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  • Allen/Lande: The Battle

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Where have the angels gone?

Viene facile pensare che a volere un album che vedesse insieme, impegnati dietro la stessa barricata, l’americano Russell Allen e il norvegese Jorn Lande, fossero davvero in tanti. Solo che magari per scaramanzia non osavano chiederlo, e i due ci hanno così pensato da soli, a pubblicare un prodotto che cercasse di accontentare fan ed estro artistico… insieme alla propria pancia.
“The Battle”, a conti fatti si rivela però un album che non riesce ad evitare qualche dubbio o perplessità di troppo.
Per quel che riguarda l’aspetto formale e stilistico, questo lavoro si compone di una buona base hard rock, sulla quale appoggiano riff metallici, e melodie e armonie AOR. Una miscela che convince sì, ma come si è accennato, non sempre e comunque. A causa del songwriting, per esempio, figlio di un mix di influenze non meglio distinguibili, che risulta piacevole ma non ovunque entusiasmante, e qualche volta, a dire il vero, si ? tentati di pensare che alcuni pezzi facciano forse troppo affidamento sul talento e sui trascorsi dei due singer. Certo non mancano le belle sorprese, come “Hunter’s Night”, che può ricordare atmosfere vicine ai Symphony X, oppure la ballad pianistica “Reach A Little Longer” (non che “The Forgotten Ones”, altra ballad, sia da meno), che potrebbe essere accostata ai Millenium di “Hourglass”, impreziosita dall’interpretazione di Jorn Lande. Citiamo poi “Where Have The Angels Gone”, una composizione piuttosto canonica, ma dinamica e melodica, molto ben interpretata dal solito, superlativo, Lande, oppure l’heavy “Universe Of Light”, che vede protagonista Russel Allen.
Parlando proprio delle performance dei Nostri c’é da sottolineare come Allen e Lande a volte non riescano a risultare coinvolgenti ed emozionanti come hanno saputo fare in altre occasioni, quasi non fossero riusciti a immergersi completamente nel feeling delle canzoni scritte da Magnus Karlsson (Last Tribe, autore di tutti i pezzi e vero deus ex-machina del progetto). Siamo convinti che un ruolo più attivo dei due singer in fase di composizione, avrebbe giovato. Noi abbiamo l’impressione che i pezzi qui contenuti siano stati scritti per un cantante, non per due – i quali, per di più, hanno timbrica e background sì diverso ma, sotto, sotto, nenache più di tanto (diciamola così: se Lande ha una voce simil-Coverdale, Allen certo non è simil-Hughes).
Sommando algebricamente tutti questi elementi di segno opposto, il risultato che ci ritroviamo tra le mani è indubbiamente un disco capace di fare ottima compagnia, anche di emozionare in alcuni momenti e di accattivarsi le simpatie di tanti, ma che in fin dei conti non risulta così imprescindibile all’interno delle discografie dei due cantanti. E oggi, questo, ha un po’ il sapore di occasione persa.

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