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L’opera prima di un musicista giovane e ispirato

Un sedicenne inglese di Nottingham passa i suoi giorni barricato in camera con la sua chitarra. Vomita idee su idee, le annota su fogli sparsi e post-it e nel mentre, forse, sogna la gloria. Michael Feerick intanto cresce e a 20 anni ha tutto il necessario per sfondare: materiale su cui ha passato 4 anni di duro lavoro, un amico proprietario di uno studio di registrazione e un myspace; gli manca però un gruppo vero e proprio, ed è per questo che “Amusement Parks On Fire” viene dunque suonato (bene) e cantato (meglio) interamente da Michael.
L’album è bello, senza inutili giri di parole, tanto bello che a Micheal non sarà sembrato vero quando il suo nome di adolescente fondamentalmente sconosciuto, è stato associato a My Bloody Valentine o Sonic Youth. O quando Geoff Barrow dei Portishead si è preso la briga di distribuirlo.
Tutto questo perché “Amusement Parks On Fire” funziona, è omogeneo e ben amalgamato, è fresco, semplice, e catchy.
Tra le tracce canoniche, fanno capolino alcuni interludi a sé stanti come “Asphalt” che aiutano l’assimilazione del disco e allo stesso tempo mostrano l’anima più noise di Michael. Se proprio vogliamo parlare di un genere ci si avvicina molto allo shoegaze teorizzato da My Bloody Valentine e compagnia.
Lodevole infatti, il modo in cui questo ragazzino, sfacciato ma estremamente sicuro di sé, tiene in pugno feedback e distorsioni varie, tanto che è quasi un piacere farsi torturare dal wall of sound di brani come “Eighty Eight” o “Venosa”, ma soprattutto dalla conclusiva “Local Boy Makes God”, manifesto di un nuovo modo di intendere lo shoegaze. Che importa poi se sotto tutte queste distorsioni, questi feedback, ci siano melodie tremendamente pop o radiofoniche o commerciali a seconda di come le vogliate definire? Forse proprio in questo sta la sua forza.

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