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  • Almamegretta: Vulgus

    Almamegretta

    Data di uscita: 28-03-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Sui ripensamenti

Non è difficile immaginare la schiera di supplicanti critici a lamentare la nuova uscita Almamegretta (quelli che i csoa, il reggae, “l’impegno”, li schifiamo a prescindere) ovvero a tesserne l’elogio in nome del passato o del significato recondito del gruppo/marchio. Eppure, banale a dirsi, la verità sta nel mezzo; crocevia però di innumerevoli, differenti, livelli di lettura. Basti pensare all’origine del progetto, presa nel Movimento dei primi anni ’90, con Officina 99 sullo sfondo; oppure all’ondata di forme musicali afrocaraibiche quali reggae o ska, ad informare il clichè della maestranza giovanile di sinistra. O ancora, il ruolo costituito da una figura quale Raiz, fattosi oggetto mediatico grazie anche alle incursioni teatrali e alle molte collaborazioni.
In tutto questo, ne esce frastornata la qualità intrinsecamente musicale della faccenda. Lungo tutto un percorso che sarebbe da esaminare con calma e puntigliosità critica, gli Almamegretta si sono rivelati più pervicaci di quanto il passaparola non rendesse loro conto. Con “Vulgus” ciò si fa esplicito in quattordici tracce per un excursus musicale di ampia portata stilistica e di scavo sentito nelle pieghe del proprio suono. I connotati di base, ovviamente, sono sempre quelli: un lavorio continuo sui bassi e sul loro ruolo all’interno delle musiche; le voci, profondamente incentrate sulla componente geografico-culturale sia nel senso delle melodie che della ricerca lirica; l’antagonismo vissuto come pratica culturale e musicale prima ancora che politica; etc.
Il punto è che non solo il disco dimostra una solidità espressiva e musicale di alto livello, ma solleva tutta una serie di quesiti sul modo di affrontare i “propri” prodotti tipici che è meglio lasciare all’eventuale lettore. E se anche a livello di resa sonora l’album non ha nulla da invidiare a lavori ben più blasonati, non resta da fare altro che concentrarsi sulla musica. Musica che depone a favore, scivolando via in una corrente alternata di suoni e impressioni; perché si tratta, nel complesso, di un quadro unitario a sottendere gli umori, le intelaiature musicali e il senso globale dell’architettura.
[PAGEBREAK] Ammaliante è l’eterogeneità delle voci e delle sensazioni, quasi come se le quattordici tracce fossero altrettanti modi di guardare a una stessa materia, fatta di sentimenti e situazioni che appartengono interamente al vissuto contemporaneo, soprattutto a livello lirico ed emotivo. Si pensi alla title-track, a “Guarda Annanz’”, “Che ‘A Fa’”, “Pompei Day” o “Bum Bum”, brani di un realismo nero estremamente preciso nei propri riferimenti quotidiani, fatti di privazioni, dolori e situazioni ai margini. Uno sfondo dove si alternano le ombre della malavita organizzata, i rapporti interpersonali che decadono rovinosamente, la ricerca di un orizzonte che significhi il mondo differentemente. Poco appropriato sarebbe sviscerare il contenuto di ogni singola traccia, tanta è la ricchezza lirica e musicale, ma ciò non impedisce di riflettere su quanto il meticciato musicale in casa Almamegretta, oggi, significhi sostanzialmente la possibilità di rivalutare le proprie radici e guardare al mondo sotto un profilo diverso, che sussume gli accadimenti del presente in un unico movimento, fatto tanto di Medio Oriente e Kosovo, quanto di Napoli e dell’Italia di oggi.
Alla miscela di spezie e suoni partecipano Raiz, musicisti del Canzoniere del Lazio, l’inarrivabile Horace Andy e altri ancora, esplorando i limiti della matrice reggae-dub più popolare, in una ricerca sonora affascinante e personale, tra diramazioni soul, dancehall, trip-hop, varie musiche folk, elettronica e sperimentazioni moderne. A sovrintendere il tutto, l’impressione dell’amore, che si fa ricerca continua e quasi sempre delusa, in queste tracce. Come se l’apparente solarità delle musiche fosse un modo per bilanciare lo stato, tragico, delle cose. Mentre fuori piove, diceva qualcuno, anni fa. A giudicare dal rendiconto sentimentale del lavoro, piove anche dentro di noi e nelle nostre città, e l’orizzonte è sempre più nero.
Resta il bisogno, per chi non è avvezzo o mal sopporta certi suoni, di decondizionare se stessi. Deprogrammare il proprio modo di vedere il mondo o abitudine sonora, per aprirsi a un altro punto di vista in grado di offrire profondità e soddisfazione. Bentornati, viene da dire.

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