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  • Alex Skolnick Trio: Transformation

    Alex Skolnick Trio

    Data di uscita: 02-12-2004

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Alex Skolnick in un album didascalico

Chi aveva sentito il suo effetto nei Savatage di “Handful Of Rain” in seguito alla carriera in seno ai Testament, aveva già subdorato la sensibilità jazz in questo chitarrista eccezionale. Che si sarebbe in seguito ritirato per studi accademici, pochi l’avrebbero detto. nel 2000 Alex esce di nuovo allo scoperto con un trio jazz in cui lo strumento principale era la sua chitarra, e comincia un tour dove propone in chiave jazz i successi di Aerosmith, Ozzy Osbourne, in pratica dei suoi vecchi compagni di viaggio. Accolto da pubblico e critica in modo così positivo da convincere persino le riviste jazz più ortodosse, Alex è andato avanti per la sua strada, dimostrando il livello accademico raggiunto. Facendo anche di più con questo “Transformation”, ovvero portando al pubblico creazioni inedite insieme a qualche rivisitazione di lavori di terzi.

La opener-title track focalizza il suo stile animato e circospetto sulla sensazione del “cambiamento”; frequenti cambi di tempo, alternanza di ritmi regolari con eccellente lavoro di cimbali, e tre temi musicali fondamentalmente ben incastrati, insieme ad un assolo che risolleva un po’ l’anima di improvvisazione doversa in questo genere, a dire il vero totalmente assente nel resto del brano. Il lavoro del violoncellista ospite Dave Eggar è sicuramente positivo, ma un po’ troppo sommesso. Davvero brillante invece la rivisitazione di “Electric Eye” dei Judas Priest, che esce dai pattern tipici della composizione heavy, e acquista una rinnovata freschezza nei suoni della chitarra jazz e del double bass. Con “Fear Of Flying”, meditazione composta inizialmente al pianoforte su suggestione dell’omonimo romanzo di Erica Jong, si esplora il jazz più caldo e soffuso; Alex parte da un arpeggio dall’appeal melodico che scioglierebbe qualsiasi tensione, crea un refrain di moderata intensità accompagnato da delicati movimenti di spazzola sui piatti fissi e sovrapposti. La sezione melodica centrale è certamente frutto di improvvisazione e costruisce un bel discorso musicale di incalzante intensità, che sfuma poi nuovamente nel tema principale.[PAGEBREAK]“Money” è il classico dei Pink Floyd dall’ancora più classico “The Dark Side Of The Moon”; già l’originale proponeva tempi dispari e la presenza di un sassofono. Qui è notabile principalmente la mobile ritmica del double bass che sorregge il vario lavoro di Alex sulle scale melodiche del brano. Lasciandovi il piacere di continuare l’esplorazione da voi, illustro brevemente il resto del contenuto: “Both Feet In” è un brano più blues oriented, lento e piacevole, composto dal batterista Matt Zebroski, mentre “Scorch” è un altro inedito di Alex Skolnick scritto per la chitarra a otto corde del suo compagno di studi Charlie Hunter. Si ritorna poi alle cover restilizzate con “Blackout” degli Scorpions, poi con un medley tra una composizione inedita di Alex, “IMV” e “The Trooper” degli Iron Maiden che si rivela difficile nei cambi di tempo. “No Fly Zone” è un esperimento in 3/4 di Alex che definisce questo ritmo una No Fly Zone per un chitarrista solista. Infine si ritorna agli anni 80, con “Don’t Talk To Strangers” di Ronnie James Dio; lo studio su questo brano è stato soprattutto musicale, e il trio ha deciso di operare cambi sugli accordi per dargli un tocco quasi brasiliano-latino e acustico. Il brano finale è “Highway Star” dei Deep Purple, l’ideale per un confronto tra lo stile di Ritchie Blackmore e quello di Alex Skolnick.
Per amore della buona musica, è un acquisto obbligato. Vi è musica inedita da scoprire, vi sono brani storici rivisitati con una tecnica eccezionale, capace di attirare l’attenzione anche dei jazz puristi. Alex ha curato l’intero booklet spiegando le sue scelte, motivando ogni brano, prendendo per mano anche l’inesperto ascoltatore di questo genere, con la sincera volontà di renderlo partecipe di tutto. Alex vuole comunicare con tutti, dai suoi fans ai tempi dei Testament, a chi plaude al suo nuovo corso. E lo fa con il suo innato amore per la musica come arte espressiva.

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