Home > Recensioni > Alex Carpani: Waterline

“Io sono la sorpresa…”

Dove comincia il progressive e dove il rock? Dove finisce il mondo dei sogni e dove invece la realtà? Qual è il confine tra l’acqua e l’aria, sincopati solo da una sottile linea che l’occhio del bambino non sa, e quello dell’adulto non vuole, distinguere?
Gli infiniti dubbi accompagnano la nostra vita e, con essa, anche il concept di Carpani, tastierista italiano che deve il proprio amore per il progrock all’incontro, quando ancora aveva sette anni, con Keith Emerson.

Il confine imposto dal “pelo dell’acqua” è il nodo di “Waterline”, lavoro naturalistico, secondo le visioni di Emerson Lake & Palmer e dei Jethro Tull.
Ma Alex raggiunge un altro punto di confine: quello tra il progrock italiano e quello statunitense, fondendoli in un unico orignalissimo corpo.
Carpani è anche positivamente influenzato dalla musica new age, da quella elettronica e per film.

Variopinto ed eterogeneo, “Waterline” riesce a stupire, pur con una produzione non eccelsa.
Un album che era nato strumentale e che, forse, tale doveva rimanere; perché, quei pochi intermezzi di canto, interpretati da Aldo Tagliapietra, oltre a togliere modernità al lavoro, sembrano forzature le armonie già ottimamente congeniate dal tastierista.

Il tutto si gioca sulle pieghe di un tempo dilatato e senza confini, così come deve essere per tutte le buone arti bucoliche.

Pro

Contro

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