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Amore sopra le righe

Paolo Virzì ritorna dietro la macchina da presa — dopo “La prima cosa bella” — con “Tutti i santi giorni“, tratto liberamente dal libro di Simone Lenzi “La Generazione”. Il film è un delizioso affresco dell’amore al tempo della crisi, l’amore da infondere in un pargolo, l’amore che gioca a rincorrersi a suon di tempi compressi e verità non sempre facilmente gestibili.
Un film sincero che mette in scena un sentimento rafforzato dall’ostinazione di amarsi liberalmente anche quando tutto suggerirebbe il contrario.

Paolo, cosa ti aveva colpito del libro “La Generazione” di Simone Lenzi e cosa avete cambiato rispetto al libro?
Paolo Virzì: Innanzitutto il tema struggente, affrontato con uno sguardo ironico e raffinato da parte di Simone, e poi il fatto di aver percepito una storia d’amore dietro l’ostinato tentativo di una giovane coppia di avere un bambino. Senza dubbio il tema affrontato era molto intenso ed interessante però, probabilmente, più del tema m’interessano sempre le persone. Nella ferocia e nella volgarità del mondo emerge questa giovane coppia eccentrica, che vive una travolgente storia d’amore.
Si tratta di qualcosa di veramente autentico visto: non è facile parlare d’amore, si può cadere in fasullaggini. Invece a me interessava soffermarmi sulla verità di questo tono sentimentale.
Abbiamo cambiato tante cose a partire soprattutto dal personaggio di lei, Antonia, perché il romanzo a differenza del film è una specie di monologo interiore tra il portiere di notte e la medicina moderna. Il libro sposa entrambi i punti di vista creando qualche complicazione in più. Noi volevamo una storia semplice con un certo grado di purezza, nella messa in scena, nel racconto, nell’autenticità delle persone.

Sembra che la chiave per portare il libro al cinema sia stato il volontario tradimento pur di mantenerne il cuore…
Simone Lenzi: Sono totalmente d’accordo perché in realtà non si tratta nemmeno di un adattamento: il mio motivo di soddisfazione sta nel fatto di aver scritto un romanzo che è servito da stimolo per dar vita a qualcosa di diverso e che non tradisse l’unità emozionale della mia storia. Ho scritto un romanzo “di parola” dove c’è pochissimo plot e che si può riassumere così: “due che cercano di avere un figlio non ci riescono e fanno di tutto per averlo”. Per un film era un po’ poco e quindi siamo partiti dall’emotività: il personaggio femminile nel mio libro è appena sfiorato a differenza del film.
Tra i miei contributi alla sceneggiatura c’è stata poi la caratterizzazione dei medici.

Paolo, secondo te quanto questa coppia è verosimile nella realtà? Perché si sa che la commedia cerca sempre di calcare la mano sull’eccesso, sul paradosso. Guido e Antonia sono due persone reali? Soprattutto Guido può apparire il personaggio meno verosimile…
Virzì: E invece è proprio lui il personaggio più vero! L’avevamo inventato invece poi abbiamo scoperto che esiste davvero. Siamo talmente disabituati a guardare la realtà intorno a noi o perlomeno a percepirla e così finiamo per credere solo a ciò che si racconta e che viceversa ciò che non viene raccontato non esista.
Senz’altro esistono i batman e le storie spesso grottesche a cui i media danno risalto e invece i Guido e Antonia non vengono narrati e quindi non esistono.
Ho fatto questo film percependo dietro le pagine di Simone una grande eredità umana che meritava di essere raccontata e, come tutte le verità, può anche risultare sorprendente. Sono convinto che ad Acilia, o perlomeno in questa periferia che potrebbe assomigliare anche all’America o al Nord Europa, ci siano tanti Guido e Antonia che per la loro spiccata eccentricità rappresentano un sinonimo di autentica verità e la verità è più sorprendente di quello che pensiamo. Quindi sì, sicuramente Guido e Antonia esistono.
[PAGEBREAK] La categoria dei medici viene messa un po’ alla berlina perché mi sembrano volutamente sopra le righe. È così?
Virzì: Ci sembrava un elemento interessante da raccontare, in particolare due medici così diversi l’uno dall’altro: il medico tradizionale, ribattezzato ironicamente il “ginecologo del papa” che arriva dalle pagine di Simone, è un ginecologo che invece di rivolgersi alla propria paziente si rivolge al suo compagno, è scettico e scoraggia a cercare aiuto altrove per poter avere un figlio. Poi c’è l’altra ginecologa, quella che guarda negli occhi Antonia, la chiama per nome, le si rivolge in un modo anche brusco, schietto ma estremamente vero. Non è una categoria messa alla berlina, piuttosto un tentativo di raccontare la varietà degli incontri che si fanno nella realtà.

Il tuo sguardo su Roma un po’ ingeneroso…
Virzì: C’è una Roma del paesaggio tradizionale, tutta cupole che sembrano grandi poppe, una città opulenta e incinta. E poi l’altro paesaggio più contemporaneo, con tante facce che abbiamo cercato di raccontare con ironia ma anche con tenerezza. Quando Guido va in quel postaccio e fa a botte, anche se è l’uomo più pacifico, più mite, proprio quando ha l’unico momento in cui perde le staffe viene additato come uno che fa a botte. In autobus però c’è una donnetta che gli porge un fazzoletto. Una cosa nata lì per lì, io non sono manicheo, credo che una città come Roma sia tanto complessa da raccontare.

Puoi parlarci di come hai scoperto e trovato i tuoi attori-protagonisti?
Virzì: Credo che tutti conosciate già Luca Marinelli perché è stato il protagonista maschile de “La solitudine dei numeri primi”; ha interpretato anche un ruolo iperfemminile, quello di un trans in “L’ultimo terrestre”, e poi ha fatto tanto teatro. A me interessava soprattutto trovare la verità e l’autenticità nei miei personaggi. Per quanto riguarda Thony, volevamo non un’attrice, piuttosto un’esperta di musica che portasse le sue canzoni sul set. Così abbiamo cercato sul web e ci siamo imbattuti nel myspace di questa ragazza siculo-polacca, ci siamo informati sul suo conto e pareva che non solo fosse brava ma anche ganzissima, così l’abbiamo incontrata e dopo una serie di provini ci ha convinti. Un lavoro molto bello ed intenso perché Thony ha portato la sua emotività.

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