Home > Recensioni > All That Remains: Overcome

E tutto ciò che rimane è solo melodia

Rischia di classificarsi come un prodotto “usa e getta”, tipicamente concepito per il mercato americano, il quarto album degli All That Remains. Meno brutalità rispetto al passato, elementi di nu metal disseminati ovunque ed una compromettente attenzione al lato melodico del sound sono i nei che faranno scemare, in pochi ascolti, l’attenzione per il disco.

Gli statunitensi hanno inteso tributare, sino alla pantomima, il tutt’altro che variegato scenario scandinavo del melodic death.
A braccetto con gli ultimi Trivium, dunque, e con i Soilwork, ma con impasti di classic metal ed esasperate raffiche di doppia cassa, “Overcome” è ruffiano e limitato. Pur dimensionato in un habitat sinfonico e potente, il songwriting è svuotato di significato laddove, come succede in quasi tutto il platter, si limita a costruire una serie di refrain ed a inventarvi attorno una struttura in sé per sé finalizzata ad essi soltanto.
Senza più un’identità di appartenenza, dunque, il metalcore degli ATR appare al seguito del solo obiettivo commerciale.

A comprova della valenza easy listening, il vocal clean di Philip Labonte sostituisce sempre più l’originario screaming. Né l’omaggio ai connazionali Nevermore, nella conclusiva “Believe In Nothing”, serve a recuperare credibilità per una band che, nei precedenti lavori, era invece riuscita a convincere ben più di una sparuta mischia di fan.

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