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All in the name of rock’n’roll

Tira aria di nostalgia questa sera a Milano, una nostalgia che trae nutrimento dall’umida atmosfera di cui è permeata la città in questa uggiosa serata di Febbraio. Tra poco saliranno sul palco i Great White, sopravvissuti e sopravviventi di quella che fu la scena losangelena targata anni ’80. Sopravvissuti anche in senso non strettamente metaforico, ricorderete infatti il terribile incendio che si scatenò 5 anni or sono all’interno del club The Station di West Warwick (Rhode Island) proprio durante uno show della band, incendio innescato dai pyros utilizzati sul palco, e che reclamò la vita di un centinaio di persone, tra cui quella del chitarrista della band Ty Longley. Un manipolo di fedelissimi accede al locale e si affretta a conquistare le prime file – missione non esattamente impossibile, dal momento che lo show è tutto tranne che sold-out. Come si suol dire, pochi, ma buoni. È la musica dei Tool, largamente diffusa nel locale, ad intrattenerci nell’attesa che l’evento abbia inizio – strana scelta per introdurre una band che si posiziona esattamente agli antipodi della proposta musicale di Maynard Keenan e soci.

Alle 09:20 i Great White irrompono sul palco, ed è subito rock’n’roll allo stato brado: sono i riff assassini di “Desert Moon” ed il quasi mezzo secolo a testa dei 5 squali bianchi a rammentarci che la musica non ha e mai avrà età. Jack Russell è fisicamente irriconoscibile, i lunghi capelli biondi sono un lontano ricordo, il giro vita è probabilmente raddoppiato negli ultimi venticinque anni, ma la voce ed il suo caratteristico timbro vocale sono ancora ben presenti, segnati dal tempo quanto basta per renderli più vissuti. Al suo fianco il chitarrista “storico” della band, Mark Kendall, macina riff come se non ci fosse un domani. Anche nel suo caso i capelli brillano per la loro assenza, ma è il look in perfetto stile “man in black” a colpire per dissonanza con gli eccessi di hairspray e spandex che ne avevano contraddistinto i suoi anni ’80. Il lato opposto dello stage è dominato dalla diminutiva presenza del folletto Michael Lardie, chitarra, tastiere e anima melodica della band fin dai tempi di “Shot In The Dark”, lo stesso album in cui alla batteria si insediò Audie Desbrow (correva l’anno 1986), Tra i quattro membri storici si intrufola prepotentemente il “giovanotto” della compagnia, Sean McNabb – 43 anni, già bassista di Quiet Riot e House Of Lords, un vulcano in piena eruzione che per tutta la durata dello show non perderà occasione per movimentare la vita dei suoi più anziani compagni.

L’anima blues della band si esprime in tutta la sua sacralità nel secondo brano in scaletta, “Old Rose Motel” ma soprattutto nella classicissima e straziante “House Of Broken Love”, che infiammerà poco dopo il palco dell’Alcatraz. Sono però gli highlights di una carriera oramai quasi venticinquennale a richiamare l’attenzione di un pubblico più attento che rumoroso: “Face The Day”, “Rollin’ Stoned” e “On Your Knees” risvegliano gli animi e regalano finalmente a Jack Russell il piacere di “sentire” la voce dei milanesi. Divertente, tra l’altro, il siparietto in cui Russell intravede tra la folla un telefonino alzato, che provvede immediatamente a richiedere e ad usare insieme al microfono – possiamo immaginare l’espressione di colui che stava dall’altro capo.

Il cantante con una mossa a metà strada tra il generoso e lo strategico lascia periodicamente la scena ai propri compagni: Mark Kendall ci propone infatti il blues fangoso di “Kill That Red Rooster” dal suo progetto solista “Two Point Zero”, Sean McNabb ci intrattiene con una cover di “Day Of The Eagle” di Robin Trower, mentre Michael Lardie interpreterà una sognante “Lovin’ Kind”. Pochissimo lo spazio dedicato al nuovo album “Back To The Rhythm”, che verrà rappresentato solo dalla title-track. Sulle note di una “Once Bitten Shy” acclamata a gran voce dalle prime file, i Great White chiudono una performance non stratosferica ma vibrante e, soprattutto, dannatamente onesta. Unico rimpianto, la mancata inclusione di “Mistabone”, “Wasted Rock Ranger” e della cover di “No Quarter” degli Zep, previste nella set-list ma al lato pratico saltate a pie’ pari, sembra per evitare uno sforzo eccessivo alla voce di Russell, a quanto pare non esattamente al top della condizione fisica.

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