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  • Anathema: Alternative 4

    Anathema

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Buone idee abbozzate, per la prossima volta

Il titolo viene da un libro difficilmente reperibile di Leslie Watkins, uno di quei documenti verosimilmente falsi (ma tristemente verosimili) su imbrogli governativi e ipotesi di migrazione su altri pianeti, la cosiddetta “Alternative 3″ ipotizzata dal governo contro l’inarrestabile degrado della Terra. Gli Anathema in tutto questo? Nell’album si parla dell’importanza della verità, di fiducia e tradimenti, della fragilità della vita. Le idee grandiose del passato diventano meno eteree, i sentimenti sono più personali e terreni, c’è maggiore rabbia e tutto è più umano. La tristezza diventa rassegnazione, il disco è più cinico e risoluto, a tratti quasi sereno. Un po’ come qualcuno che vuole ricominciare dopo essersi leccato a lungo le ferite. Vincent migliora ulteriormente la sua prestazione vocale, Patterson ci regala gli ultimi stralci di quello che sarebbe poi maturato – a seconda dei gusti – nell’Antimatter sound, Danny ci mette del suo firmando tre pezzi e personalizzando gli altri. Alla batteria troviamo, sorpresa, Shaun Steels ora nei My Dying Bride, ed è questo l’unico album nel quale non compare il membro storico John Douglas. Accolto bene al tempo da pubblico e critica, Alternative 4 è un album che si lascia ascoltare, senza estremi picchi compositivi ma senza cadute di tono. Da qui in poi gli Anathema sono stati etichettati come i “Pink Floyd del metal” (…) e le influenze sono in effetti piuttosto importanti, ma gli Anathema mantengono comunque la propria identità confezionando un prodotto equilibrato, maturo, che potrà piacere al fan come all’utente casuale. Punti deboli? Forse proprio questo, nella sua eleganza e perfezione formale manca di quell’appeal unico che caratterizzava “Eternity”, o della forte emozionalità che trasuderà dal successivo “Judgement”. In definitiva un lavoro ben fatto, nelle intenzioni coraggioso, ma non il migliore né il più significativo degli Anathema.

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