Home > Report Live > Amori senza speranza

Amori senza speranza

Che sarebbe stato un concerto strano lo si era capito sin da subito. Già riuscire a beccare immediatamente il Carroponte all’uscita dell’autostrada mi ha sorpreso non poco. Poi ritrovarsi all’entrata uno schieramento di polizia piuttosto inusuale per la location mi aveva fatto prendere un po’ male (ma presto s’è scoperto che quella sera erano previsti gli interventi della Presidente della Camera Boldrini e della Ministra Kyenge alla festa di SEL). E poi se vai a un concerto di Devendra Banhart non prevedi una serata normale.

Eppure non mi aspettavo, una volta concluso il tutto, di tornarmene a casa con un po’ di delusione.

Partiamo dall’inizio. Devendra Banhart, per chi non lo conoscesse, è personaggio fatto in una maniera tutta sua. Mezzo statunitense e mezzo venezuelano, scrive e canta canzoni strane e ipnotiche in inglese e in spagnolo, in uno stile unico tutto suo, dove la voce si alterna tra profondità abissali e acuti urletti in falsetto. Un misto strano, virilità da latino ed esplosioni queer, e per notarlo basta dare un’occhiata ai vari video che si trovano in rete.

È stato quindi con animo fiducioso che m’ero appropinquato nel prato antistante il palco, noncurante delle zanzare assatanate che mi volteggiavano attorno, protetto com’ero da un’impenetrabile corazza d’unguenti.

Il concerto è stato aperto da uno dei musicisti che accompagnavano Devendra, di cui non ho potuto carpire il nome. Una manciata di canzoni, soprattutto in portoghese brasiliano, carine, rilassanti, e sicuramente non adatte a caricare un pubblico prima della star della serata. Dopo una mezz’oretta circa è arrivato il momento che tutto il pubblico aspettava, con l’apparizione di Devendra Banhart sul palco.

Bene, parliamo di quello che non è andato in questo concerto. Prima di tutto la durata. L’esibizione è durata un’ora e un quarto, giù di lì. Sicuramente non quanto ci si aspetterebbe da un artista affermato con già otto LP all’attivo impegnato nel tour promozionale oltreoceano dell’ultimo album. Un’ora e un quarto con un solo bis che ha visto il concerto concludersi con una versione quasi sciatta della già citata “Carmensita”, i cui accordi iniziali avevano fatto scattare il pubblico come una molla. Ma passata quella scarica di adrenalina (e non è che ne avessi avute poi tante, durante quel concerto) ho presto avuto l’impressione che Devendra volesse solo finirla al più presto.

Un’impressione rafforzata dalla distanza tra il pubblico e lui che non ha saputo (o forse meglio dire non ha voluto) colmare. Insomma, lontano, un po’ disinteressato a noi, nonostante quei momenti in cui ha pur tentato di instaurare un rapporto, una conversazione che presto si è persa. Il problema forse era proprio nei momenti in cui suonava: più che proiettarsi verso il pubblico si rivolgeva alla sua band, come se noi spettatori fossimo un addobbo non così necessario alla performance. Mi è parso che lui stesso ci sentisse come un pubblico non suo, estraneo, fatto di gente finita più o meno per caso sotto quel palco. Proprio al riguardo gli concedo il beneficio del dubbio. Sarei infatti curioso di assistere ad un suo concerto in un altro contesto, magari in qualche paese anglofono o di lingua ispanica, con cui probabilmente lui stesso sente più affinità.

Questo non vuol dire che il concerto fosse tutto da buttar via. semplicemente ci si aspettava di più da lui, in quanto artista già ben affermato e sicuramente esperto. Infatti nonostante tutto ha saputo regalarci (pochi) momenti molto intensi, in cui la sua voce e il magnetismo della sua figura hanno incantato il pubblico, che pendeva nonostante tutto dalle sue labbra e dalle sue dita. Peccato che siano stati per l’appunto brevi sprazzi presto dispersi e sprecati.

In conclusione, mannaggia a te, Devendra! Che scherzi ci fai? Diciamo che stavolta te l’abbuoniamo, e ti concediamo una seconda possibilità. Vedi di tornare presto per farci dimenticare quel retrogusto d’amarognola delusione che ci hai lasciato l’altra sera!

La setlist è incompleta.
– Golden Girls
– Baby
– Für Hildegard von Bingen
– Mi Negrita
– Little Yellow Spider
– Seahorse
– Carmensita

Scroll To Top