che tendono a imporre i propri ritmi di lavoro, e molto spesso questo porta a un risultato finale un po’ piattino, che non trasmette l’energia che la band sarebbe in grado di sprigionare in altri contesti. Ma tra me e Nic Endo ormai c’ è un’intesa invidiabile, e così è facile dare il massimo. Oltre a questo, si è anche occupata personalmente dell’artwork e di altre questioni accessorie.

Pensi di tornare presto all’elettronica pura o continuerai a concentrarti su uno stile più guitar-oriented?
Mah, penso che il mio prossimo album sarà tutto acustico… non so, con un po di sax, magari qualche cover dei Beatles… ha ha ha!
[PAGEBREAK] Sì, certo! Quindi non pensi che l’elettronica costituirà un capitolo chiuso per te?
…Mmmmm…(cercando di deglutire un enorme boccone di torta, ndr)… credo che non ci sia altro da aggiungere! No, bé, seriamente, penso proprio di no. Ho già fatto tante cose, ho sempre sperimentato e continuerò a farlo… That’s what I do!

Volevo chiederti qualcosa a proposito delle collaborazioni con Justin Broadrick e Kevin Martin (Techno Animal, ndr) per i The Curse Of The Golden Vampire e con El-P. Come vi siete incontrati?
Bé, nel caso dei Techno Animal, sono stati loro a contattarmi. Mi hanno raccontato di aver comprato in un negozio di dischi usati la compilation “Harder Than The Rest”, con quella strana copertina, e hanno pensato “This is so fucked up!“. Poi ci siamo trovati a fare un tour assieme, ed è così che siamo entrati in contatto. A loro piaceva la mia musica e a me la loro, così nei giorni di pausa siamo entrati in studio e abbiamo iniziato a lavorare a The Curse Of The Golden Vampire.

Sei ancora in contatto con loro?
No, a dire il vero no. Una delle cause è stata sicuramente il fatto che loro volevano far uscire un disco per la DHR intorno al 1999, ma ci hanno chiesto una quantità assurda di denaro. Noi non siamo una major e abbiamo declinato, così il discorso è caduto. Io ho realizzato praticamente tutti i beats e la maggior parte dei suoni del primo album, ed era un progetto nostro. Effettivamente è stato strano quando hanno fatto uscire per la Ipecac una seconda parte del progetto, molto diversa dalla prima, nella quale non sono stato assolutamente coinvolto. Ci sono tante cose che non ho mai capito, in primis la scelta del nome. Poi una volta i Techno Animal si sono trovati ad aprire per me a Londra e non mi hanno neppure salutato. Ma non è che ce l’abbia con loro, sono bravi ragazzi, e Justin è divertentissimo, semplicemente a volte le cose vanno così, e spesso sono i soldi a mettersi in mezzo.

E per quanto riguarda El-P?
Ci siamo incontrati a New York. Quell’anno il disco dei Company Flow era ai primi posti della mia playlist personale, così sono andato a trovarlo in studio. Quando ci siamo visti, in realtà lui non ha capito subito chi fossi, e sembrava anche abbastanza intimorito: in effetti io avevo un cappotto della seconda guerra mondiale foderato in pelo di topo (!) che mi faceva sembrare una specie di mafioso, ha ha ha… Poi scoprii che anche a lui piaceva la mia musica e decidemmo di fare qualcosa assieme.

Parlando dei tuoi esordi come musicista, c’è qualcosa che ti manca e qualcosa che non ti manca per niente di quel periodo?
Mmh, è difficile rispondere a una domanda del genere… Erano altri tempi, e anch’io ovviamente non sono più lo stesso. Le cose andavano in modo opposto rispetto ad ora: per esempio, quando lavoravo nell’ambiente techno underground, mi ritrovavo a dover pubblicare qualcosa come un disco ogni mese. È stato un periodo intenso, e ho avuto modo di imparare tante cose, c’era una grossa pressione ma anche molta energia; d’altra parte, ho sentito ben presto il bisogno di muovermi in una direzione mia, così ho fondato gli Atari Teenage Riot… Ecco, se c’è una cosa che davvero mi manca è il vinile, perché ci sono cresciuto e perché era parte del divertimento fare dei 7″ o dei 12″ particolarmente fighi. Senza dubbio questa è una dimensione di musicale che mi ha profondamente condizionato: gran parte dei miei lavori concettualmente funziona così, anche per quanto riguarda il suono. Per esempio, tempo fa abbiamo fatto un tour con Gabe Serbian dei The Locust alla batteria. Un giorno mi chiese di fargli ascoltare cose che non aveva, così gli diedi il CD dei The Curse Of The Golden Vampire. Lui mi disse che aveva già scaricato degli mp3, ma non gli piacevano molto e non credeva di aver bisogno del disco. Il giorno dopo venne da me e mi disse “Cazzo Alec questa roba spacca di brutto!”. Ho paura che oggi succeda un po’ questo: c’è gente che scarica canzoni, le ascolta attraverso gli altoparlanti del monitor e poi dice “Mah, non mi piace tanto il basso”. È ovvio! Ed è ancora più ovvio per quanto riguarda la mia musica, visto che si basa totalmente sull’energia fisica che scaturisce dai suoni. Per non parlare del fatto che in questo modo si tende a consumare la musica in modo troppo veloce e quindi a sacrificare il tempo necessario per entrare nel “vibe” del disco.
[PAGEBREAK] Tempo fa sono usciti per la DHR due gruppi molto interessanti, Fever e 16-17. Che ne è stato?
Effettivamente il disco dei 16-17 era molto bello. L’aveva mixato Kevin Martin, ce lo mandò e ci piacque subito. So che hanno fatto altre cose per qualche altra etichetta, ora la loro proposta è più free-jazz oriented. Per quanto riguarda i Fever, invece, mi ricordo che il demo che mi diedero mi piacque abbastanza, ma poi si sono un po’ persi per strada, un fenomeno abbastanza comune tra le band berlinesi che fanno digital hardcore. Mi è successo di aver pubblicato esordi molto interessanti, ma molto spesso le cose che ricevevo in seguito mancavano di potenza, non risultavano incisive, non riuscivano a oltrepassare i confini. Io in questi casi sono molto onesto, se il materiale che mi arriva non mi dà nessuna emozione, non lo pubblico. Certe case discografiche dicono “Mah, magari… cambiando qui e là…”, ma non penso che questo sia un atteggiamento giusto. Alla fine si tratta di opinioni, se la musica non mi piace non significa che sia brutta!
Mi piace circondarmi di gente onesta, e l’esempio lampante è Nic Endo: quando siamo entrati in studio per provare “Uproar” non ci ha pensato due volte a dirmi “Questa canzone è una merda totale!”. Io quel giorno ero di cattivo umore, mi sono impuntato e ho iniziato ad assumere atteggiamenti fastidiosi, come un personaggio di Zoolander, e alla fine mi sono preso un pugno in faccia, ha ha ha! Tuttavia, dopo esserci calmati, siamo riusciti a lavorarci e siamo arrivati ad un punto d’accordo. Penso che molto spesso questo tipo di conflitto sia estremamente produttivo!

Ok, l’intervista è finita. Quando potremo vederti sul palco?
Al momento stiamo mettendo assieme il tour. Stiamo organizzando bene le date, visto che dopo l’Europa pensiamo di recarci anche in America. Ci sono buone probabilità che passeremo per l’Italia verso la fine di Aprile!

Perfetto, alla prossima e grazie di tutto!
Grazie a voi! Ciao!

Alec scappa in taxi, diretto agli studi televisivi della multinazionale musicale più potente del mondo. A malincuore io e Daniele (che ringrazio) lo salutiamo, ben consapevoli del fatto che non basterebbero due giorni per affrontare tutti gli argomenti che vorremmo sottoporgli. Non resta che attenderlo in concerto, quando a prendere piede sarà il suo lato più rabbioso, magnetico e incendiario.

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