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AmarKorn

Ai tempi dei “brufolazzi” e delle “feste delle medie” i Korn erano la cosa più estrema con cui tartassavo i miei giovani padiglioni auricolari. Le sfuriate chitarristiche degli Slayer e i funerei muri di suono dei Sunn O))) erano ancora lontani dai miei orizzonti musicali e i Korn nel walkman bastavano per farmi sentire il signore del male e della trasgressione.

Quale occasione migliore per rivivere la mia fanciullezza se non la data romana del gruppo americano all’interno della ricca e gustosa rassegna Postepay Rock In Roma?

Arrivo all’Ippodromo di Capannelle che il primo dei due gruppi d’apertura, i Love And Death, sta per iniziare la propria esibizione con una precisione svizzera sulla tabella di marcia. Capitanati dal redivivo Brian “Head” Welch, tornato in pianta stabile nei Korn da pochi mesi, i Love And Death propongono un metal molto derivativo, un mix di nu metal alla Korn -neanche a dirlo- e ultimissimi In Flames, molto teatrale grazie all’uso di trucco, maschere e chiome colorate. La band suona poco meno di mezz’ora e il pubblico, complice sicuramente la presenza di “Head”, sembra apprezzare.

Il secondo open act sono i più famosi Bullet For My Valentine, introdotti in pompa magna dall’intro dei Carmina Burana. Formalmente impeccabili – nessuna sbavatura tecnica, ciuffo sempre in ordine, tatuaggioni d’ordinanza – i gallesi, con il loro guazzabuglio di melodic metalcore e power metal dai ritornelli allo zucchero filato, intrattengono efficacemente la platea, in particolar modo la parte femminile, che risponde festosa ad ogni sollecitazione dell’avvenente frontman Matthew “Matt” Tuck.

Scoccano le 22 e il velo nero che ricopre la batteria di Ray Luzier viene squarciato. Il boato accompagna l’ingresso dei Korn sul palco introdotti da suggestive video-immagini in stile cinegiornale. Poi Il buio, e “Blind” apre le danze. L’intera platea si trasforma in un oceanico salto e in un collettivo e sfrenato headbanging. Con grande piacere assistiamo al ritorno in squadra del chitarrista Brian “Head” Welch dopo ben otto anni di assenza passati alla ricerca di Gesù. I rasta, le magliettone da basket e i cappellini, sembra che gli anni novanta sul palco dell’Ippodromo non siano mai passati, e la formazione finalmente di cinque elementi non fa che confermare la dolce suggestione da stallo temporale. I supersingoli da Mtv generation “Falling Away From Here” e “Here To Stay” ci mostrano un Jonathan Davis in ottima forma, forse non particolarmente mobile ma vocalmente potente e precisissimo. Ineccepibile la performance dietro alle pelli di Ray Luzier, dal 2007 sostituto di David Silvera, macchina di precisione e potenza sbalorditiva. “Helmet In The Bush” è la sorpresa per i fan della vecchia guardia, e non sarà l’unica visto che il materiale tratto dai primissimi album sarà consistente.

L’ormai consueta cover pinkfloydiana di “Another Brick In The Wall” è il segnale che lo show è in dirittura d’arrivo, ma i nostri non possono certo abbandonare il palco prima di aver eseguito l’iconica “Freak On A Leash”, brano manifesto del gruppo e del genere.

I Korn si sono confermati una macchina live impressionante, probabilmente con poche cose nuove da dire oggi – solo due estratti dall’ultimissimo “The Path Of Totality”, album molto discusso per le sue contaminazioni dubstep – ma eccezionali per un tuffo nei ricordi.

Guarda qui le foto.

Blind
Ball Tongue
Twist
Chi
Falling Away from Me
Narcissistic Cannibal
Dead Bodies Everywhere
Coming Undone
Did My Time
Shoots and Ladders / Somebody Someone
Here to Stay
Helmet in the Bush
No Place to Hide
Y’All Want a Single
Lies
Another Brick in the Wall (Pink Floyd cover)

Encore:
Get Up!
Got the Life
Freak on a Leash

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