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Amanda Palmer: L’arte che non s’ha da fare

L’artista statunitense, al massimo della sua ubiquità per il tour nuovo di pacca che la sta coinvolgendo- leggi anche: hey, è uscito l’ultimo album- ci illumina rispondendo alle questioni nate a partire dal 1989, sulla sua musica e sulla sua vita, anche sentimentale.
Buona lettura.

Incominciamo. Quale fu il momento esatto in cui pensasti “Voglio metter su una band e fare la MIA musica”?
Non ve ne fu uno, ma sapevo che desideravo farlo già da quando avevo nove o dieci anni. Probabilmente l’idea si innestò mentre stavo guardando i miei LP, fissando gli occhi di Prince sul mio vinile di “Purple Rain”, pensai: “Voglio quel fottutissimo lavoro. E la motocicletta viola.”

Sei stata influenzata da qualcuno che tuttora ammiri o era qualcosa che ti veniva da dentro?

Oh, grandiosamente influenzata, ovunque. Come si può non esserlo? Prima c’erano i Beatles e i Doors, poi passai una fase pop da pre-adolescente- c’erano Prince, Madonna, George Michael, Cyndi Lauper, The Thompson Twins… Tutta la roba dei primi anni Ottanta.
Successivamente da adolescente passai a The Cure, Depeche Mode, Swans, Joy Division, Legendary Pink Dots, Nick Cave, Robyn Hitchcock e Current 93. Questa è la pila di musica.
C’erano un sacco di film e libri a cui tenevo molto e che continuavano a tornare a galla. Dovrei compilare una lista formale prima o poi… Judy Bume, Wim Wenders, Dr. Seuss.

The Dresden Dolls sono forse il tuo progetto maggiormente conosciuto: come descriveresti la tua esperienza con Brian, sia come persona che musicista? Siete rimasti in contatto?
Brian e io siamo rimasti amici, benché la musica fosse sempre la cosa che ci connetteva e ci teneva insieme, nonostante non avessimo moltissimo in comune al di fuori della band, escluso il fatto che ci mandavamo semplicemente alcune immagini di bradipi.
La nostra esperienza era tanto profonda e intensa man mano che andava avanti e penso che abbiamo imparato molto l’uno dall’altra.
Gli sono molto riconoscente… Credo sia uno dei migliori batteristi della nostra generazione e vorrei fosse più conosciuto e apprezzato per il suo talento.

Nel 2008 iniziò la tua carriera solista (fu pubblicato “Who Killed Amanda Palmer”). Perché decidesti di camminare un po’ per conto tuo?
Ero molto stanca di stare in un gruppo e di dover fare sempre scelte in comune, inoltre io e Brian eravamo distrutti. Dalla strada, da ciascuno di noi. Era tempo di fermarsi.

Come fu lavorare con Ben Folds?
Ben sbucò fuori dal NULLA e fu d’accordo a produrre il mio album solista, che avrebbe dovuto essere soltanto un insignificante affare da camera da letto. Poi crebbe sempre più e si trasformò nel grande album che divenne. Lavorare con Ben in studio fu come andare in gita.

Hai qualche aneddoto da raccontarci al riguardo?
Stavo risparmiando denaro dormendo nello studio e non c’erano finestre, così mi svegliavo ogni giorno grazie a Joe Costa, l’ingegnere principale, che entrava e accendeva le luci. Di solito la notte prima gli dicevo che stavo pensando di andare a fare yoga. E poi invece rimanevo lì dentro a dormire. Iniziammo a chiamare il Non Fare Yoga “Noga”. Così ogni mattina uscivo dal letto e battevamo il cinque, cantilenando “NOGA”.
Era divertente.

Ora è il momento della Grand Theft Orchestra. Come vi siete conosciuti e come vi è venuta l’idea di collaborare?
Tutto incominciò con Michael, il batterista, che in realtà è il mio ex (e originariamente venne da me Jason Webley, il mio bravissimo compare di songwriting). Stava finendo la scuola di teatro e adescò il suo amico e compagno di studi Chad Raines per la chitarra e il sintetizzatore, poiché Chad stava per diplomarsi e non aveva nemmeno un concerto in programma.

Jherek il bassista arrivò per ultimo, lui e Michael avevano supportato Jason Webley per anni e Jherek era proprio quello che cercavamo. E il resto è la storia. Adesso siamo tutti bloccati insieme su un bus per il tour, cercando di capire come fare.
Ma la band è davvero meravigliosa, siamo come un grosso coltellino svizzero. Ciascuno nella band indossa almeno due cappelli: Jherek è anche l’arrangiatore degli archi, mentre Chad arrangia i corni e suona pure la tromba, Michael aiuta con il design del tour e si fa venire in testa pazze idee per il palcoscenico. Sono l’unica con le tette, quindi ho la briscola.

“Theatre Is Evil”: perché mai la pensi così? E Neil è d’accordo con te?
Neil e io, da coppia sposata, abbiamo preso la posizione collettiva per cui “tutta l’arte è cattiva”. Pensiamo che nessuno dovrebbe più fare arte. Perché preoccuparsi? Che bene fa, onestamente? Pensiamo che l’energia delle persone sarebbe impiegata molto meglio in compiti produttivi e pratici, come il giardinaggio e il sudoku.

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Scherzi a parte, come sono state plasmate le canzoni? Sono autobiografiche? Perché a nostro parere suonano davvero come se lo fossero!
Certo che lo sono. La maggior parte furono scritte tra il 2008 e il 2009, intorno all’uscita di “Who Killed Amanda Palmer”. Stavo affrontando una grande transizione nella sfera delle relazioni, e scendendo a patti con un sacco di cose con cui non avevo ancora avuto a che fare. Perdendo cose costantemente. Persone che muoiono. Cercando di fare la pace con la mia situazione.
Tutto in qualche modo è correlato quando guardo il disco nella sua interezza, ma le canzoni sono state tutte scritte in isolamento.

Quella che più ci ha colpiti è “The Killing Type”. Quale è la tua interpretazione personale di questa canzone?
Credo sia semplice: puoi sentirti come un pacifista e al contempo volerti sfogare violentemente per ottenere una reazione.

Hai qualcosa da dire ai giovani musicisti alternativi che si sforzano di emergere e differenziarsi dalle masse al giorno d’oggi?

Sì. Non provate a essere nient’altro che voi stessi. Lasciate che ciò che viene fuori naturalmente… sia. Dal momento in cui iniziate a compiacere gli altri, la vostra voce svanisce. E più farete uscire la vostra voce autentica, più sarete criticati, ma più persone vi crederanno. E voi dovete preoccuparvi solo di chi crede in voi, non dei critici. So che è una condizione solitaria, ed è difficile, ma trionferete.
Davvero, penso che ognuno abbia una forte, autentica voce artistica. E bisogna trovarla, limitarla, lasciarla parlare e non ostacolarla né essere timorosi del giudizio altrui; io sto avendo ancora problemi a farlo. E ho fatto e farò pratica per un bel po’. Finché sarò morta.

Lasciamo Amanda l’artista e incontriamo Amanda la donna. Sembri una tosta (in senso positivo, certo): è giusta la nostra impressione?

Suppongo di sì. Io odio in maniera smisurata che mi si dica cosa devo fare. Ero la più giovane di quattro figli (una sorella maggiore e due fratellastri) e volevo disperatamente scavarmi il mio spazio personale da bambina. Mia mamma e mio papà si separarono quando ero molto piccola ed ebbi una relazione molto precaria con il mio vero padre e una complicata invece con mia madre, la quale mi supportava molto circa i miei sforzi artistici, ma contro la quale dovetti combattere brutalmente per potermene separare.
Era una testa dura, una madre che lavorava sodo… crescendo i bambini, gestendo la casa, tenendo molti lavori in una volta sola. Ho guardato e ho imparato.

Volevo recitare fin dall’inizio, era solo questione di trovare un sano sfogo. Gli sbocchi quando ero più giovane erano… relativamente malsani. Il mio vicino della porta accanto e mentore, Anthony, fu una sorta di mio trainer spirituale fin da quando avevo nove anni. Fu lui che mi insegnò ad essere compassionevole di me stessa e degli altri, che mi diede lezioni sul giudizio e mi portò sul cammino della meditazione, dello yoga e del vivere autentico. Mi diede anche il mio primo barattolo di macis. Ci sono stati un sacco di ingredienti.

“Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare.”
Nel tuo paese si stanno avvicinando le elezioni: cosa vorresti dire a Romney e a Obama?

Che Dio ci aiuti tutti. Se il movimento Occupy ci ha lasciati con qualsiasi cosa di valore, è stato il promemoria che non abbiamo bisogno di aver fiducia nella cima della piramide per comandarne la base inferiore. Lasciateci andare avanti con uno spirito di “trasferimento dei poteri nel popolo”, non importa chi ci sia nella fottutissima Casa Bianca. Il popolo può parlare e può cambiare le cose.
Potremmo anche spostarci tutti in Australia, ma avremmo bisogno di una barca grandicella.

Infine, Amanda l’amante. Cos’è capitato tra te e Neil Gaiman? È successo tutto così in fretta che non abbiamo avuto il tempo per realizzare che vi eravate sposati. Com’è stare con lui?
Meraviglioso. È seduto accanto a me mentre sto rispondendo, sta guardando il suo profilo su Tumblr. Mi ha accompagnata in tour per qualche giorno e stiamo guidando una macchina accanto al bus… fa tutto molto Serge Gainsbourg/Brigitte Bardot (nelle mie fantasie, ovviamente).
In tutta onestà, abbiamo cercato di capire COME essere sposati fin da quando ci siamo sposati. Non siete gli unici a non sapere.
Siamo due artisti pazzi e occupati che sono totalmente fuori di testa l’una per l’altro e che si sono prefissi di far funzionare questa relazione a lungo termine, ma senza usare alcuna delle normali regole, perché semplicemente a noi non si possono applicare.

Non abbiamo figli, non abbiamo la vita mondana che ci tiene incollati. Quindi creiamo la nostra relazione dal nulla ogni volta che ci vediamo, e viviamo negli hotel e nelle case dei nostri amici, prendendo le cose come vengono e godendoci i miglioramenti.
Non funziona di sicuro per tutti, ma per noi sì, e questo è ciò che conta. Mi fido talmente tanto di lui che è come avere un vero alleato nel tuo angolo. Ci aiutiamo sul lavoro, ci aiutiamo sui sentimenti. Ci aiutiamo sui problemi, sulla vita. Come avere un fidato co-cospiratore. Sto davvero gustandomi tutto questo al momento, questa vita da sposata.
Domani, chissà?

Progetti per il futuro?
Spero di averne, certamente. Sarò in tour con “Theatre Is Evil” per un intero anno o forse di più, dopodiché ho in programma di dormire per un po’.
E dopo ciò: probabilmente farò del Vero Teatro, e magari troverò un posto in cui potremo vivere.
Sarà anche il momento giusto, allora.

E noi ci auguriamo che la folle storia della sua vita abbia un lieto fine, mentre attendendiamo impazienti nuovi lavori.

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