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Alessio Bertallot: L’arte della contaminazione consapevole

Nell’ambito del Volvo Snowbombing Festival, manifestazione che unisce la passione per la neve e la musica alternative-dance, che si è svolta nell’austriaca Mayrhofen dal 4 aprile e termina oggi 9 aprile con le attesissime performance di Prodigy e Fat Boy Slim, incontriamo Alessio Bertallot che, insieme a Marco Maccarini e GroS, è uno degli Ambassador ufficiali per l’Italia.
Molti lo ricorderanno per la partecipazione sanremese del 1992 con gli Areoplanitaliani, un’esibizione, la loro, particolarmente dirompente per quei 30 secondi di silenzio assoluto inseriti nella canzone in gara.
Successivamente Bertallot ha accantonato (temporaneamente?) il progetto musicale dedicandosi alla conduzione radiofonica, alle collaborazioni sperimentali con artisti di generi molto diversi tra loro, e approdando dal 2010 a Rai Radio 2 dove conduce, dal lunedì al venerdì dalle 22.30 a mezzanotte, “RaiTunes“.
Lo incontriamo tra una registrazione e una discesa sulle piste e ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere e conoscere i suoi progetti.

Cosa ti ha convinto a diventare Ambassador per l’Italia del Volvo Snowbombing Festival 2011?
Sicuramente i contenuti del festival e non ultimo il fatto che sono un appassionato di snowboard! Tra l’altro trovo che sia abbastanza normale per la cultura europea, per quella italiana un po’ meno, che si uniscano elementi della cultura giovanile sportiva con elementi della cultura giovanile legati alla musica alternative-dance.

Anche se siamo solo ai primi giorni, quali sono le tue prime impressioni circa questa manifestazione?
Innanzitutto ho notato che il nocciolo del pubblico presente è inglese, ma questo me lo aspettavo perché la maggior parte degli artisti che si esibiscono qui sono inglesi ed è proprio la Gran Bretagna a tirare le fila della musica alternative-dance, dando input poi raccolti da tutto il resto mondo.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di confrontarti con molteplici realtà artistiche e musicali, differenti generi anche molto lontani l’uno dall’altro: quale è la tua visione del mercato musicale attuale?
Solo fino a 15 anni fa vedevo nel panorama musicale molto più “ordine”, nel senso che esisteva ancora la possibilità di raggruppare le idee in una sorta di estetica comune di fondo. L’avvento di Internet ha contribuito a polverizzare e a frammentare le sensazioni e le produzioni, moltiplicandole nel contempo. Per molto non ci sono quindi stati dei massimi sistemi di fondo e tutt’ora non esistono, però ultimamente mi sono accorto che si sta delineando una base molto forte nella dubstep, che è un genere che sta creando un notevole interesse intorno, generando nuovi generi e sottogeneri. L’orientamento verso un’idea collettiva, ma nuova e alternativa, credo quindi sia nuovamente un processo in atto.

Non posso non chiederti della tua esperienza sanremese che risale al 1992, cosa ti ha lasciato? Che ne è degli Areoplanitaliani?

(ride ndr). L’esperienza sanremese è stata determinante; in quel frangente ho capito davvero la potenza della televisione, potenza che può essere straordinaria, ma anche tremenda e devastante. Nel nostro caso abbiamo avuto un estremo coraggio, forse dovuto anche all’incoscienza di quegli anni, e siamo andati da pirati in quel particolare contesto utilizzandolo per portarvi il nostro significato, e ha funzionato moltissimo! Io credo che se non avessi vissuto quel passaggio, non sarei riuscito a raggiungere molti dei successivi traguardi della mia carriera. È stata una lezione di vita significativa. Ho capito che la televisione, purtroppo, continua a essere un medium dal quale non si può prescindere, uno strumento talmente potente e “forgiante” che necessiterebbe una deontologia di base, che invece non esiste. Questo credo sia alla base del disfacimento del nostro paese. La televisione è usata male e ancora non ci si rende conto della necessità di una coscienza civica del mezzo.
Per quanto riguarda Areoplanitaliani, non so mai cosa rispondere… Di fatto il gruppo non si è sciolto, esiste ancora, ma facciamo un disco ogni 10 anni! Chi lo sa cosa potrebbe succedere. Bisogna anche dire che se decidi di fare il musicista alternativo è indispensabile fare anche dell’altro, perché di sicuro non ci si vive. [PAGEBREAK]

“RaiTunes”, il programma che tu conduci su Rai Radio 2, è basato sulla forte interazione tramite il web. Vedi queste nuove tecnologie come un’opportunità o una minaccia per il mercato musicale?
Potrei tranquillamente fare lo stesso discorso che ho fatto relativamente alla televisione, nel senso che indiscutibilmente manca ancora una cultura del web. Adesso siamo ancora nella fase in cui Internet offre smisurate opportunità e proprio per questo motivo, a partire dalle scuole, bisognerebbe iniziare ad insegnare ad utilizzarlo in maniera intelligente e consapevole. Sarebbe perlomeno necessario preparare i ragazzi all’utilizzo del web, almeno in senso culturale, spiegando il valore di questo prezioso strumento e le motivazioni per cui è bene certe cose non farle. Internet è un luogo di ricerca continua di informazioni, ma spesso queste informazioni non sono corrette, non sono verificate, ad esempio.
Di fatto io per il momento ho trovato solo delle grandi opportunità: ho concepito una radio che è cross mediale sia per l’interazione con gli ascoltatori e sia per la produzione di contenuti. E penso che in futuro ci verranno sicuramente altre nuove idee…

E ce ne puoi svelare qualcuna già in cantiere?
In realtà no, sono segreti! (ride ndr) Però posso dire che saranno sicuramente un’evoluzione del concetto di improvvisazione live, vorrei che i miei ospiti cercassero sempre più di abbinare alla musica immagini e parole.
Un’altra idea ruota intorno al meccanismo di interazione con gli ascoltatori, che mi piacerebbe diventassero dei veri e propri web DJ nella costruzione della playlist del programma.

Ultimo disco comprato?
Erik Truffaz, trombettista francese che realizza contaminazione con la musica elettronica.

Ultimo concerto a cui sei stato?
Lavorando tutte le sere di concerti ne vedo pochi, l’ultimo che ricordo è quello di Roberto Cecchettoo, un chitarrista jazz italiano.

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