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Alejandro Amenábar presenta Regression

Torna alla regia, dopo sei lunghi anni dal precedente “Agorà”, lo spagnolo Alejandro Amenábar con il thriller soprannaturale “Regression“, dal 3 dicembre al cinema.

Dopo l’Oscar vinto nel 2005 per “Mare dentro”, che seguiva il successo internazionale di “The Others”, a tutt’oggi il suo film più famoso, il regista aveva ricevuto una pesante battuta d’arresto, sia sul fronte degli incassi che se quello delle polemiche e del consenso.

Agorà“, nel suo essere all’apparenza un biopic dedicato alla matematica e astronoma Ipazia (Rachel Weisz), assassinata da fanatici religiosi nell’Alessandria d’Egitto della fine del IV secolo d.C., rappresentava in realtà una critica a ogni fondamentalismo che mise contro il film varie associazioni religiose e non, pregiudicandone il risultato al botteghino.

Con “Regression” Amenábar cambia solo apparentemente tema, addolcendo la polemica antireligiosa, ma occupandosi di satanismo e di suggestione. Da questo interessante incontro con la stampa alla Casa del Cinema di Roma in occasione delle presentazione in anteprima del film, esce fuori un regista critico e cinefilo, capace come pochi altri di autoanalizzare se stesso e la propria cinematografia.

L’intervista è depurata da ogni tipo di spoiler, ma è piena di riferimenti alle atmosfere del film, che invogliano più che scoraggiarne la visione. Per quanto riguarda il nostro giudizio, vi rimandiamo alla recensione appositamente dedicata, ora diamo la parola ad Alejandro, che impone da subito durante l’incontro l’uso del confidenziale “tu”:

Sei tornato alla regia con un thriller dai risvolti soprannaturali, ci spieghi com’è nato nella tua testa questo film, che hai anche sceneggiato?

Sono sempre stato un fan dei film horror, fin da quando ero ragazzo, e ho proprio iniziato la mia carriera con quello che io ritengo un misto di horror e mistery come “Tesis”, quindi con la materia sono da sempre molto a mio agio. Già prima di dirigere “Agorà” avevo in mente di realizzare qualcosa che avesse tra le tematiche il satanismo, ma ai tempi non ero riuscito a trovare il giusto soggetto, la chiave con cui trattare l’argomento. Avevo anche cominciato a fare ricerche sul satanismo, ma mi sono subito annoiato a morte e ho messo la cosa da parte. In seguito mi sono imbattuto quasi per caso in notizie che parlavano di abusi sessuali compiuti in riti satanici, e allora mi è venuto in mente di provare quella strada. Sarebbe stato comunque con il diavolo sulla scena, ma dall’horror iniziale ho virato decisamente verso il thriller psicologico, disperdendo questi demoni interni nel labirinto della mente umana, per sparigliare ancora di più le carte.

Hai sempre fatto di tutto sui tuoi set, produttore, regista, sceneggiatore, montatore, musicista … Quello del regista è sempre il ruolo che ti piace di più?

Negli ultimi due film mi sono dimesso da musicista. Il posto che più mi piace al mondo è il set, mi piace stare sul set, lavorare con gli attori, istruire i tecnici, interagire, da tutto questo ricavo sempre la massima soddisfazione, quindi la risposta è che mi piace fare il regista senz’alcun dubbio, dirigere tutte queste intelligenze verso un risultato comune, del quale io ho la responsabilità finale: so che molti miei colleghi ritengono tutto questo una condizione stressante, ma io proprio non li capisco. Sul set esce sempre fuori il meglio di me, la mia parte più creativa.

Il tuo protagonista, a un certo punto, pronuncia questa battuta: “Il diavolo non esiste, esistono solo cattive persone”. La pensi così anche tu? Anche in riferimento alla figura del prete, che nel tuo film sembra ritenere che la presenza del diavolo sia quasi necessaria …

Qualche tempo fa ho letto un’intervista a Guillermo del Toro, e lui affermava che esistono due tipi di film sul diavolo: quelli dove il diavolo viene dall’esterno, e quelli in cui è dentro di noi, il mio film appartiene probabilmente a questa seconda categoria. Tornando alla battuta che hai citato, l’ho scritta e l’ho fatta sicuramente mia, credo che esistano persone buone e persone cattive. Per quanto riguarda la figura del prete, volevo mostrare l’influenza dei membri del clero in una piccola comunità di provincia, ma senza enfatizzare la cosa più di tanto. Nel film le due istituzioni, la Chiesa e la scienza, collaborano per la risoluzione del puzzle, e ogni personaggio commette degli errori, TUTTI lo fanno, quindi anche il prete.

Quando nel film comincia ad emergere l’ipotesi “isteria collettiva”, viene in mente la storia delle streghe di Salem e in generale dell’oppressione cristiana contro le donne, alla quale anche il tuo conterraneo De La Iglesia si è ispirato recentemente con il suo “Le streghe son tornate”. Hai pensato anche a questo quando hai scritto la sceneggiatura?

Magari non direttamente, ma noi abbiamo sicuramente parlato di un meccanismo da “caccia alle streghe”, quello che colpiva i presunti “posseduti dal demonio” nelle piccole comunità rurali del centro degli Usa negli anni Ottanta e Novanta, luoghi che non a caso vengono definiti Bible Belt. Una caccia alle streghe più sofisticata di quelle del passato, perché è oggi è entrato in campo un fattore nuovo, i media.

Ti sei volutamente affidato a qualche clichè di genere per portare avanti la storia, è stata una scelta voluta, immagino …

Se fai un film su questo argomento, ti posizioni in una zona cinematografica della mente dello spettatore che è piena di ricordi di sequenze memorabili, d’impatto; non puoi fare altro che accettare il gioco e metterti a riutilizzare quei clichè cercando d’invertirne il senso. Sono due cose, la mente dello spettatore e le immagini, che in questi casi continuano ad avere un rapporto fecondo, basato sull’equilibrio tra aspettative tradite e appagate (che non devono mai mancare, pena la perdita del coinvolgimento di quello stesso spettatore). Il film è stato girato anche a Toronto oltre che nell’Ontario, sono posti spesso soleggiati come qui o altrove, non è stato facile trovare, insieme al mio direttore della fotografia Daniel Aranyò, quell’atmosfera tetra e plumbea che cercavamo; e la cercavamo proprio, per ritornare alla tua domanda, per ricreare quell’atmosfera in cui inevitabilmente un film come questo dev’essere immerso.

I protagonisti dei suoi film sono persone che sbagliano, vale per questo film (come avevi già detto), ma anche per gli altri, a volte per eccesso di sicurezza. È qualcosa che ti preoccupa molto nel tuo quotidiano, lo sbaglio in buona fede?

Tutti noi facciamo degli errori, sbagliare vuol dire essere vivi, noi apprendiamo dai nostri errori, ci servono, è come quando dovevo risolvere un’equazione a scuola, da pessimo studente di matematica quale sono sempre stato: ci provi tante volte, poi magari ti accorgi dello sbaglio per caso, e scopri in realtà che la risoluzione era semplice, è così che va. La mia ossessione sul lavoro, già dai tempi di “Tesis”, è sempre stata quella di ottenere il rispetto della troupe, anche questa cosa però è evoluta nel tempo: oggi accetto i suggerimenti dei miei collaboratori, quando mi dicono che magari sto commettendo un errore, una volta non l’avrei mai fatto, avrei avuto paura di perdere in credibilità.

Perchè abbiamo dovuto aspettare dopo “Agorà” così tanto tempo, ben sei anni, per poter vedere un tuo nuovo film?

Siete voi giornalisti che mi state facendo notare il fatto che sia passato così tanto tempo dal mio film precedente, io in realtà ero concentrato su questo progetto e, come già vi avevo accennato prima, ci ho messo molto tempo per trovare la strada giusta. Quando studiavo all’università, e sognavo già di fare il regista, pensavo che, pur di poter realizzare tanti film, avrei fatto qualsiasi cosa, mi sarei cimentato su qualunque soggetto, perché da giovane pensi di avere un tocc0 “magico” che ti permette di nobilitare tutto il materiale che affronti. A quei tempi volevo fare il regista per guadagnarmi da vivere, oggi, per fortuna, non ho più questi problemi e posso pensare alla regia come un modo di esprimermi, quindi oggi magari mi prendo un po’ di tempo in più, come in questo caso, ma voglio trovare la storia che davvero voglio raccontare, sono disposto ad aspettare.

“Regression” è un film “old style”, che ricorda forse i film che si giravano ad Hollywood nel periodo in cui è ambientato, cioè tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Stilisticamente è una cosa a cui hai pensato?

In realtà la mia ispirazione viene più dai film del decennio precedente, degli anni Settanta. Ma non da film horror, io penso più a “Il maratoneta” o a “Tutti gli uomini del presidente”, macchina da presa non molto mobile, per dirne una, e, per assomigliare ancora di più ai film dell’epoca, avrei dovuto metterci anche molta meno musica, ma pare che oggi non si possa …

Stile quindi di riporto, ma la modernità del tuo film, per quanto riguarda l’aspetto narrativo, è quella di essere una sorta di anti-horror, che smonta i meccanismi della paura più che spendersi nel provocarla, che ci fa interrogare sul perchè proviamo paura in determinate situazioni. Il tema dell’interno e dell’esterno a cui accennavi prima, la differenza tra paure reali e paure antoindotte, è IL tema della contemporaneità, secondo te, in tempi di Isis? Marcare questo confine in maniera netta può essere considerata l’unica strada per proporre oggi un horror davvero “adulto”?

Quando ho incontrato Ethan Hawke, lui mi ha detto di aver fatto recentemente due horror, anche di successo (“Sinister” e “La notte del giudizio”), ma che a lui, fondamentalmente, gli horror non piacciono granché proprio perché spaventano le persone. Non sono d’accordo con lui, io ero un ragazzino pauroso che adorava farsi spaventare dallo schermo, e nella vita questo probabilmente mi è servito ad aumentare il mio coraggio, e non viceversa. Quindi lui ha fatto questo progetto perché gli piaceva esattamente quello che hai detto tu, lo scardinamento dei meccanismi della paura e il successivo disinnescamento. Io però, che sono un fan dell’horror, penso che noi dobbiamo sempre far convivere in noi la nostra parte razionale e quella irrazionale, non fuggire dalle nostre paure anche illogiche, ma affrontarle. A me non piace chiudere le porte alla fantasia, mi sono reso conto che i miei ultimi film girano tutti intorno allo stesso tema: credere o non credere in qualcosa. Mi piace moltissimo ragionare intorno al confine che passa tra la capacità di ingannare e la volontà di credere, che per me è sempre preponderante.

Ethan, alla fine della lettura della sceneggiatura, mi ha chiesto di spiegargli chi era il suo personaggio, perchè lui non era riuscito a capirlo. Io gli ho detto di avere un approccio minimalista, così le lacune che, secondo lui, si trovano nella caratterizzazione del personaggio avrebbe potuto riempirle lo spettatore. A quel punto, lui mi ha dato ragione, e ha detto che avrebbe interpretato Bruce come un uomo perennemente assonnato, io non ero sicuro che questo fosse l’approccio giusto, ma poi mi sono fidato del suo istinto, e ritengo che sia stata una scelta davvero azzeccata: è un personaggio che non esiste al di fuori delle sue interazioni, un mistero per tutti, anche per noi realizzatori.

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