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Alessandro Ristori: La mia banda suona il rock’n’roll

Trent’anni appena compiuti, una simpatia disarmante e un amore viscerale per i favolosi anni 50. Lui è Alessandro Ristori, romagnolo doc cresciuto a pane e rock’n’roll. LoudVision lo ha raggiunto per conoscerlo meglio e svelare i segreti del suo successo.

Vista la tua giovane età e il tipo di musica che fai, la prima domanda mi sorge spontanea. Come mai questo amore viscerale per il rock’n’roll anni 50-60? da cosa nasce e cosa ti affascina in particolare di quel mondo?
Sai i dischi in casa hanno fatto la loro parte, poi quando sei bambino ti immedesimi nei racconti dei genitori, ti crei con la fantasia un mondo tuo, forse un mondo mai esistito… ma bello. E ora a trent’anni sono ancora qui che sto giocando con la fantasia.

I tuoi testi e le tue musiche sono molto allegri, spensierati e sempre positivi. Nascondi anche un lato cupo, triste e melanconico che tieni nascosto?
Quando scrivo spero di essere il più positivo possibile, mi piace toccare la malinconia, non la tristezza: sono cose diverse. La prima ti trasporta nel vortice di emozioni, e a volte all’essere umano piace crogiolarsi in questo vortice; la seconda è uno stato d’animo negativo. Ci sarà tempo nella vita di ognuno di noi di provare tristezza, perché istigarla con le canzoni?
Chiaramente nella vita privata anche io ho momenti difficili durante i quali sento di dover tirar fuori gli artigli. Neil Sedaka nel “Re Dei Pagliacci” spiega bene come l’artista debba essere sempre contento quando è in scena, ma poi sia costretto a soffrire in solitudine…. (ride).

L’artista usa spesso la sua arte per comunicare qualcosa. Quale è il tuo messaggio? A chi è rivolto?
Il messaggio è: credete nei vostri sogni quotidiani, datevi un messaggio!
Io ho sempre creduto nella mia favola e piano piano questa sta prendendo forma. Chiaramente è rivolto a tutti, ma in particolare a quelli della mia generazione e quelle dopo.

Che tipo di gente ascolta i tuoi dischi e viene ai tuoi concerti? Ci sono tipologie specifiche o hai un seguito trasversale?
Per ridere dico che io e la mia band, nel nostro piccolo, adottiamo la formula “Gianni Morandi”, perché riusciamo a coinvolgere nei nostri concerti più generazioni. Gli adulti rispolverano un sound che gli fu familiare, i giovani, se curiosi, si avvicinano a sonorità credo sempre molto innovative perché istintive, spontanee ed energiche.

Quali sono gli artisti che hanno influenzato la tua musica? E che musica ascolti oltre alla tua?
Chiaramente i grandi del rock’n’roll made in USA cominciando da Bill Haley, Elvis, Buddy Holly, FatsDomino, Little Richard, e poi gli Italiani pionieri del r’n’r come Giorgio Gaber o Il Celentano prima maniera, i Beatles (se non ascolti i Beatles cambia mestiere), e la melodia italiana. Ascolto la radio quando viaggio, il che accade piuttosto di frequente. Mi piace capire quello che può essere innovativo nel momento storico nel quale ci troviamo.

Con quali artisti italiani o internazionali ti piacerebbe collaborare o duettare?
Italiani ce ne sono molti così come in campo internazionale. Laura Pausini perché è romagnola come me – ci separano solo 8/10 km, quando è a casa – Celentano (ma non lo sento più tanto legato alle sonorità che l’hanno reso celebre) e il mitico Fiorello. Nel mondo direi Micheal Bublé e Richard Hawley.

Cosa rappresenta Menphis per la tua musica e il tuo modo di essere artista?
Memphis è il punto di incontro delle tradizioni musicali americane; dal country al blues, dal gospel al rock’n’roll chiaramente. E poi è la città di Elvis. Non puoi non amare Memphis se attingi da quel periodo musicale.

La tua carriera è iniziata a teatro, hai recitato anche in alcune commedie dialettali, quando e perché hai cambiato strada artistica?
Ho sempre giocato, sia col teatro sia con la canzone. Il primo credo mi sia servito per acquisire presenza scenica, poi la musica, ovvero il sogno di cui ti parlavo prima, ha preso il sopravvento.

Sei stato ospite anche di diverse trasmissioni, tra cui “La Domenica Del Villaggio” su Rete4, ci sono nuovi progetti in ambito televisivo? Cosa pensi della televisione italiana e dello spazio che dà alla musica?
Ci sono progetti in cantiere; sarebbe bello poter partecipare ad una trasmissione come band, credo molto nel potenziale che la musica live eseguita con spinta emotiva può dare anche al pubblico a casa. Il Festival di SanRemo rimane il grande sogno; amando gli anni del boom economico lo vedo come un mito e nella mia mente lo vivrei come fosse un’edizione degli anni sessanta.
La televisione Italiana, credo dia più spazio ai format importati che alla musica vera e propria; ma se in una trasmissione si parla di musica, alla fine direi che è già meglio di niente.

L’ultimo CD comprato?
Una raccolta di Simon & Garfunkel.

L’ultimo concerto a cui sei andato?
Gianna Nannini, la amo profondamente.

E dopo l’entusiasmo contagioso di Alessando, confessate: non vi è venuta voglia di asoltare “Rock Around The Clock”?

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