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L’alba del successo

2020. Gli Amantyde ce l’hanno fatta: sono ormai una delle band più seguite ed acclamate dai fans dell’alternative metal. Le loro hit hanno schiacciato il naso di milioni di pogatori, accorsi ovunque per ascoltare i loro ritornelli diretti e devastanti.
Così ci siamo buttati in retrospettiva sul loro primo album, che chiuse quel lontano 2009 come una delle novità più acclamate dalla critica.

I trevigiani, all’epoca, non avevano ancora sviluppato la personalità che oggi gli viene unanimamente riconosciuta; e, forse per modestia, forse per timore, si rifacevano agli esempi degli Exilia, dei Guano Apes e delle britanniche McQueen. Muovendo i primi passi tra il nu metal, il crossover ed il gothic, la formazione poggiava già da allora il carisma sulla giovane voce di Nicky. L’assetto chitarristico, ruvido e marcato, garantiva un tono di essenzialità, lontano dalle mode barocche che “l’epoca delle produzioni a basso costo” stava dispensando un po’ a tutti.

C’era una latente vena commerciale, ma espressa in modo convinto, che non lasciava respiro a riflessioni critiche, perché rivolta comunque all’obiettivo “canzone”.
Così, al tramonto dei Lacuna Coil, dovuto proprio agli eccessi melodici da popstar, si accompagnava la crescita in sordina di questa giovane promessa.

Una buona base su cui ancora lavorare. Canzoni che si stampano in breve nella memoria e ritmi veloci necessitano tuttavia di perfezionamento: tagli agli elementi gotici, una produzione più potente ed un songwriting rivolto al futuro piuttosto che agli esempi ormai démodé.

Pro

Contro

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