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Anathema: Il gusto di ritornare all’essenza

Gli Anathema sono ormai un progetto che basa la sua attività musicale principalmente sulla dimensione del concerto. Da quel crack della Music For Nations, che lasciò molte persone spaventate e che faceva presagire il momento assolutamente nero della realtà discografica internazionale, hanno proseguito per una strada di totale autenticità. Senza la minima preoccupazione per cosa ne sarebbe stato di un prossimo disco o di un futuro senza label. Poi hanno sorpreso tutti con “Hindsight”, che ancora non è il nuovo album, e poi… sono tornati in Italia. E abbiamo avuto modo di scoprire che Vincent Cavanagh oltre ad essere un grande professionista è umanamente una delle persone migliori con cui si può avere a che fare.

Avete fatto uno show molto empatico col pubblico, la serata sembra andata bene. Tu onestamente che cosa ne pensi?
L’ultima volta che eravamo venuti qui era la data conclusiva di un tour, e ci furono diversi inconvenienti tecnici. La pressione era forte, l’atmosfera era di quelle meno rilassanti. Questa sera non sapevamo davvero cosa aspettarci, ma penso che la cosa più bella sia aver scoperto che il concerto è andato meglio di quanto potessimo figurarci.

Sono rimasto impressionato dall’impatto decisamente superiore dei nuovi brani. Quando potremmo sentire le creazioni definitive?
La difficoltà nel risponderti sta in un fatto per molti versi positivo: lavoriamo senza date specifiche, nel solo pieno rispetto di dedicare anima ed entusiasmo al nostro nuovo lavoro. Abbiamo finito di registrarlo, ed è stato un processo lungo perché la composizione e le prove sono avvenute per una parte considerevole durante i nostri tour. Il prossimo inverno registreremo gli archi con una vera orchestra da camera, e poi avremo la fase di mixing di cui speriamo si possa occupare Steve Wilson. Non prenderla come una notizia certa: è solo una nostra volontà per il momento, di cui dobbiamo riscontrare la fattibilità. Steve accumula sempre una pesante mole di lavoro, e noi ci troviamo nella posizione di avere una certa fretta di completare anche questa fase. Vedremo se l’opportunità riuscirà a crearsi.

Parliamo dei brani nuovi. Praticamente di ciò che state offrendo da anni sul vostro sito. “Everything” addirittura, comparve scaricabile gratuitamente ben un anno prima di “In Rainbows”…
Sì… circa un anno prima ora che mi ci fai pensare. Non si trattava di gratuità perché c’era la possibilità di effettuare una donazione, ed il principio era: questa è la nostra nuova musica, puoi provarla e poi darci quello che pensi che valga in cambio. Non era un principio sbagliato e secondo me non era nemmeno una vera e propria idea originale. Credo che fosse un sentire comune: quella era la cosa più ovvia da fare per come il mercato musicale, la scena e l’ambiente degli addetti ai lavori si stavano posizionando. Noi sappiamo esattamente che ci sono tanti motivi per cui facciamo questo lavoro, e che non hanno niente a che fare con la ricerca della fama, né con la commerciabilità. Perciò per noi era il modo più sensato per condividere con i nostri fan l’evoluzione che stavamo conoscendo.

Sembra che si sia aperto un nuovo corso nella composizione degli Anathema: siete capaci di sviluppare un impatto melodico più diretto, la bellezza scorre con intensità invece che lasciarsi contemplare. È questo che vi siete prefissi con il nuovo album?
Sì, e c’è di più. Nel senso che quello che dici è ciò a cui si dovrebbe mirare nella composizione in generale. La sensazione più convincente è quando riesci a scrivere per l’essenza dell’idea o del sentimento che hai avuto la sensibilità di percepire. Senza trasformarlo ancora in tuo, o in qualcos’altro: è l’idea che è arrivata a te, la musica il tuo linguaggio per tradurla. La canzone non deve riguardarti, non deve avere a che fare con l’ego, ma rimanere fedele a quella sensazione che ti ha colpito e che origina dal mondo dell’idea stessa. Se tu cogli un’idea e la lasci vivere, la lasci respirare, il risultato è quello che credo si sia sentito questa sera. Nel nuovo album sarà avvertibile anche una coesione mai verificatasi prima: le composizioni sono tutte collettivamente condivise e portate avanti dalla creatività del gruppo nel suo insieme.

Siete attivi da più di diciotto anni. E dopo la vostra ultima fatica vi siete cimentati in un tour che ancora va avanti da più di quattro anni. Siete riusciti a trovare la vostra vera dimensione, uscendo dalle amarezze di un mondo discografico in crisi ed incapace di valorizzare la musica proposta?
Sì, assolutamente. In passato abbiamo avuto difficoltà a gestirci con management esterni e presunti professionisti. Oggi ci autogestiamo e non esiste il non fare una cosa in modo scorretto almeno finché questa riesce bene. Si instaura naturalmente un bel clima tra di noi. Prendi oggi, sono stato a Venezia tutto il giorno, ho camminato di buon passo per vederne il più possibile. Sono rientrato e per la stanchezza sono crollato dal sonno. Risvegliandomi, mancavano pochi minuti allo show: ero nel panico! Ma ero carico e di umore positivo, e certamente lo stare a contatto con il pubblico e suonare così tanto è talmente una palestra che ti consente di affrontare professionalmente anche situazioni come queste. Credo che questo stato d’animo si senta anche nel fatto che le nostre canzoni sono migliorate dal vivo, fino a diventare una dimensione ancora più premiante per l’ascolto del disco stesso.

È vero, è esattamente quello che ho pensato: di molti episodi di stasera avrei voluto potermi portare a casa una registrazione attendibile, perché non troverò un feeling così completo e rinnovato nel disco originale.
Capita sempre più spesso così; molti dei brani ormai prendono forma dentro lo spazio in cui si sviluppano, prendono fisicamente vita di fronte al pubblico. Noi non usiamo mai nulla di pre-registrato perché vogliamo creare complicità autentica nel creare emozioni mentre suoniamo insieme. Le persone sono lì per condividere degli stati nuovi, è una grande occasione ogni volta avere un pubblico, e se sei lì è per muovere quegli animi. Con gli errori dovuti alle piccole imperfezioni, ma con la forza di andare avanti e far muovere le cose, la musica, il ritmo… Per noi si è trattato di anni di pratica nel suonare, ininterrottamente: tra di noi in sala prove, durante interminabili tour, anche nella ricerca di nuove idee e riarrangiamenti. L’unica cosa che conta è suonare, continuare a farlo e trovare la gioia di farlo.
[PAGEBREAK] Andiamo ora all’ultimo album uscito: “Hindsight”. I brani sono riarrangiati in modo da sembrare perfettamente amalgamati insieme. Eppure sono il risultato di processi creativi avvenuti in differenti momenti della vostra vita, e che cronologicamente hanno determinato secondo la critica uno stato di progressiva maturazione, ben oltre le aspettative. “Hindsight” risponde che, di fatto, nulla è mai cambiato nel cuore compositivo degli Anathema?
Sì, è esatto. Noi non siamo affatto cambiati. Niente è mutato del modo in cui facciamo musica, abbiamo solo accettato com’è e ci siamo cresciuti insieme. Sia la composizione che la ricerca di nuovi modi di suonare che fossero vicini alla sfera del sentire, sono sempre stati fedeli alla loro natura.

“Hindsight” ha il merito anche di far conoscere un lato degli Anathema che si è concretizzato dal vivo solo durante il tour di “A Natural Disaster”: la dimensione acustica insieme ad un’orchestra da camera. Era un’ambizione che serbavate di soddisfare?
Sì, ma si è sempre trattato di cercare le persone giuste. Come David Wesling, una persona che… è già sufficiente il fatto che ci sia, che esista, per renderti felice. Di certo inseriremo degli archi, come ti dicevo, ma spero di poter allargare anche ad altro: mi piacciono gli ottoni, i fiati, i legni… ma anche qualsiasi suono con cui siamo in grado di uscire fuori, qualsiasi cosa riusciamo inventare, che venga dalla natura o che sia ottenuto dalla sperimentazione elettronica; basta che si coniughi col senso di raggiungere quella sensazione che stiamo cercando. Stiamo andando alla ricerca di un nuovo concetto di perfezione per il nuovo album, insomma, che possa venir fuori dal non porci alcun limite.

In “Hindsight” sempre, avete rivisitato vostri brani dandogli una nuova vita. Avete frequentemente la sensazione di possedere dei pezzi che possono vivere una nuova vita tramite maggiore ricerca?
Rivisitare i nostri brani è capitato per questa particolare occasione dei live acustici. Non è una cosa che facciamo spesso sia perché siamo impegnati a comporre, sperimentare o studiare nuove soluzioni, sia perché qualcun altro potrà farlo. Ed è molto più divertente, stimolante. Mogwai lo ha fatto recentemente, scorporando in tracce alcuni brani e dando il tutto in pasto alla creatività dei fan. Questo è il modo più interessante di far rivivere qualcosa che tu personalmente hai cercato di spingere già ai massimi livelli, secondo i tuoi criteri. Perché a volte capita di ricevere dei remix che hanno soluzioni ed idee completamente innovative, che ti fanno imparare qualcosa di nuovo e ti fanno dire “Cazzo, a questo non avevo pensato. Lo userò la prossima volta”.

Una canzone molto particolare ed appartenente al vostro repertorio più maturo, “Flying”, sia sull’album “Hindsight” che dal vivo suona magistralmente, cancellando quasi la versione originale. Che cosa è cambiato?
Nella ricetta niente, a parte l’abilità dei cuochi. Fondamentalmente, la band è molto meglio oggi di quanto lo fosse cinque anni fa. È più unita, più affiatata. Se tu senti “Flying” in “A Natural Disaster” senti un brano quasi domato nelle emozioni. Dal vivo ogni briglia è sciolta: quando senti “Flying” in versione elettrica in concerto sembra essere totalmente differente dalle sue origini. Il finale è quasi un turbine, riesce a decollare, e ha un animo più selvaggio. John Douglas è in parte autore di questa sensazione, perché non è un batterista di precisione. Ha il senso del ritmo ma non è esattamente un metronomo. Ha quel grado di evasione dalla pura matematica del ritmo che lo fa sembrare più vicino al regolare battito cardiaco, con i tipici saliscendi di tensione. Per questo il suo tempo dà il senso del movimento e le canzoni effettivamente sono in grado di prendere il volo.

Nelle nuove canzoni Lee Douglas sembra avere un ruolo sempre più determinante. Fa parte della nuova direzione?
Sì, assolutamente. E di quello che hai sentito posso dirti che utilizzeremo davvero molto questa nuova tavolozza di colori, anche vocalmente.

Ci lascia così, col gusto della sorpresa in bocca, e chiudendo in un modo che non ci sentiamo di tradurre, ma solo di riportare:
I’ll just end this by saying… There are three kinds of people in this world.
There are those who can count.
There are those who can’t.
[Vincent stands up pretending to exit the room] (laughs, NdR)

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