Home > Recensioni > Alien: Covenant

In “Alien: Covenant” sono passati 10 anni dagli eventi narrati in “Prometheus” (2012), alla fine del quale la dottoressa Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e il sintetico David (Michael Fassbender) si preparavano a lasciare la luna LV-223 per raggiungere il pianeta natale degli Ingegneri.  

L’astronave Covenant, un vascello d’esplorazione diretto verso Origae-6 che trasporta 2000 coloni addormentati nell’iper-sonno, viene danneggiata da un’esplosione stellare, che provoca decine di vittime tra passeggeri ed equipaggio. L’equipaggio superstite, svegliato dal sonno criogenico e restio a immergersi nuovamente nelle capsule, decide di tracciare una nuova rotta verso un pianeta sconosciuto, ma potenzialmente ospitale e molto più vicino di Origae-6, dal quale proviene un segnale interpretabile come la trasmissione di una forma di vita senziente. Il pianeta, però, si rivelerà meno ospitale del previsto…

Con “Prometheus” Ridley Scott sognava di gettare le basi per realizzare il proprio Paradiso Perduto (non a caso, il titolo di lavorazione di “Alien: Covenant” era “Paradise Lost”), trasformare, cioè, la saga di “Alien” in un grande poema epico, creare un’intera mitologia con cui spiegare l’origine del Mondo e di quell’Universo da lui creato nel 1979.

Voleva, in sostanza, fare qualcosa di simile a quello che Howard Phillips Lovecraft aveva fatto con il “Ciclo di Cthulhu”, elaborando una specifica cronologia cosmica e sviluppando a sua volta una sorta di personale cosmicismo, quasi antitetico a quello dello scrittore di Providence. Laddove, infatti, Lovecraft basava la sua complessa mitologia sull’irrilevanza dell’essere umano di fronte alla vastità del Cosmo e sul profondo disprezzo per le sovrastrutture religiose, Scott puntava ad accogliere quelle sovrastrutture, facendo dell’umanità il fulcro intorno al quale costruire la propria Teogonia.

Così, in un miscuglio un po’ sbrigativo ma, tutto sommato, interessante di creazionismo, evoluzionismo e ingegneria genetica, Ridley Scott aveva iniziato a dare forma alla sua personale storia dell’Uomo alla ricerca del proprio creatore, includendo riferimenti puntuali a varie tradizioni, come quella vicino-orientale (con la chiara allusione al mito mesopotamico di Enki e la creazione dell’uomo nell’impressionate sequenza iniziale di “Prometheus”), classica e, soprattutto, giudaico-cristiana, immaginando diversi scenari che avrebbero portato, addirittura, a postulare un’origine extraterrestre per il Cristo (è lo stesso Scott a confermarcelo in questa intervista del 2012).

Una visione ambiziosa e a tratti delirante in cui, probabilmente, non potevano trovare spazio gli xenomorfi e la dimensione più horror del franchise, elementi che in “Prometheus” vengono avvertiti come posticci e incongruenti, buttati nel calderone solo perché – è lecito pensarlo – la produzione non avrebbe mai accettato di finanziare un film di “Alien” che non includesse almeno un progenitore di quel «perfetto organismo, non offuscato da coscienza, rimorsi o illusioni di moralità» che, da sempre, ha decretato il successo della saga.

Se “Prometheus” appariva come un compromesso incompiuto e un po’ furbo, ma in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, “Alien: Covenant” porta il franchise ad uno dei suoi punti più bassi.

Il problema principale di “Alien: Covenant” è quello di voler essere troppe cose insieme, finendo per diventare una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi.

In qualche modo, è possibile separare il film in blocchi giustapposti: il primo e il terzo atto sembrano quasi replicare tono e struttura del capostipite della saga, in una sorta remake decisamente meno claustrofobico, essenziale ed efficace; il  secondo atto, nucleo centrale della narrazione, cerca di portare avanti il progetto cosmogonico del primo prequel.

In un tentativo disperato di rimanere aggrappato al progetto originale, Scott prova goffamente a dare a mettere ordine nel caos creato da “Prometheus” e ad indagare sul rapporto tra creatori e creature, legando a doppio filo le esistenze di Ingegneri, uomini, sintetici e xenomorfi. Tutto questo è concepito male, scritto peggio e trasformato in una sorta di parodia dozzinale di grandi classici della letteratura fantascientifica che preferisco non citare per non rivelare troppo della trama.

Colpisce, inoltre, come un film così preoccupato di dire qualcosa di significativo sul genere umano e sul ruolo di quest’ultimo nell’Universo, si dimentichi di dare ai propri personaggi la benché minima specificità. L’equipaggio è formato da figure senza volto, sprovvisti di ogni peculiarità, a parte forse quella fede cristiana ribadita più volte del Primo Ufficiale Oram (Billy Crudup), che si tradurrà in un elemento del tutto marginale. 

Persino Daniels (Katherine Waterston), ruolo che, almeno sulla carta, rievoca quello di una delle più rilevanti eroine femminili di sempre, Ellen Ripley (Sigourney Weaver) , si rivelerà un personaggio ben poco incisivo. 

Il compito più ingrato, però, tocca a Michael Fassbender, nella doppia parte dei sintetici David e Walter, costretto a farsi carico di alcuni dei peggiori dialoghi dell’intero film. 

Non mancano, certo, buone sequenze dal punto di vista visivo e qualche trovata interessante che sarebbe stata valorizzata di più in un horror puro, mentre nella realizzazione degli xenomorfi si esagera forse un po’ troppo nell’utilizzo della CGI, con un impiego del protestico più limitato. Ma mi rendo conto che nel 2017 questo sia sostanzialmente un problema solo mio.

Come avrete capito, “Alien: Covenant” è un pasticcio inconsistente e sconclusionato che dimostra quando Ridley Scott abbia perso il controllo della propria creazione. La creatura si è ribellata al folle creatore. C’è dell’ironia tragica in tutto questo.

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