Home > Recensioni > American Assassin

Correlati

Arrivano sul grande schermo le gesta dell’agente della CIA Mitch Rapp, protagonista di una serie di best seller dell’autore Michael Flynn: “American Assassin” di Michael Cuesta è la trasposizione del primo libro della saga, nel tentativo di creare un lungo e prolifico franchise (ci sono altri quindici libri da adattare), sfruttando l’appeal del venticinquenne Dylan O’Brien (“Maze Runner”, “Teen Wolf”) per le generazioni di giovani spettatori, ed il mestiere di Michael Keaton per ingolosire i più nostalgici. Operazione che, visti gli scarsi incassi in patria, e la qualità generale della pellicola, non credo francamente possa andare oltre questa produzione.

Il giovane Mitch Rapp, studente universitario, rimane coinvolto in un raid terroristico su una non precisata spiaggia, e vede morire davanti ai suoi occhi la sua amata, a cui aveva appena chiesto di sposarsi. Traumatizzato dall’evento , tornato in patria comincia ad allenarsi e a tentare di prendere contatto con la cellula terroristica autrice dell’attentato, con lo scopo di infiltrarsi e, letteralmente, ammazzarli tutti. Prima di poter concludere l’operazione , viene prelevato dalla CIA, che vede in lui le qualità adatte per poter diventare un super agente, e viene affidato alle “cure” del cinico e spietato veterano della Guerra Fredda Stan Hurley (Keaton, ovviamente), che lo sottoporrà ad un durissimo addestramento per entrare a far parte di una missione che lo porterà dagli Stati Uniti al medioriente, fino all’Europa.

Dopo “La spia che mi amava”, “La spia che ci provava” e la spia che non ricordava, ecco a voi: la spia che non si fermava. Il giovane (e bel) Mitch, si porta dentro una furia vendicativa che lo fa essere avventato, impulsivo, e lo fa entrare in contrasto con l’esperienza e la disciplina imposta dal veterano Hurley. Questo basico plot, basato sul contrasto mentore/allievo (e, ovviamente, alla fine ognuno imparerà qualcosa dall’altro), non viene sostenuto da una scrittura a quattro mani confusionaria e pasticciata, che affretta le tappe ed immerge il tutto in uno scenario geo-politico a dir poco confusionario. Non aiuta, poi, la performance di un Dylan O’ Brien ai minimi termini, inespressivo come pochi, assolutamente inadatto, anche fisicamente, ad incarnare quel senso di furia e dolore che richiederebbe tale personaggio. Ma, sopratutto, Rapp non ha un arco di crescita, viene semplicemente sballottato da una situazione all’altra, e da giovane impulsivo e ribelle, improvvisamente si tramuta in consumato professionista.

La pellicola inanella una serie di clichè e di svolte narrative che erano le basi del cinema action degli anni ’90, ma senza il gusto citazionista e pop di ben altre operazioni (vedi John Wick): il tutto è tremendamente serioso, il che rende il tutto noioso e prevedibile. A poco servono la pur buona performance di Michael Keaton, o la mano di Michael Cuesta, che riesce a giostrare alcune sequenze ben riuscite (come l’iniziale attacco terroristico sulla spiaggia), che comunque non salvano un film che sfocia, spesso e volentieri, nel ridicolo involontario.

Pro

Contro

Scroll To Top