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Amorphis: Vita da rockstar

Concerto degli Amorphis all’Alcatraz di Milano. Da una stanza, tra i camerini nel retro del locale, si odono ininterrotti gli esercizi canori del cantante dei Leprous, la band di spalla. In una saletta ben chiusa, due musicisti del gruppo finlandese scambiano quattro chiacchiere con LoudVision: si tratta del bassista Niclas Etelävuori e del cantante Tomi Joutsen, terzo e quarto da sinistra nella foto. A loro la parola.

Beh ragazzi, come va? Come è andato il concerto di ieri a Treviso?
Tomi: Un ottimo show! Non ricordo quanta gente ci fosse, forse 300 o 400 persone.
Niclas: Ma il tour sta andando generalmente bene. Abbiamo visitato molti paesi dell’Europa dell’est dove non abbiamo suonato prima e la cosa ha portato una ventata di nuovo per noi. Paesi come Lituania o Lettonia, nazioni vicine alla Finlandia ma nelle quali non siamo mai passati. E poi anche in Romania, Bulgaria, Polonia.

Bene, sono passati sei mesi dalla pubblicazione di “The Beginning Of Times”, il vostro disco più recente. Com’è stato accolto dai fan?
T: Non ho visto i numeri delle vendite. So solo che non abbiamo vinto dischi d’oro in Finlandia. Ma la risposta è stata molto buona, con un sacco di interviste nel periodo estivo, dopo la pubblicazione del disco, dandoci l’idea che ai fan l’album sia piaciuto.
N: I fan conoscono le nuove canzoni, questo penso sia il segno che il disco ha fatto centro.

Ma quindi il numero di interviste rilasciate è una prova del successo di un disco?
N: No, ma penso che quando vedi i fan cantare ad alta voce le nuovi canzoni, senza cercare di improvvisare o di immaginarsele, questo voglia dire molto.

Una domanda per te, Tomi. In un’intervista di diverso tempo fa, Tomi Koivusaari (chitarrista e anche cantante nei primi tempi della band, ndr) disse che il suo growl era come ruttare. Che differenza c’è tra quel “ruttare” e il tuo growl?
T: Non ne ho idea. Onestamente, quel che ha detto Tomi è veramente stupido, perché il suo growl è davvero unico. Non glielo farò più dire! L’unica differenza tra il mio e il suo stile, forse, è che il mio è un po’ più potente. Ma se me lo chiedessi, ti direi che Tomi dovrebbe cantare di più, il suono che produce è unico.

Di questo album era stato detto che sarebbe stato “rischioso” per la vostra carriera. Che responso avete avuto al riguardo? In realtà c’è una certa continuità col passato.
N: Secondo me ci sono canzoni che sono, come dire, coraggiose, con parti totalmente folk, a fronte del disco precedente, probabilmente più elettrico. Ma viene prima il fatto che è un disco degli Amorphis, la band deve cioè essere riconoscibile.
T: Sì, abbiamo qualche elemento prog in questo album, ad esempio in “Song of the Sage” ma non si tratta di grosse cose, non ci sono differenze nette rispetto ai dischi precedenti. Ma penso che comunque i fan siano in grado di cogliere questi dettagli, i nostri ragazzi sono generalmente di mentalità aperta. Abbiamo alle spalle una lunga storia fatta di album differenti. Penso che i fan ci diano la possibilità di fare musicalmente tutto quello che vogliamo.
N: Quando ci capita che la gente ci chiede se butteremo fuori qualcosa di completamente diverso, io dico “no”, perché quello che conta è che la band sia riconoscibile, che tu la senta in un club o da qualunque altra parte. Questo viene prima di produrre album in cui nessuno riconoscerebbe il gruppo.

Stasera riproporrete “Vulgar Necrolatry” degli Abhorrence (primo gruppo di Tomi Koivusaari, ndr)? Penso che la cosa piaccia in particolare a te, Tomi.
T: Sì, certo. È un grande piacere suonarla, perché è un pezzo che dice qualcosa delle storia della band, delle radici del death metal. Io sono sempre contento di cantare canzoni dei primi dischi. Data la storia della band, sarebbe sciocco limitarsi al materiale più recente.

In questo tour state suonando spesso anche “Greed”, tratta da “Tuonala”. Un piacevole rientro, no?

T: Già, penso che sia una canzone molto potente, con un tocco che definirei esotico, rimanendo comunque abbastanza immediata. A me piace molto, ma non so che ne faremo in futuro.
[PAGEBREAK] A proposito delle scalette live, non avete mai pensato di recuperare, almeno una volta, l’album “Far From The Sun”? Ad esempio con l’ottima “Day Of Your Beliefs”.
N: Le nostre scalette variano spesso, almeno in piccola parte, di data in data quando siamo in tour. Ogni tanto qualcuno se ne viene fuori con l’idea di suonare questa o quest’altra canzone. Ma “Day Of Your Beliefs” non lo suoniamo da moltissimo tempo ma chissà, forse un giorno…
T: Non lo so, in un certo senso quel disco è maledetto. Nessuno ne vuole parlare e nessuno lo vuole suonare. Per me non è il miglior disco degli Amorphis, ma ha dei bei momenti, buone melodie e anche alcune canzoni. Sono quindi abbastanza sicuro che in futuro andremo a riproporre qualcosa dall’album.

È vera la storia per cui, mentre giravate il documentario “Forging the Land of Thousand Lakes” sulla storia della band, Pasi Koskinen (l’ex cantante, nda) aveva accettato di partecipare ma non si era poi presentato alle riprese?

N: Sì, è vero, aveva detto che sarebbe venuto ma non l’ha fatto. Ma probabilmente questa è una delle ragione per cui lui non fa più parte della band, non credi? C’erano un sacco di cose che diceva di fare e poi non faceva. Un sacco di volte quando era nel gruppo avevamo registrazioni o incontri e lui non si faceva vedere. Oppure arrivava del tutto ubriaco, che era lo stesso.
T: Sì, è stato un peccato, mancava solo lui nel documentario. I fan avrebbero voluto qualche commento di Pasi perché è stata comunque una persona importante, con un certo talento creativo.
N: Possedeva una presenza che direi “drammatico”, in alcuni show.

In ogni caso, Pasi non è in cattivi rapporti coi membri della band?
T: Ma io non penso che lo sia mai stato.
N: Era una specie di tipo, di solito allegro ma unico, difficile da prevedere su cosa avrebbe detto l’istante successivo.

Da tempo gli Amorphis non sono più una band che cambia direzione musicale a ogni nuovo disco. A cosa si deve l’equilibrio che regna sin da “Eclipse”?
N: Da “Eclipse” abbiamo sempre la stessa formazione. È vero che prima mancava solo Tomi, ma dieci anni fa io ero quello nuovo, Jan (il batterista, ndr) stava rientrando, Santeri (il tastierista, ndr) era lì da poco. Questo faceva sì che ogni album suonasse diverso.
T: Penso che un’altra ragione sia che, da quando siamo noi sei, lavoriamo sempre con lo stesso team e registriamo sempre negli stessi studi di Helsinki. Questa contribuisce a uniformare lo stile. Tutto funziona bene e non c’è bisogno di rivoluzionare niente.

Cambiando argomento, abbiamo letto che il governo finlandese distribuisce incentivi economici alle band locali. È vero?
N: Dipende: puoi inoltrare richiesta di avere quei soldi, ma poi non te li danno per forza, se sei fortunato prendi qualcosa ma non ottieni mai quello che chiedi, di solito metà o meno. Però sì, c’è questo sistema che può fornire un aiuto per un tour o per la registrazione di un disco e di solito si ottiene qualcosa. A noi non ci hanno dato nulla per molti anni, ci dicevano che ce la facevamo da soli.

E allora, se non foste riusciti a fare i musicisti, che lavori avreste fatto?
T: Io avevo un lavoro prima di entrare nella band, ero un assistente sociale, lavoravo con dei ragazzi, quel tipo di roba lì.
N: Io avevo un negozio di chitarre, ma poi sono diventato così impegnato che ho venduto l’attività. Ma sono più contento adesso.

Esiste una rivalità tra band nei paesi dell’Europa settentrionale?

N: Sì c’è, ma non in senso negativo, tutti si concentrano nel fare le proprie cose. In America per esempio è diverso: lì quando qualcuno diventa veramente grande, tutti si buttano a cercare di imitarlo. In Europa settentrionale ognuno vuole essere sé stesso e produrre un sound unico, se copi qualcuno non sei più unico.
T: È molto difficile vedere competizione da noi, tutti sono amici di tutti e sarebbe idiota fare la rockstar e cercare di essere meglio degli altri. Non ci sono i presupposti per qualcosa di simile.
N: Sì, non importa quanto pensi di essere bravo, ci sarà sicuramente qualcuno che è migliore di te.

Registrare album in studio, poi andare in tour per mesi e subire la pressione delle etichette: era questa la vita che volevate fare da giovani musicisti?

N: Sì. O perlomeno, adesso mi trovo a mio agio, con la band ho fatto tutto e forse anche le stronzate me le sono lasciate alle spalle. Ho visto un po’ di tutto e ora è facile.
T: Siamo dentro un’etichetta, è vero, ma mi sento piuttosto indipendente. Quando stiamo registrando un album, per esempio, non siamo costretti a farglielo sentire prima.
N: È dura per loro, non per noi seguire le scadenze!
T: Già, siamo molto creativi. E poi non ci serve il permesso dell’etichetta per pubblicare un disco. Ovviamente gli danno un ascolto, ma le loro opinioni non contano.

Siete voi che proponete i dischi all’etichetta?
N: Sì, noi diciamo che dobbiamo andare in studio e loro accettano.

Per finire, Tomi, non è doloroso ruotare dei dreadlock così lunghi, quando sei sul palco?

T: Non fanno male, ma ogni tanto sono così fottutamente ingombranti… Mi fanno sudare e faticare un bel po’. È proprio un buon esercizio!
N: Forse sono troppo corti?!

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