Home > Recensioni > American Sniper

Nell’anno benedetto 2014 Clint Eastwood ha recuperato gli arretrati. Dopo i tre anni di assenza dalle nostre sale, è tornato con ben due film nel giro di sei mesi. Purtroppo il più atteso dei due si è dimostrato anche il più deludente.

Jersey Boys”, uscito quest’estate, poteva sembrare una sbandata fuori dal seminato, ma è stato almeno un interessante Eastwood alle prese col genere musical. Con “American Sniper”, in arrivo a capodanno in Italia, il buon Clint torna al tema più familiare della guerra e, in un certo senso, del western. Eppure non sembra più lui.

“American Sniper” non è nato sotto i migliori auspici. È tratto dall’autobiografia del soldato americano Chris Kyle, arruolato nel corpo speciale dei SEAL (quelli diventati famosi per aver scovato e ucciso Bin Laden, ma con questo Kyle non c’entra) e soprannominato “Leggenda” per aver ammazzato più gente lui di chiunque altro nella storia della marina americana. Con queste premesse a fatica sarebbe potuto diventare un film sulla morale della guerra.

Questa fatica Clint Eastwood non l’ha fatta neanche per sbaglio, per cui adesso ci ritroviamo con il ritratto vanaglorioso di un assassino nato, leggermente toccato dal disturbo da stress post-traumatico (non sia mai che si pentisse di essersi arruolato!) e assediato da una moglie fin troppo devota. Il film racconta i quattro “turni” di Kyle in missione in Iraq, ma parte dalla sua educazione da bambino, passando per la imbarazzante e gratuita reazione all’attentato al World Trade Center di New York, fino al congedo. I quattro, identici, turni scandiscono l’interminabile attività militare di Kyle, intervallata dalla banalissima, semplicissima vita a casa con moglie e figli (ma con la mente sempre all’Iraq).

Come si può pensare che la vita di un uomo come Chris Kyle sia minimamente interessante? In guerra ha fatto il suo lavoro (e l’aver ecceduto la media stabilendo un “record” in uccisioni lo dovrebbe rendere tutt’altro che un eroe); a casa era un americano medio (anzi uno stereotipo texano, e orgogliosamente tale). Perché interessarsi a nient’altro che il suo personaggio, mascherando le ragioni di una guerra (su questo punto, vedi anche il nostro approfondimento)? Perché dedicare la splendida fotografia di Tom Stern soltanto a un Bradley Cooper pompatissimo?

Che delusione scoprire che il mito e l’orgoglio dell’eroe americano e la guerra d’interesse di George W. Bush valgono così tanto, addirittura un film, per Clint Eastwood.

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