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  • Amorphis: Elegy

    Amorphis

    Data di uscita: 01-01-1996

    Loudvision:
    Lettori:

Music will not play to please

Mi ricordo le nebbiose mattine d’ormai quasi dieci anni fa… Quanto tempo è trascorso, quanti ricordi. “Elegy”, che può riportare alla mente torride estati, se lo si è colto germoglio; oppure, le 7.30 AM di gennaio/febbraio, se si è ritardatari ed infreddoliti. “Elegy”, di cui ci si può innamorare, da cui si può essere persuasi senza remore, senza opporre resistenza. Perché scivola come neve al disgelo, come onde sull’umida battigia, come corpo nel corpo. Fece inorridire taluni, altri li fece cadere nel suo gioco incantato. Personalmente, me ne innamorai.
Album metal dalle fortissime componenti folk, sia a livello musicale che lirico: così come il precedente “Tales From 1.000 Lakes” proponeva testi tradotti direttamente dal Kalevala, “Elegy” trae le proprie origini letterarie dal Kanteletar, entrambi costituenti le testimonianze più antiche e fondamentali della poesia finnica. Ma è la musica a cambiare totalmente: qui è l’innovazione, la nuova pelle degli Amorphis, ed insieme, la loro maturità. Non si tratta di meri fattori estetici; non è l’introduzione, per esempio, della voce pulita in sé, quanto più il fatto che il timbro assuma qui una valenza quasi ‘menestrellistica’, avvalorando l’ancestrale magia della nuova veste. Il gusto folk, non viene circoscritto nella gabbia delle convenzioni sonore, che l’avrebbe fatto risalire alla sola madrepatria; ci troviamo invece ad ascoltare sperimentazioni mediorientaleggianti, come nell’introduttiva “Better Unborn”. Il riffing chitarristico, tagliente e corposo, si dispiega tra incalzanti e trascinanti giri e sofisticate evoluzioni contrappuntistiche, con un gusto originalmente heavy, più melodico e meno artificioso di quanto non ci si potesse attendere dal genere. Arrangiamenti tastieristici che, pur rischiando inizialmente di passare in sordina, si rivelano pregevoli per gusto seventies ed innovazione sperimentale, come nel caso del singolo “My Kantele”, pluriversionato (anche in acustico nell’album stesso), perfettamente in grado d’aderire allo stato d’animo intenzionalmente prefissato.[PAGEBREAK]“The Orphan” è un capitolo struggente di psichedelia chitarristica e sperimentale, che lascia spazio ad un’infinità emozionale onirica e dispersa e che, per sempre, collocherà gli Amorphis nella schiera dei comunicatori di sensazioni personalissime. “Cares”, nonostante il suo incalzare heavy, e le sue schitarrate selvagge, nasconde un’insospettabile venatura ska che la rende preziosa, poiché la trovata non solo aggiunge vocabolario al brano, ma è pienamente coerente con l’anima sincopata e varia delle melodie, che trovano gusto pure nelle derive techno molto care al periodo. La title track comprende sette minuti di perduto abbandono, a cominciare dal respirante solo di pianoforte che introduce il raddoppio vocale, particolare per il sentito ritornello. Lasciarsi andare alle distese tastieristiche non è solo dovere emotivo, ma un istintivo rispondere alla dicotomia tra prima e seconda parte del brano, tanto più solenne e aperto nella musica, quanto più tenebroso nel cantato. Maestosa e distesa all’infinito l’armonia conclusiva strumentale che, come accade per l’ultima traccia, versione di “MY Kantele”, lascia l’impressione d’aver viaggiato in antiche contee sorte sulle rive d’acque pacifiche, ma dalle superfici talora innocentemente increspate da sospiri di brezza.
Correva l’anno millenovecentonovantasei, l’era del gothic e del doom. Ma gli Amorphis seppero farci entrare in una dimensione innovativa, colma d’influenze dimenticate, o non ancora pensate. Proponendoci il valore musicale sopra il genere, il significato sopra il significante. E la lezione di stile che ancor oggi impone, determina la sua statura complessiva, superando la prova del tempo.

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