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Falso d’autore

Bisogna disporre di innate doti artistiche per non avere nulla da dire e trovare ugualmente il modo di dirlo per 52 minuti. Musica desueta, stereotipata e non brillante per il terzo album di Gary Pihl, David Lauser, Alan Ftzgerald e Robert Berry. Ma una produzione con i nastrini ed una capacità evocativa del rock anglosassone degli ultimi due decenni salva il prodotto dagli ozi ed, anzi, lo rende discretamente appetibile. L’abitudine è quasi una seconda natura, insegnava Aristotele, ed i nostri non hanno perso la velleità per le melodie leggere ed ariose, per il rock contaminato da elementi elettronici e da inserzioni acustiche, per un cantato deciso, ma edulcorato dai cori. Come i Bad English, i Journey, i Night Ranger, i Kansan e così dicendo, gli Alliance si inseriscono in quel filone di Hard Rock perennemente al confine con l’A.O.R., crocevia tra la tradizione britannica e quegli elementi solari ed easy, tipici invece del sound a stelle e strisce.
La parte del leone viene inevitabilmente svolta dal frontman, laddove, come in quelle proposte caratterizzate da un’intrinseca banalità, è proprio l’interpretazione a fare la differenza. Così, in un’infinita serie di rimandi e citazioni, l’album si lascia facilmente e distrattamente ascoltare. Se da un lato sono assenti hits scalaclassifiche (come fu, in passato, con “I’d Give Anything”), dall’altro lato un’uniformità di fondo garantisce anche l’assenza di cali emotivi.
Ma, come sempre succede, anche in questo caso il giudizio è fortemente influenzato dall’aspettativa. Frustrata.

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