Home > Zoom > American Sniper, gli Oscar e la propaganda

American Sniper, gli Oscar e la propaganda

Mentre “American Sniper” di Clint Eastwood si accomoda in testa alla classifiche (in Italia al momento è il primo incasso della stagione con oltre 15 milioni di euro, in USA ha incassato 90 milioni di dollari nel week end d’uscita) e l’Academy lo coccola con sei nomination, si accende la discussione sul valore politico del film e della storia esemplare di Chris Kyle, «il cecchino più letale della storia americana» con 160 vittime accertate in Iraq, che il regista 85enne ha deciso di portare sul grande schermo.

Sasha Stone di Awards Daily, già prima che le nomination agli Oscar fossero annunciate, biasimava l’attenzione guadagnata da “American Sniper” a scapito di “Selma“, il biopic che Ava DuVernay ha dedicato a Martin Luther King e alla sua lotta non violenta per i diritti civili (in Italia uscirà il 12 febbraio, torneremo a parlarne molto presto).

Per Seth Rogen — di recente al centro delle cronache come regista e interprete di “The Interview” — lo “Sniper” di Eastwood è paragonabile al film nazista «che si vede nell’ultima parte di “Bastardi senza Gloria“» ma, si è giustificato poi l’attore, il suo commento non voleva avere una valenza politica; un anonimo membro dell’Academy non ha ancora visto il film ma teme sia null’altro che il ritratto di un «sociopatico», mentre Michael Moore ci tiene a sottolineare che «i cecchini non sono eroi» ma «codardi» che colpiscono alle spalle.

Insomma, “American Sniper” sarebbe un film intriso di propaganda militarista, che ripulisce e celebra la figura di un assassino (vedi anche la nostra recensione), e si rivolge principalmente a un pubblico ‘conservatore’. Ma è davvero così? Quale storia racconta “American Sniper”? [Seguono SPOILER]

Il Chris Kyle scritto dallo sceneggiatore Jason Hall, interpretato da Bradley Cooper e filmato da Clint Eastwood è una persona che divide l’umanità —  così gli ha insegnato suo padre — in lupi (quelli che fanno il male), pecore (quelli che subiscono il male) e cani da pastore (quelli che proteggono le pecore dai lupi). Chris ha un talento speciale, la mira infallibile con le armi da fuoco, e da buon cane pastore lo mette a servizio del proprio Paese arruolandosi nei Navy Seal. Dio, Patria e Famiglia: è questa la sua trinità.

Definito il personaggio con un rapido flashback iniziale, il film mette Chris — e gli spettatori con lui — al banco di prova: cosa succede quando quella lettura del mondo così elementare, quasi primitiva, si scontra con la complessità del reale? Succede che il primo proiettile sparato in Iraq dal bravissimo cecchino è diretto a un bambino, succede che il nostro cane pastore inizia a stare sempre peggio, fisicamente e mentalmente, ma non è in grado di ammetterlo neanche a se stesso finché ad ucciderlo sarà non un lupo ma un altro cane pastore, o forse una pecora. Si può pensare a un modo più limpido per mostrare quanto la contrapposizione manichea tra lupi, cani e pecore sia inadeguata e pericolosa? La “leggenda” delle truppe, il salvatore della patria, muore per mano di un compagno rovinato dall’esperienza bellica. 

Esistono, in particolare negli Stati Uniti, persone come Chris Kyle? Certamente sì. Queste persone stanno affollando le sale cinematografiche per vedere “American Sniper”? Visti i numeri, è più che probabile. E ciò è deprecabile? Assolutamente no. Perché se è vero che il film non glorifica l’ideologia del cane pastore, è anche vero che non la ridicolizza né la considera indegna di essere presa in considerazione.

Non ci troviamo di fronte a un’opera antimilitarista o pacifista, piuttosto a una tragedia della mancanza di senso. E questo è molto, molto eastwoodiano: pensiamo alla riflessione contenuta in “Unforgiven – Gli spietati” sull’atto di togliere la vita a un altro essere umano (anche Will Munny, tra l’altro, da giovane era un ottimo tiratore), pensiamo agli inquietanti meccanismi di manipolazione descritti in “Flags of Our Fathers“, “Changeling” o “J. Edgar“. Qui siamo ancora nella stessa America, solo che Chris Kyle non mette in discussione quella “manipolazione”, ma ne è piuttosto ingranaggio orgoglioso. E condividere o respingere il suo orgoglio è una nostra libera scelta di spettatori. La vita, intanto, fa il suo corso e Eastwood la mostra come suo solito con terribile semplicità ma anche con viva passione per il racconto e la messa in scena cinematografica: ci restano in mente la tempesta di sabbia, lo scontro a distanza tra i due cecchini, l’ultimo sguardo di Taya al marito Chris, le immagini e la musica che precedono i titoli di coda (sono le note del “Silenzio” riadattate da Ennio Morricone per “Il ritorno di Ringo” nel 1965).

“American Sniper” è un film di guerra che contiene momenti durissimi (non si vede di frequente un bambino ucciso con un trapano in un film hollywoodiano campione d’incassi), diretto da uno dei registi/attori più amati di sempre che riesce ancora, è evidente, a comunicare con un pubblico internazionale straordinariamente ampio. E la varietà di reazioni e interpretazioni che il vecchio Clint sta suscitando con la sua 34esima opera da regista (sfogliate lo Storify a cura della giornalista Rania Khalek che parte dall’autobiografia del vero Kyle e si chiude con i commenti di alcuni spettatori carichi d’odio per «arabi e musulmani») sono un’ulteriore prova della sua abilità — artistica e, perché no, commerciale — di intercettare i nostri dubbi irrisolti su una guerra recentissima, le nostre paure e il nostro sgomento di fronte all’incomprensibilità della Storia.

Scroll To Top