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Almamegretta: Radici radicali

Che gli Almamegretta non siano un gruppo facile alla resa è ormai noto. Curioso è invece notare che dopo tali e tante difficoltà i Nostri abbiano ancora il coraggio e la forza di proporsi come spinta innovativa all’interno di musiche oramai pienamente assorbite dalla cultura popolare. Resta paradossalmente, proprio per questo motivo, il problema di scostarsi dai punti di riferimento acquisiti e dalle facili tentazioni critiche contro le derive percepite come reggae degenerato (e, per molti, purtroppo, degenerato in quanto reggae) o come declinazioni abusate di materiale già sperimentato. Naturalmente, il problema sta nell’occhio di chi guarda, ché, nonostante certamente le fondamenta sonore rimangano tali per stile e tradizione, lo scavo all’interno delle possibilità musicali del gruppo continua imperterrito verso forme personali e per alcuni versi innovative. Oltre a questo spirito di ricerca, inoltre, resta la qualità e la consistenza dei brani musicali dell’ultimo “Vulgus”, lavoro di scrittura e riflessione, su se stessi, sul mondo e sulle (proprie) musiche. Bentornati tra le note degli Almamegretta.

Viene naturale partire rifacendosi a quanto sta succedendo oggi in Italia e in particolare a Napoli. Da una parte una situazione di incuria politica, morale ed economica che va avanti da troppo, dall’altra le strade che si caricano sempre più di violenza e intolleranza e guerre tra poveri. Realisticamente, cosa credete sia in vostro potere di fare per cambiare lo stato delle cose, in quanto Almamegretta, realtà musicale radicata nel presente italiano? Ripensando agli esordi, all’Officina 99, le collaborazioni con Bisca e 99 Posse, la Pantera, quali pensate possano essere i lasciti più positivi e concreti di quelle esperienze? E qual è, ora, la possibilità di intervenire concretamente sul tessuto sociale tramite la musica, le sperimentazioni o le esperienze dei centri sociali et similia?
G.t.: Non credo che la musica da sola possa incidere più di tanto sulla realtà sociale. Forse il contributo che può dare consiste nell’aiutare chi ne ha voglia a riflettere sulla realtà che stiamo vivendo. I primi anni ’90 sembrano ormai lontani, soprattutto se si considera l’atmosfera che il quel periodo si viveva a Napoli: il cosiddetto rinascimento napoletano è ormai naufragato in un mare di monnezza, compromettendo seriamente la possibilità che la città potesse diventare una moderna metropoli del Mediterraneo.

Un elemento fondamentale della vostra musica è sempre stato il meticciato inteso non tanto come una fusione a freddo di stili diversi, ma come la coscienza musicale di un terreno e delle radici comuni, utili per rimettere in discussione l’esistente e il vissuto personale. In questo senso credo abbiate sempre fatto un’opera di “divulgazione” eccezionale per quanto riguarda suoni altri e tradizioni anche non partenopee, ma allo stesso tempo mi sembra che il bacino di utenza si sia, per così dire, un poco fermato. Quasi che all’indubbia e graduale evoluzione del suono non sia corrisposta una parallela attenzione critica. Eppure ascoltando Vulgus stupisce accorgersi che l’impianto di base è solido e denso e le novità non vengono con l’ansia dell’innovazione a tutti i costi ma con un continuo labor lime sugli elementi fondamentali del suono. Dal basso, alla componente vocale o la rielaborazione di musiche popolari. In questo senso credete sia possibile la vostra musica sia rimasta in parte legata a un immaginario fatto di centri sociali, piazze e certe tendenze politiche, risentendo inevitabilmente di un approccio per certi versi più limitato da parte del pubblico? Oppure è possibile che abbia genuinamente spinto chi l’ascolta a scoprire radici altrui, o reinventarsi le proprie? Credete che ci siano stati artisti che dai vostri risultati e intuizioni siano partiti per arrivare ad altre musiche, altri suoni e umori; se sì, per esempio, chi citereste? Di tutte le esperienze musicali a voi più o meno coeve quali pensate fossero i progetti più solidi e interessanti?
G.t.: Il nostro immaginario non è certo legato ai centri sociali, piazze, ecc. Se fosse così sarebbe un orizzonte veramente limitato. Questo è un problema di chi ci ha sempre affibbiato delle facili etichette. Noi non facciamo propaganda, non l’abbiamo mai fatta. Tentiamo di fare della musica che piaccia innazitutto a noi. Poi se ci sono altri che condividono il nostro gusto, non può che farci piacere. Quando abbiamo iniziato la nostra carriera erano centinaia le band che suonavano in situazioni del genere, anche perché era più facile esibirsi lì che in altri posti, considerato l’endemica mancanza di strutture per la musica live in Italia.
È capitato molte volte che qualcuno ci ha detto che grazie a noi, ha scoperto altri mondi musicali. E questa è una delle cose che più ci fa piacere. Se riusciamo a stimolare la curiosità di chi ci ascolta, abbiamo centrato il nostro obiettivo.
[PAGEBREAK] La produzione di Vulgus rasenta la perfezione, i suoni sono allo stesso tempo chiari, ben delineati ma anche “ambigui”, nel senso delle tecniche usate anche nel dub, con fantasmi e eco sonore che si ripresentano continuamente. Quanto pensate sia importante poter disporre di mezzi e tecnologie di qualità per le proprie canzoni? Fermo restando ovviamente che le canzoni hanno valore in sé, non mi sembra siano pochi i casi in Italia di lavori menomati da produzioni non adatte o discutibili. In questo ambito quale pensate sia la situazione del panorama italiano negli ultimi anni e quali pensate siano alcuni produttori/studi/stili, italiani e non, meritevoli di essere presi in considerazione in maniera sostanziale? Nell’ambito più ristretto della cultura reggae/dub quali sono stati gli artisti per voi più influenti sotto il profilo della produzione sonora? Cosa ne pensate del lavoro di artisti quali Fourtet o Timbaland, e più in generale trovate ci siano musicisti interessanti in ambito “elettronico” in grado di creare suoni nuovi e magari di far incontrare la musica popolare e la musica di ricerca?
G.t.: In Italia esiste poco una “cultura” del suono. È un elemento che tradizionalmente non fa parte del bagaglio della musica italiana e che dimostra come da noi si viva una situazione sostanzialmente provinciale che stenta ad aggiornarsi.
I mezzi tecnici sono relativi, anche se sempre di più condizionano il modo di produrre musica. Si potrebbe dire che esiste un rapporto dialettico tra contenuti e mezzi. Senza dubbio la tecnologia influenza e contribuisce al cambiamento dell’espressione musicale, ma contemporaneamente accade anche l’inverso.
Ma al di là di tutto questo la cosa importante rimane quello che hai da dire, quello che vuoi trasmettere. Per fare buona musica è essenziale riuscire ad emozionare chi ascolta. Il resto diventa secondario.
Il panorama musicale oggi è molto vario e frastagliato. Non penso che si possa indicare una sola tendenza che rappresenti in modo univoco l’inizio del secolo.
Per quel che ci riguarda, abbiamo tratto grande ispirazione e appreso molto dall’ascolto attento delle produzioni dell’On U Sound di Adrian Sherwood, di Bill Laswell e dei Massive Attack. Questi sono stati i nostri punti di partenza.

Un aspetto che ho trovato semplicemente fantastico è quello relativo al discorso sulle voci e i linguaggi utilizzati. A fronte di una varietà incredibile trovano spazio anche voci non convenzionali come Piero Brega e Peppe Lanzetta.Come sono nati questi incontri, e nel caso di Piero cosa vi lega alla musica del Canzoniere del Lazio e cosa vi ha colpito della loro musica e del modo di essere? Data la varietà delle collaborazioni, come vi siete organizzati nella costruzione dei brani, tendevate a creare prima la struttura su cui inserire la voce, oppure in qualche caso la voce ha ispirato l’andamento e lo stile della canzone?
Anche per quanto riguarda più strettamente il linguaggio, ho apprezzato moltissimo i testi, in generale molto duri, che vanno a colpire questioni centrali della nostra società come il risentimento, l’amore deluso, l’insoddisfazione, la camorra (“Guarda annanz’”?), etc. quasi come se si trattasse di un neorealismo nero in grado di rendere davvero lo stato delle cose, nonostante la volontà di andare avanti (della serie “comme so’ brutte ‘sti pensieri”); ma sono davvero tempi così bui? E a fronte degli ultimi cambiamenti politici, in caso “non vi tornasse qualcosa” che ruolo pensate potrebbe svolgere la musica e la cultura in questo senso? A margine, ascoltando il vostro nuovo lavoro mi è venuto in mente “Mentre fuori piove” degli Africa Unite, che attraverso la solarità di certe musiche delineava però paesaggi tutt’altro che rilassati e positivi. Cosa ne pensate dell’utilizzazione del dub e delle basse frequenze per stimolare stati mentali tutt’altro che positivi, da Scorn all’attuale dubstep? E specificatamente quale è il vostro giudizio di merito sul dubstep, lo ritenete un’etichetta appiccicata a materiale eterogeneo oppure nasconde davvero i semi di qualcosa di nuovo?

G.t.: Con Piero ci conosciamo da un po’ di tempo. Qualche anno fa facemmo un mini-tour che si chiamava Contagio, che metteva insieme gli Alma con musicisti provenienti dal Canzoniere del Lazio e dal progetto Carnascialia. Ci trovammo molto bene anchè perché ci fu una vera fusione tra musicisti provenienti da stili e generazioni diverse. Il loro lavoro ci è sembrato molto simile al nostro. Quello che ci accomuna è il tentativo di inserire elementi di musica popolare in un contesto moderno ed attuale.
Invece con Peppe non avevamo mai collaborato. Lui ha sempre scritto di tematiche a noi vicine e che sono state spesso al centro dei nostri testi, per cui l’incontro con lui è stato del tutto naturale. Anzi sembrava che ci conoscessimo da sempre.
Il lavoro con cantanti diversi è stato fatto seguendo più o meno la stessa linea: noi abbiamo proposto una o più basi e dopo la registrazione della parte vocale, i brani hanno avuto un’ ulteriore e decisiva modifica tenendo sempre ben presente l’intepretazione del cantante.
Tornando al dub, lo abbiamo sempre inteso, come un filone musicale pieno di inquietudini, ossessivo e certe volte anche cupo, senza però rinunciare alla necessaria dose di ironia.

Al di là di tutto questo anche l’aspetto più propriamente vocale, nel senso delle tecniche, dei toni, delle cadenze utilizzate è vario, stimolante e puntuale nel rintracciare lo stato delle cose per quanto riguarda tradizioni piuttosto diverse tra loro. Penso per esempio a Peppe Lanzetta, non nuovo a collaborazioni con altri musicisti, che in questo caso sembra appartenere da sempre alla famiglia Alma. Come è avvenuto l’incontro e quali sono gli aspetti del suo lavoro, della sua voce, del suo modo di porsi o lavorare che più trovate stimolanti? Preso atto del fatto che sarebbe comunque da approfondire ogni singolo contributo vocale, considerando le diversità e le qualità, non posso tralasciare di chiedervi di Horace Andy: la canzone, intanto, è semplicemente bellissima, e per quanto riguarda gli aspetti per così dire pratici, come lavora Horace, quali sono i suoi punti di forza o le caratteristiche che lo distinguono dal resto? Chi pensate sia in grado teoricamente di raccogliere l’eredità di questo grandissimo musicista?
PPP: Per quanto riguarda il featuring di Horace Andy si e’ trattato di una nostra precisa volonta’.
Volevamo inserire in questo disco un brano con una grossa connotazione reggae da parte della voce, avevamo l’intenzione di utilizzare la voce di un cantante reggae classico, tradizionale, per poi magari provare a fonderlo con le nostre atmosfere che, seppur caratterizzate quasi sempre da una forte influenza reggae, in realta’ poi sono sempre fortemente “impure” e contaminate.
Avendo da sempre un canale preferenziale con i Massive Attack (collaborazioni passate, amicizie personali ecc.) ci siamo chiesti se non fosse il caso di provare a contattare proprio Horace (che dei massive e’ un collaboratore fisso), lui e’ una specie di monumento vivente di questo genere…
In studio (a Londra) abbiamo passato una giornata serena insieme, lui ha molto apprezzato i grooves che gli avevamo proposto via mail, ed e’arrivato gia’ con un’ idea, quella di recuperare un suo vecchio classico “Just Say Who” . Appena e’ iniziata la session e lui ha cominciato a cantare, ci siamo resi conto che la sua era stata un’ottima idea!
[PAGEBREAK] Pensando al teatro, visto che sia Peppe Lanzetta che Raiz l’hanno frequentato molto, viene quasi da pensare che oggi quella funzione di incontro popolare venga svolta più efficacemente dalla musica, magari proprio da gruppi come voi. Anche considerando che progetti come il vostro in un certo senso si fanno eredi della tradizione orale in grado di dare continuità alla memoria aggiornandola alle strade di oggi. Con l’avvento di internet e derivati, i media della comunicazione, la modernità, cosa è cambiato nel modo di comunicare e credete abbia influito anche sulla musica? Considerando la tradizione reggae/dub, particolarmente portata a raccontare gli umori e le vicende quotidiane, pensate sia importante cogliere quello che succede nel mondo in tempo reale oppure ritenete più interessante confrontarvi in primis con voi stessi e con le vostre idee? Per quanto riguarda il teatro avete mai pensato di proporvi, in quanto Almamegretta, per qualche collaborazione; conoscete personalità/gruppi teatrali interessanti in Italia e credete che possano aver in qualche caso stimolato la vostra musica?
PPP: I concerti rimangono sempre un momento fondamentale per chi fa musica, il rapporto diretto con chi ti ascolta ti fa capire molto di piu’ e meglio quello che stai facendo.
La velocita’ dei media contemporanei ha cambiato il modo di ascoltare musica,’ grazie all’enorme diffusione e la facile reperibilita’, l’ascoltatore e’ molto piu’ padrone delle proprie scelte, non ha piu’ bisogno di un guru che gli indichi la via, o di un critico musicale che gli dica se un disco e’ bello o meno, in questo senso anche l’idea di genere musicale o di scena (recinti inventati da chi ci raccontava la musica) perdono un po’ il loro senso.
Per quanto riguarda noi musicisti,l’avvento di internet ha modificato il modo di comunicare e diffondere le proprie idee e i propri progetti, gli addetti ai lavori ne hanno tratto dei benefici in termini di diffusione e globalizzazione, ma ne hanno anche subito forti conseguenze negative in termini commerciali. I supporti musicali hanno avuto e continuano ad avere una crisi di vendite leggendaria. Qualsiasi altro settore avrebbe chiuso i battenti di fronte a tale disastro. Ma e’ evidente che si tratta solo di un mutamento storico al quale bisognera’ adeguarsi.

Tornando a Piero Brega e a “E da piccolo fanciullo incominciai”, mi ha colpito moltissimo sia sotto il profilo musicale che per quanto riguarda le liriche. La musica è praticamente l’incontro perfetto tra dub, musica popolare romana e contorni praticamente mediorientali. Che il modo per riscoprire la tradizione nel senso della modernità oggi come oggi sia solo il ricorso a tradizioni, anche musicali, altrui, come reggae o dub? In questo senso cosa pensate di un gruppo come gli Ardecore, che propongono rivisitazioni della tradizione popolare in senso moderno? Quali possono essere oggi alcuni degli artisti più significativi che lavorano con la tradizione popolare italiana?
PPP: Per noi il confronto con la tradizione popolare italiana e’ stato sempre cruciale, sapevamo di “stare sulle spalle di un gigante” e abbiamo sempre cercato di cogliere il lato tribale, ancestrale e trancy fortemente presente nella musica delle nostre terre. La Campania e la Puglia conservano un patrimonio di memoria musicale straordinario, il quale perfettamente si sposa con le atmosfere che ci prefiggiamo di creare.

Curiosità personale: continuerete con operazioni come quella di “Dubfellas” o con dischi programmaticamente orientati alla sperimentazione? Volendo consigliare ai lettori una top five di dischi reggae/dub/rocksteady/etc che hanno marchiato la vostra evoluzione o in generale l’infallibile scienza dei bassi, chi citereste? A ogni modo nel disco il suono dei bassi è di altissimo livello; quali sono i passi che credete siano stati più utili per arrivare ad avere questa padronanza del suono e delle dinamiche? Quali gli artisti, sia del passato che del presente, che secondo voi stanno facendo il lavoro più interessante in questo senso?
PPP: Ci sara’ sicuramente un nuovo capitolo di Dubfellas a breve. Riguardo alla top five come ti dicevamo siamo molto legati alla On-U Sound, quindi sicuramente qualche titolo dei Dub Syndicate o degli African Head Charge, e al lavoro svolto a New York da Bill Laswell.
Per quanto riguarda il presente mi sembra apprezzabile il lavoro di Burial, Ramadanman, Kode 69 e altri giovani produttori che stanno cercando di rinnovare la scena dub in maniera molto cosciente.
[PAGEBREAK] Un altro aspetto che mi ha particolarmente colpito e va di pari passo con la componente musicale è quello relativo al discorso geografico. Gli stili e gli stimoli culturali sembrano derivare da diversi luoghi del mondo, quasi come se le canzoni fossero nate in riferimento a determinati spazi o letteralmente in luoghi particolari del mondo. Cosa potete dirmi a questo proposito e qual è il vostro rapporto con il vostro ambiente e le vostre città, ora che la carriera prosegue da moltissimi anni e immagino vi avrà portati a viaggiare moltissimo? In riferimento ai sound system estemporanei o rispetto ad alcune realtà uniche nel rapporto con il proprio territorio, quali credete siano, se ve ne sono, alcuni modelli ben rappresentativi di una modalità inedita di viversi il territorio?
PPP: Il nostro rapporto con il nostro territorio e’, per ovvie ragioni, di odio/amore.
La nostra citta’ vive contraddizioni troppo forti e complesse ed e’ difficilissimo trarne un’analisi o pensare ad una ricetta.
Andare in giro a suonare (che e’ molto diverso da viaggiare) e’ comunque di vitale importanza perche’ ti allarga gli orizzonti. Ti ricorda che esiste un possibile “altro”, ti mette continuamente a confronto anche con te stesso. In questo siamo assolutamente privilegiati.

“Black Wave” nell’apparente cupezza dello sfondo in realtà nasconde la speranza e personalmente mi ha portato alla mente i Massive Attack . Al di là di questo cosa ne pensate degli ultimi sviluppi del loro suono, anche magari rispetto a un altro eccellente ritorno come quello dei Portishead? E più in generale cosa rimane di tutti quei gruppi con cui agli inizi della vostra carriera condividevate se non un’estetica quantomeno una ricerca simile?
PPP: I Massive Attack nonostante una serie di vicissitudini interne (anche in questo siamo accomunati) continuano secondo me in maniera magistrale il loro viaggio. Tutto il percorso fatto fin’ora mi e’ sembrato estremamente coerente per quanto cangiante.
Continuano ad avere tutto il mio personale rispetto. I Portishead hanno fatto un gran bel disco, e non hanno tradito un’attesa lunghissima.
È chiaro che a distanza di anni solo cio’ che realmente valeva e’ rimasto, ma questo vale sempre. Quando una “scena” e’ al suo apice si rischia sempre una sovraproduzione. Poi,col tempo, tutto cio’ che non aveva un valore reale ma viveva di riflesso va nel dimenticatoio.

L’aspetto grafico con il supporto di Mimmo Paladino ancora una volta è di prima grandezza; come lo avete incontrato, cosa vi ha colpito di lui e del suo modo di lavorare? Come organizzate il lavoro insieme? Quali sono le sue opere che ritenete più significative? Nell’ambito dell’arte grafica quali pensate siano alcuni artisti particolarmente rilevanti sia in Italia che all’estero?
G.t.: Mimmo è stato sempre un nostro estimatore, ma noi non lo sapevamo. Un critico d’arte amico di di D.RaD ci comunicò la cosa e ci suggerì di contattarlo e chiedergli di disegnare la copertina dell’album “Sciuoglie ‘e cane” del 2003. Da allora è nato un rapporto di collaborazione che ci ha portato anche alla copertina di Vulgus, che, come è evidente, interpreta visivamente il contenuto del disco in maniera magistrale.
Mimmo ci manda i primi bozzetti dopo aver ascoltato i rough mix che gli inviamo. Sulla base delle sue prime proposte ci si sente e si procede ai passaggi successivi fino ad arrivare al prodotto finale solo quando entrambi ci riteniamo soddisfatti del risultato ottenuto.

Capitolo Lucariello: come lo avete incontrato? Cosa ne pensate della collaborazione con Co’ Sang, cosa ne pensate di loro e in generale oggi com’è la situazione dell’hip hop a Napoli? Molto interessante la collaborazione/ispirazione con Saviano su “Cappotto di legno”, cosa ne pensate di quello che ha scritto e della situazione in cui si trova; come ha vissuto la breve esperienza a Anno Zero di Santoro? Viene naturale chiederlo anche in riferimento ai disordini di Chiaiano, da cui se non sbaglio proprio Lucariello proviene, come vivete questa situazione e in particolare cosa ne pensate del programma di discariche in quelle zone?
G.t.: Ho conosciuto Lucariello durante una rassegna che si tenne a Napoli vari anni fa e dopo poco tempo gli chiesi di collaborare al progetto Alma. Lui è stato molto presente nella scena hip-hop napoletana fin dall’inizio, per cui le sue varie colloborazioni all’interno di quest’area sono state del tutto naturali.
Credo che la scena rap napoletana sia una delle cose più vive che in questo momento ci sono in città, riuscendo a raccontare le contraddizioni e la vita dei ragazzi nei quartieri urbani e dell’hinterland, riconducendo l’hip-hop alla sua funzione originale di musica che viene dalla strada. Sicuramente i Co’ Sang sono i principali esponenti di questo movimento.
Non è un caso, alla luce di tutto ciò, che nasca un brano come “Cappotto di legno”.
[PAGEBREAK] Sulla situazione musicale italiana, viene da pensare che a prescindere dai gusti personali, negli ultimi anni siano stati molti i gruppi/progetti in grado di rifarsi all’etica del do it yourself grazie alle nuove tecnologie, con autoproduzioni, promozione più vicina al passaparola della strada, etc. In questo modo sono andati formandosi collegamenti e link sotterranei che stanno facendo crescere moltissimo soprattutto i movimenti underground, mettendo le basi per un qualcosa di solido e competitivo. Rifacendoci all’esperienza Almamegretta, tra i primi nell’area reggae/dub ad avere un seguito importante all’estero, quali pensate siano le differenze principali nel metodo, nell’atteggiamento, nella mentalità tra la situazione attuale e la situazione d’allora? Pensate che in Italia ci sia la possibilità in un futuro prossimo venturo di avere una scena musicale autosufficiente e riconosciuta anche all’estero? Quali potrebbero essere i consigli pratici da dare ai ragazzi che vogliono darsi totalmente alla musica? Ci sono artisti relativamente nuovi che credete siano particolarmente validi in Italia? Cosa ne pensate dei fenomeni di peer to peer, non si corre il rischio di un aumento esponenziale di musica o informazioni che rischiano di non essere veramente sentiti e fatti propri? Quale fino ad adesso il risultato della Sanacore Records e cosa avete imparato da quest’esperienza?
G.t.: Il nostro paese mi sembra abbastanza lontano dal riuscire ad avere una certa considerazione all’estero, salvo i casi in cui si propone quello che dall’Italia ci si aspetta, cioè belle melodie, che confermino gli stereotipi della musica nostrana.
La musica italiana è ancora molto arretrata e non vedo nel complesso una seria prospettiva di rinnovamento in grado di dire qualcosa di nuovo o di efficace al di là degli angusti confini nazionali. Il mercato discografico italiano è molto piccolo e, con la crisi generale dell’industria musicale, riveste un’importanza sempre minore all’interno della scena internazionale. Basta pensare che un fenomeno mediatico come il Festival di Sanremo, che, nonostante tutto, occupa intere pagine di giornali ed è ancora seguito in tv da milioni di persone, è del tutto ignorato all’estero. L’alternativa a tutto ciò è ancora molto debole, nonostante il massiccio fiorire di esperienze di autoproduzioni. Il problema è che la musica italiana non è stata mai in grado di elaborare un suo linguaggio autonomo e riconoscibile, da quando è stata investita dal ciclone del rock e pop internazionale. Molto spesso quello che si riesce a fare qui è solo un prodotto di serie B, e quindi senza nessuno appeal rispetto ai grandi mercati globali, dove è ovvio che si preferisce ascoltare l’originale piuttosto che qualcosa che ne deriva senza nessuno spunto creativo.

Un capitolo importante sul quale mi soffermo solo di sfuggita per evitare di scavare fastidiosamente in questioni troppo personali è quello relativo a D.RaD. Mi ha incuriosito la scelta di Napo Camassa in “Shangri-La”, a cosa è dovuta? Il lato lirico della canzone è particolarmente impressionante, sia perché abbastanza diverso dal resto dei testi dell’album, sia perché estremamente curioso nella costruzione dei versi e nella resa vocale sotto il profilo sonoro. Come è nata la traccia e a cosa son dovute le curiose citazioni di figure come Oskar Sala, Optiganally Yours e Bert Kaempfert? Nonostante l’inevitabile profonda malinconia, questa traccia curiosamente, insieme alla precedente “Black Wave” sono le uniche in cui sembra affacciarsi il sole, con un soffio di speranza o ricordi che valgono vite intere, è una mia impressione e a ogni modo c’è spazio oggi per vivere serenamente? Quale pensate sia l’eredità più grande lasciata da Stefano?
G.t.: Noi volevamo fare una song che ricordasse Stefano senza inciampare nella fastidiosa retorica che spesso in questi tristi casi è in agguato. Abbiamo deciso di affidare un suo ricordo a Napo Camassa, un nostro amico che vive a Londra da molti anni. Lui e Stefano si sono conosciuti quando eravamo a Londra per la produzione di Lingo. E hanno subito scoperto, pur essendo di generazioni diverse, tutta una serie di attitudini che avevano in comune: una vasta cultura musicale, la passione per oscure rarità musicali, l’interesse per le esperienze più off degli anni 60/70. Quindi “Shangri La” è il frutto di tutto questo. Abbiamo cercato di rendere anche nel suono un’atmosfera basata più su immagini, ricordi, impressioni, tralasciandone volutamente l’aspetto narrativo e più immediatamente comprensibile. E credo che in sostanza è proprio questo che ci ha lasciato Stefano, oltre al suo modo di lavorare e produrre musica che tanto ci ha dato nei lunghi anni in cui abbiamo suonato insieme e al suo archivio di suoni ed immagini a cui ancora attingiamo continuamente. Tutto ciò ci ha dato la forza, nonostante tutto, di continuare anche in suo nome. D.RaD suona ancora con noi.

Gennaro, sei rimasto l’unico del primissimo nucleo Almamegretta ancora pienamente dedicato al progetto. Oggi, cosa puoi dirmi dell’esperienza Alma nel 2008, quali sono le prospettive sul futuro e sul passato del gruppo? Qual è lo stato di salute del dub in Italia, quali le band a voi “vicine” che ritenete possano dire qualcosa di importante in questo ambito?
G.t.: Be’ in verità c’è anche Paolo Polcari, tornato da Londra un paio di anni fa, e con cui ho prodotto Vulgus.
L’esperienza Alma è stata ed è un laboratorio che cerca continuamente di stare contemporanemamente in più luoghi e tempi diversi. Partiamo da Napoli, ma ci sentiamo cittadini del mondo, avendo la vocazione e la necessità di essere curiosi rispetto a quello che ancora non conosciamo. Gli Alma sono e saranno sempre di più un collettivo dalla forma cangiante, pur rispettando l’intuizione iniziale che fonda il nostro progetto nella contaminazione tra culture e musiche provenienti da tempi e luoghi lontani e diversi tra di loro.

La stupida domanda finale: qual è un album che amate profondamente e che l’eventuale ascoltatore non si sognerebbe mai potesse appartenere al vostro patrimonio musicale?
G.t.: “If I Could Only Remember My Name” di David Crosby.

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