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  • Alice In Chains: Dirt

    Alice In Chains

    Data di uscita: 11-03-2006

    Loudvision:
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Un disco che è droga psichedelica maledetta

Nessuno come gli Alice In Chains, né prima, né durante, né dopo: impossibile, semplicemente. Lo avevano capito i discografici della Sony, che preparavano il loro attacco alle altre major ed agli artisti rock che, inaspettatamente, stavano trasformandosi in macchine da milioni di dollari: Mother Love Bone/Pearl Jam, Nirvana, Guns’n’Roses, Soundgarden, Stone Temple Pilots… Gli Alice In Chains erano pure uno di quei gruppi inimitabili, una punta di diamante, compagni di scena di alcuni degli acts che contemporaneamente stavano diventando astri nascenti. Lento ma stabile, “Facelift” aveva conseguito un livello di gradimento sufficiente a preparare il boom. L’inaspettato “Sap” giungeva ad uopo a disorientare i fan, accrescendo il sentimento d’attesa. E poi il ritorno di fiamma, nel 1992. A dire che nessuno era come loro. Altrettanto impossibile, non meno, nel tempo, per essi stessi che per qualcun’altro, replicare/eguagliare “Dirt”, che della band di Seattle rimane il capolavoro indiscusso. Mille volti d’un fantasma tentacolato, mille ambienti dello stesso incubo: le fattezze della più ossessiva e drogata delle inquietudini, tradotta in alfabeto musicale per i non vedenti, ed in liriche malate per i non udenti: ad ogni testo, una sensazione, ad ogni parola una nota. Una stanza angusta, dove le infiltrazioni di luce riflesse su frammenti di specchi moltiplicanti personalità, danno vita a luminescenze inedite e distorte; un’oscura claustrofobia, profonda quanto l’animo umano, labile quanto il pensiero lucido d’un eroinomane.
Come nel precedente full length, una volta premuto ‘play’ ad aggredire l’ascoltatore in piena faccia è un brano dai riff poderosi, profondamente malato: “Them Bones”, il cui video è entrato nella storia e nella sigla dell’Headbanger’s Ball che fu. Già a questo punto, dopo il secondo chorus si librano insani ed acidi assoli; la band gestisce con una disinvoltura sbalorditiva l’appeal emotivo che i brani sanno dare, alleggerendo o caricando ogni momento a piacere. Effetti slide, riff con effetti ‘Wah wah’, distorsioni a formare un amalgama marino di suoni da smarrimento senza fondo. Commistionati ad una ironica alterazione percettiva, ad improvvisi unisoni potenti di voci irreali che accompagnano insani crescendo; è questa l’anima di “Rain When I Die”, questi gli elementi che non si perdono nella successiva “Sickman” che introduce quell’apparente svogliatezza delle linee vocali. Layne Staley trascina il lamento oltre ogni sfera del razionale, portandolo al canto con il suo timbro, intrappolato tra la sofferenza e il dolente compiacimento del consapevole della propria malattia (non si veda, in questa frase, alcun riferimento alla vita sua biografica). Percezioni dilatate e introvertite non nascondono il talento tecnico, la ritmica con il basso di Mike Starr in notevole evidenza, con i riff, gli assoli e gli arpeggi di Cantrell perfetti nell’intento e nella forma.[PAGEBREAK]Con questa capacità d’esercitare un’influenza musicale sulla paranoia e sull’incubo dell’immaginario subconscio, il quartetto inventa una psichedelia nuova e giunge al suo stadio più sperimentale: quiete schizofrenica ovvero “Junk Head”, senso di smarrimento d’ogni bilanciamento nel vertiginoso, immenso riff di “Dirt”, incalzante tormento abrasivo ovvero “Hate To Feel”, tenebra livida ovvero “Angry Chair”. E se l’analogia è l’unica possibilità per spiegare l’anima più intima e spigolosa di “Dirt”, la celebrazione di brani indimenticabili è quel che meglio rende l’idea di cosa siano stati “Rooster”, incendiaria dopo una calma apparente e brano che rievoca lo studio della figura paterna di Cantrell ai tempi della guerra in Vietnam; e “Down In A Hole”, la splendida ballata elettro-acustica in grado di farvi rallentare i tempi percettivi nella più distesa delle esperienze d’ascolto; proprio questa rivela un senso estetico che, nel disco, sembrava essersi coaugulato nella marcescenza del sogno angoscioso. Ed invece, riemerge vittorioso, per andare a costruire il capitolo conclusivo, “Would?”, brano che da solo giustificherebbe la salita degli Alice In Chains nell’olimpo dei musicisti: tre minuti di assoluta potenza spirituale, sublime e semplice gioco di fluttuante ritmica vestita d’avanguardia, puro genio incoscientemente destatosi. È la perfezione, animata dalle mani di musicisti che si sentono perfetti esecutori d’un ordine inviato da qualche altra dimensione: non è possibile rintracciare in niente di umano l’ispirazione melodica, la struttura, il basso pulsante, la classe incontrastabile di “Would?”. Dopo un concentrato complesso e completo di sensazioni, mai un disco ha avuto l’onore d’un tale, disorientante e notevole finale, capace d’attirare attenzione a sé soltanto. E qui, a mio avviso, termina il viaggio dei talentuosi ragazzi di Seattle, poiché la lucidità necessaria a vivere cancella l’originalità della loro musica, rinchiusa in un introverso autocitarsi dal 1995 in avanti. Tuttavia, l’esperienza di “Dirt” è incancellabile.
La psichedelia visionaria, l’intransigenza metal, le diminuzioni tonali più suggestive ed introverse, le sovrapposizioni vocali schizofreniche e sfasate… Parlare di grunge (premettendo doverosamente che al termine, è più facile corrisponda, a questo punto, un luogo più che un genere), sarebbe estremamente riduttivo. Piuttosto, un esperimento compositivo che, soprattutto, dia possibilità di raccontarsi alla tossicodipendenza di Staley; ma che anche, più in generale, narri di frustrazioni e spettri, dipinga coloratissime agonie. E così, s’assiste allo spettacolo dell’elettricità distorta di chitarre che possono lagnarsi, gemere od urlare, ruggire; d’eufonie coristiche che, pur viaggiando ritmicamente all’unisono, si discostano sempre di terze, quinte, o seste, dando luogo ad un effetto di gravissimo DPM; di decisi tempi precisi entro cui far rientrare l’intera gamma emozionale. “Dirt” è perverso, amaro e disilluso; “Dirt” è duro, spigoloso ed ostile; “Dirt” è estremamente sentito e poetico. La rovinosa caduta d’un angelo cui siano state strappate le ali; la vorticosa discesa negl’infernali abissi d’un uomo distrutto e segnato; il gusto insano che ci si prova, a compatirli entrambi, perché potremmo, in qualche modo, essere (stati) noi.

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