Home > Zoom > Alfonso De Pietro: “Di Notte in Giorno” brano per brano

Alfonso De Pietro: “Di Notte in Giorno” brano per brano

La lotta contro tutte le mafie, una lotta sociale, culturale e, in fondo, anche politica. Dal fronte musica l’attività è fervida di iniziative non ultima quella del cantautore Alfonso De Pietro che con questo nuovo disco promosso in collaborazione con Associazione LIBERA, Nomi e Numero contro la Mafia e presentato anche da Don Luigi Ciotti, non intende classificarsi essenzialmente contro la mafia ma cerca di indirizzare i suoi preziosi messaggi alla volta di un diritto sociale ed etiche morali ormai in via di estinzione. Il disco si intitola “Di Notte in Giorno” che da subito indica un processo di rinnovamento, di rivalsa e di rinascita. Alle nuove generazioni il compito di raccogliere quanto di più sano e importante ci sia dietro un percorso spesso ostacolato ma assolutamente indispensabile per far fronte ad una delle più grandi piaghe della nostra società contemporanea. A corredo di questi messaggi, De Pietro chiama in campo musicisti sul fronte jazz si tutto rispetto come Piero Fassi al pianoforte, Andrea Melani alla batteria, Dimitri Grechi Espinoza al sax e Alessio Bianchi alla tromba. Nel disco sono presenti anche tre canzoni che portano in musica testi scritti da Carmelo Calabrò, Padre Maurizio Patriciello e Peppino Impastato.

Di Notte in Giorno, brano per brano

LA MEMORIA
La Memoria è la più grande ricchezza di un Popolo. Certo, per dirla con Leonardo Sciascia:” Il nostro  è  un Paese senza  memoria e senza verità,  ed  io per questo cerco di non dimenticare”. Quindi, dovere morale è ricordare la nostra storia, soprattutto i sacrifici di tante donne e tanti uomini che hanno sacrificato la loro vita per un ideale di giustizia e libertà. Ma bisogna stare attenti a non cadere nella retorica, nella mera celebrazione e nella commozione passeggera. La Memoria deve essere esercizio ed impegno quotidiano, “promessa da mantenere” alla luce di quegli esempi, scelta di campo radicale: sempre dalla parte della dignità umana.

L’INDIFFERENTE
L’indifferente è un tipo umano molto diffuso, e l’indifferenza è uno dei sintomi di decadenza che caratterizzano il nostro vivere contemporaneo. Ma quel “mostro anonimo” che crediamo si trovi soltanto fuori e davanti a noi, in realtà s’insinua anche dentro ciascuno di noi. Per cui è opportuno non pontificare, puntando il dito, ma guardare anche se stessi. È un gioco di specchi. È l’atteggiamento che rischia di non farci indignare più di fronte a nulla, di farci abituare al “brutto” delle ingiustizie, delle discriminazioni, delle disuguaglianze, dello scempio ambientale. C’è una bella frase di Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.

LA CANZONE DI RITA
Rita Atria ha 17 anni nel 1992, quando si suicida. È una giovane siciliana “ribelle”, testimone di giustizia, figlia e sorella di mafiosi, che, dopo gli omicidi del padre e del fratello, decide di rivelare tutto quello che sa degli affari della sua famiglia con la politica e l’economia del tempo. Dopo la strage di via d’Amelio si sente perduta, sola: anche Paolo Borsellino, il giudice a cui ha riservato le sue rivelazioni, unico riferimento rimastole, è stato assassinato. La bara della “picciridda” arriva nel suo paese, Partanna (TP), dove l’hanno definita “fimmina lingua longa e amica degli sbirri” e viene accompagnata al cimitero da poche donne. La madre, che l’ha rinnegata, spaccherà la lapide a martellate. Per 21 anni rimarrà una tomba senza nome. Dal 2013 ce n’è una su cui è inciso “La verità vive”.

ANGELI CUSTODI
La vita delle donne e degli uomini delle scorte osservata da chi vive sotto la loro protezione. Sono circostanze in cui si crea un rapporto speciale, un vincolo umano fortissimo, in un’esistenza “costretta”, con un comune obiettivo: rimanere vivi. In questo percorso si condivide ogni momento. E si condivide anche la fatica nel definire vita ciò che spesso diventa solo “resistere per non morire”. (R)esistere perché, in fondo, la vita non può morire e perché, oltre ogni notte di solitudine e paura, c’è la luce del desiderio di poter salutare il domani, un giorno migliore, finalmente libero, sereno, senza bombe e senza dolore.

4.000 BATTUTE
È di 4.000 battute un articolo (tra i tanti) “che dà fastidio” scritto da Giancarlo Siani, giornalista de Il Mattino di Napoli, assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Perché paga con la vita? Semplicemente perché fa bene il proprio lavoro: scrive. Si occupa di criminalità organizzata, di fondi del terremoto del 1980 intercettati dai clan, del potere politico colluso… Scava, ricerca la verità non fermandosi alla superficie, denuncia. E muore. Ucciso anche dalla mafiosità culturale del “chi se fa ‘e cazze suoje campa ciént’ann’!”, mentalità che ci fa sudditi. E questo si può e si deve rifiutare, con responsabilità, semplicemente agendo da cittadini attivi.

TERRA MIA TERRA NOSTRA
Il testo è una poesia di Padre Maurizio Patriciello, simbolo della lotta ai crimini ambientali nella “terra dei fuochi”. È una preghiera per la Terra da cui provengo, un tempo Campania Felix. Stuprata dagli scarti tossici delle fabbriche del Nord di quegli imprenditori che, al pari dei camorristi, sono responsabili dell’avvelenamento ambientale che condanna a morte uomini, donne e bambini che hanno una sola “colpa”: essere nati e vivere proprio lì. Ma è proprio da lì che partirà la (ri)nascita: dal grembo di quella stessa Madre Terra fiorirà la speranza e l’originaria bellezza. Perché c’è un’umanità stanca di subire e di non poter decidere del proprio destino.

LOLLÒ D’A MUNTAGNA
Adolfo Cartisano, detto “Lollò”, è un fotografo calabrese di Bovalino, che il 22 luglio 1993 viene rapito dalla ‘ndrangheta. Portato in Aspromonte, non farà mai ritorno a casa. La figlia Deborah ogni 22 luglio scriverà da quel giorno una lettera aperta ai sequestratori. All’inizio dell’estate 2003 arriva la risposta di uno dei suoi carcerieri, che rivela la zona della sepoltura: sotto il monolite di Pietracappa. Proprio uno dei luoghi che Lollò amava di più, tante volte fotografato, in cui mostrava fiero, ai suoi amici del nord, la straordinaria bellezza che quella montagna aspettava di riscattare, dopo esser diventata simbolo di dolore, l’Aspromonte dei sequestri. Ho voluto raccontarlo proprio attraverso la sua sensibilità umana e la sua passione per la fotografia e per quel pezzo di mondo.

LIBERAZIONE
L’occasione del racconto da parte di un nonno Partigiano, diventa riflessione su quella che dovrebbe essere la nuova Resistenza… A questo proposito preziose sono le parole del giudice Antonino Caponnetto che, rivolto ai ragazzi che incontrava nelle scuole, con grande passione, affermava: “Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici, ma diventate partigiani di questa nuova Resistenza, la Resistenza dei valori, la Resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli”. Ecco, dunque, che lottare contro ogni forma d’ingiustizia, sopraffazione, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, diventa la nuova guerra di Liberazione per opporsi alla dittatura di tutte le mafie.

LO SANTO PATRONO
Una festa patronale, una processione e “l’inchino” della statua di fronte alla casa del boss, per rendere omaggio alla famiglia mafiosa. È questo il racconto di uno dei tanti episodi che rappresentano una religiosità distorta che la criminalità organizzata ostenta. Killer che si “raccomandano a Dio” prima di un omicidio, capi mafia che dipingono volti sacri di Cristo, santi e santini invocati e bruciati nei riti d’iniziazione, ecc. E nell’inciso aleggia la domanda che i presunti “onnipotenti” in Terra, rivolgono al solo “onnipotente” che riconoscono sopra di loro: tu che conosci le nostre crudeli viltà, mi dici quanto costa un posto in Paradiso?!

IL PAESE DI DE SANCTIS
Francesco De Sanctis è stato uno dei più grandi critici e storici della Letteratura italiana, nato a Morra Irpina – oggi Morra De Sanctis – in provincia di Avellino. Il testo mi è stato ispirato da un romanzo di Franco Arminio, paesologo, irpino come me: “Vento forte tra Lacedonia e Candela”. Mi ha colpito la descrizione e la ricerca di un mondo antico, d’animo nobile, ingenuo e desolato, vagando per quei paesi abbandonati dai tanti andati via a “cercare la vita”. E la tipica contraddizione che può cogliersi nel nome inglese di un bar nel Paese che fu di De Sanctis… Inevitabile il rimando al terremoto del 1980, che vide nella mia terra, per la ricostruzione, l’allestimento del circo degli affari e del cemento, gestito da sciacalli trafficanti di dolore.

NASCERÀ
Lo slancio di una nuova esistenza, la nascita di una bambina, è metafora di speranza nel cambiamento. È l’occasione per alzare lo sguardo verso l’orizzonte della vita nuova che fiorisce e trovarvi tutte le energie per agire in prospettiva di un mondo migliore. E sarà figlia del suo tempo, avrà in eredità il pensiero di chi l’ha accompagnata per un pezzo di strada, e sarà capace di affrontare la vita con la dignità di chi, nonostante la fatica, ce la fa. Soprattutto, avrà la forza e il coraggio di ribellarsi alle brutture del mondo e saprà accettare la sfida spiegando le vele di un futuro aperto davanti a lei, tutto da navigare.

LUNGA È LA NOTTE
La poesia di Peppino Impastato, assassinato dalla mafia a Cinisi (PA) la notte tra l’8 ed il 9 maggio 1978, fotografa un momento di amarezza del giovane attivista e poeta. È una notte infinita che in una terra bellissima, soffocata ed oppressa da Cosa Nostra, diventa insopportabile. Posta alla fine dell’album, che vuol essere un disco di sogno e speranza, pare una contraddizione. Ma la sequenza è stata volutamente “contraddittoria”, nel senso che ogni alba anticipa e “contraddice” l’oscurità e viceversa, in un susseguirsi di luci ed ombre che si alternano fuori, ma anche dentro ciascuno di noi. E così anche la notte più lunga, affrontata con serenità, ci condurrà fino al prossimo raggio di sole.

Scroll To Top