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Il regista americano Whit Stillman (“The Last Days of Disco”, “Damsels in Distress“) con “Amori e Inganni” (“Love & Friendship”) riporta al cinema Jane Austen, scegliendo un racconto epistolare che l’autrice inglese scrisse in età giovanile ma venne pubblicato solo postumo nel 1871: “Lady Susan“.

Lady Susan Vernon (Kate Beckinsale) è vedova, ha 35 anni, pochissimi soldi, grande fascino, una figlia da sistemare e nessuna voglia di portare il lutto. Nell’Inghilterra di fine ’700 il matrimonio, come le successive storie di Jane Austen ci hanno insegnato, è molto raramente una questione sentimentale, e troppo spesso rappresenta l’unico mezzo attraverso il quale le ragazze possono scongiurare povertà e riprovazione sociale. In questa situazione, Lady Susan e la sua amica Alicia Johnson (Stillman la rende un’esule americana e la fa intepretare da Chloë Sevigny) lo sanno bene, cosa c’è di meglio, per una donna intelligente, di sposare un uomo sciocco e ricco per sfruttarne il portafoglio, formalmente sottomessa ma intimamente libera?

L’adattamento di Stillman è piuttosto fedele e rispettoso, e talmente accurato da preoccuparsi di chiudere meglio il finale (l’epistolario originale si interrompe in effetti in maniera un po’ brusca) con ulteriori tocchi — personalissimi ma perfettamente coerenti con il testo austeniano — di ironica cattiveria. Ottima anche la resa dei personaggi, principali e secondari (Stephen Fry è un fantastico Mr. Johnson, il marito di Alicia): sceneggiatura e attori lavorano di fino per far emergere figure a tutto tondo dalla pluralità dei punti di vista offerta dalle 41 lettere che compongono “Lady Susan”, e per 95 minuti non c’è un attimo di tregua tra dialoghi fitti di battute velate, sottotesti, allusioni. In lingua originale, poi, l’ascolto è veramente gustosissimo. E ancora le scenografie, i costumi, le ambientazioni (il film è stato girato in Irlanda)… Insomma, austeniani: buon divertimento!
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Parallelamente al film, arriva in libreria con BEAT Edizioni il volume “Amori e inganni – Ovvero Lady Susan di Jane Austen finalmente vendicata”, firmato proprio da Whit Stillman (e tradotto in italiano da Alessandro Zabini). Di che si tratta?

Non della versione romanzata della sceneggiatura, la cosiddetta novelization, ma di una vera e propria riscrittura in prosa di “Lady Susan”, che Stillman immagina vergata dalla penna di tale Rufus Martin-Colonna de Cesari-Rocca (personaggio non presente nel film), nipote di Susan Vernon e James Martin, che denuncia le calunnie ricevute dalla zia da parte di un’autrice “zitella” e anonima, e si fa carico di raccontarne nuovamente la storia. Una riscrittura per di più accompagnata, in appendice, dalla versione originale di “Lady Susan” (tradotta per BEAT da Cecilia Vincenti) annotata da Rufus in persona, che polemizza con le parole di Jane Austen e indica con precisione i passaggi menzogneri e offensivi nei confronti della cara zia.

L’impresa di Rufus nascerebbe dalla «scoperta del manoscritto di un diario incompiuto, redatto nella calligrafia di Lady Susan e ignoto ai suoi detrattori, il quale mi consentirà di smentire in misura considerevole le loro perverse insinuazioni». L’idea è venuta a Stillman leggendo “A Memoir of Jane Austen”, biografia della scrittrice a cura del nipote James Edward Austen-Leigh: «così come Jane Austen ha avuto il suo pretenzioso memoir scritto dal nipote, ho pensato che anche Lady Susan potesse averne uno, altrettanto pretenzioso» (da un’intervista a Vogue del maggio scorso).

Un’operazione metaletteraria arguta e raffinata, che non tradisce il testo austeniano ma ne amplia la portata ironica. Il film è autonomo e godibile così com’è, ma la lettura di questa “Lady Susan finalmente vendicata” si rivelerà comunque piacevolissima per chi ama la scrittrice inglese.

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