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Anathema: intervista a Daniel Cavanagh

Abbiamo avuto modo di incontrare Daniel Cavanagh qualche ora prima dell’unica data italiana del tour europeo de “The Optimist”, nuovamente all’Alcatraz. Sono passati tre anni, e tra “Distant Satellites” e il nuovo “The Optimist” vi sono stati il tour delle cattedrali – che ha determinato l’uscita di un album e un DVD incentrato sulla data di Liverpool, “A Sort Of Homecoming” -, il tour commemorativo del ventennale della band ed un disco solista di Danny dedicato alle sue influenze più dirette, “Memory And Meaning”. E, proprio ora che tornano a calcare la nostra penisola, non riusciamo comunque a trattenere qualche domanda sul nuovo disco solista, uscito il 13 ottobre, “Monochrome”.

 

Ciao Danny. Iniziamo dal nome della band sulla cover di “The Optimist”: Ana_thema. Come mai il trattino basso e perché questa pronuncia?

Abbiamo deciso di evitare l’ambiguità del significato della parola Anathema. In molti si concentrano sul significato negativo di una maledizione. A noi piacciono i significati positivi, e se cerchi l’etimologia greca capisci che in origine era un termine legato all’offerta sacra a un dio. In quanto sacra, non poteva più essere ripresa indietro o utilizzata per altri scopi, da cui la “maledizione” se uno lo faceva. Nel tempo la deriva semantica cattolica ha fatto il resto, oscurando l’origine del significato e prendendo solo quello suggestivo della cattiva sorte che toccava a chi sottraeva l’oggetto dell’offerta per altri scopi.

 

E la canzone su “Distant Satellites” invece?

Mmmhhh… Tu ci fai caso. Io non ci faccio caso. Non è in effetti importante come distinzione.

 

Ci ho pensato per il contenuto, particolarmente doloroso, che la canzone porta con sé, insieme al fatto che più volte hai dichiarato che quello era l’unico nome che poteva andare bene per quel brano.

Non è poi così dolorosa. Il ritornello dice “I love you”, non “ti odio” (ride, ndr)

 

Certo. Però il verbo è declinato al passato.

Sì è vero. Però si può dedurre dal contesto che non è quel tipo di amore che muore insieme alla dichiarazione al passato. Sancisce un fallimento, è un dolore acuto espresso in quel momento, ma non è la fine di tutto. Amo ancora quella persona.

 

Ho notato al concerto di qualche settimana fa a Dublino che avete scelto di mischiare i brani nuovi insieme ai vecchi, piuttosto che inserire tutto il concept album in un primo tempo, e il resto del concerto nell’encore.

Quello di fare tutta la scaletta di “The Optimist” prima e il resto del concerto dopo “Back To The Start” si farà. Probabilmente l’anno prossimo, ma si farà. Non siamo ancora pronti ora; questo è l’unico motivo per cui abbiamo pensato di iniziare proprio da “Untouchable” che scalda subito il pubblico, per poi proporre un po’ di canzoni nuove insieme al catalogo classico.

 

Ho notato l’inizio del concerto: “San Francisco” dà il via confluendo naturalmente in “Untouchable Part I” che beneficia di un riarrangiamento con la tecnica del delay proprio della strumentale. Avete pensato a un possibile riarrangiamento in chiave “The Optimist” di qualche altra traccia?

No; quello che dici di “Untouchable” è vero, il riarrangiamento della parte iniziale è venuto bene e quasi naturale come seguito di “San Francisco”. Mi piace l’idea di iniziare con una strumentale, e sono orgoglioso di farlo con quel brano. Le mie preferite tra i brani della scaletta sono “The Optimist” e “Barriers” che abbiamo appena introdotto negli ultimi concerti. Anche se stasera non la suoneremo perché ci sarà Ariel, mia figlia, al concerto; e suoneremo la sua canzone.

 

Avete introdotto anche “Back To The Start”?

Sì, ed è una canzone che personalmente adoro del nuovo disco. Ha qualcosa di magico, che percepisco anche se non riesco a trovarne la motivazione. Anzi, in realtà nemmeno la voglio cercare, semplicemente ha un effetto che non puoi ignorare.

 

E’ anche speciale perché, benché la storia di “The Optimist” sia aperta a più interpretazioni, sappiamo per certo che è un momento in cui il protagonista in qualche modo ritorna ad un punto simile a quello di partenza.

Diciamo che quella canzone sarebbe potuta capitare anche in un album che non aveva una narrazione, come tutte le altre del resto, e avrebbe trovato la sua collocazione. Ma mi piace il posto che gli abbiamo trovato nel disco, e anche il titolo ha il suo senso in quella posizione della storia.

 

Ci piace molto il suo crescere in un’epica rock orchestrale con le vostre voci in coro. Mi ricorda l’effetto di “Champagne Supernova”.

Che grande brano… Per me gli Oasis sono stati una band che in quel periodo tra la fine dei Nirvana e l’inizio della grandezza dei Radiohead non ha avuto rivali. Per due-tre anni credo siano stati il miglior gruppo al mondo. Anche se magari rubavano un’idea da un genere o un gruppo, e poi un’altra da un’altra fonte e ancora un’altra da un’altra fonte ancora, il risultato finale era migliore di tutte le tre idee messe insieme. Non intendo dire “rubare” nel senso di plagio. Il plagio è prendere una fonte, replicarla con poche modifiche e ottenere un risultato che è pure inferiore all’originale. Parlo del saper prendere ispirazione da quello che c’è, rivitalizzarlo trasformandolo in qualcosa di diverso, che pure è molto personale. E infatti gli Oasis avevano una personalità molto ben distinta. Noi diciamo: “Talent borrows. Genius steals.” (“il talento prende a prestito, il genio ruba” cit. Oscar Wilde), come ti renderai conto stasera quando prenderemo libera ispirazione da “Shine On You Crazy Diamond” (ride, ndr)

 

Giusto, per introdurre “Fragile Dreams”. Ci è piaciuta molto l’idea, anche perché è totalmente destabilizzante da un lato, anzi realizza un po’ quel sentimento non del tutto espresso “Lo sapevo che gli Anathema volevano essere i nuovi Pink Floyd”, per poi confluire nel classico riff di “Fragile Dreams”.

Essere i nuovi Pink Floyd… senza i loro fottuti milioni! (ride, ndr) Non sento molto gli Anathema come i nuovi Pink Floyd, te lo devo dire.

 

Beh, la scena è cambiata rispetto a 40 anni fa… Non è solo una questione di qualità e meriti oggi.

Noi non siamo mai stati famosi davvero, non in quel modo perlomeno. Non siamo mai stati al tempo giusto, al momento giusto, con la giusta musica per sfondare in quel modo, ma le cose sono migliori e più grandi che in passato adesso, grazie soprattutto a Lee Douglas, a canzoni migliori, a una maggiore focalizzazione su quello che stiamo facendo, e oggi la scena progressive ci ha adottati e ci sta regalando molte soddisfazioni. E ne sono molto grato, certamente è meglio in questo contesto che in quello metal.

 

Sono d’accordo.

Aspetta. La scena metal è qualcosa di grande e di molto fedele, non fraintendermi. Ma per un ascoltatore prog l’evoluzione del sound è qualcosa di naturale e anche benvenuto. Non hanno limiti, non vedono problemi nella crescita di orizzonti e stili.

 

Mi rivedo nel tuo ragionamento. Ma a parte alcuni casi rari, ad oggi mi ritrovo ad ascoltare davvero molto raramente le cose estreme che in passato riascoltavo anche più volte al giorno. Devo dire che anche nel caso di dischi che considero meravigliosi come “Pentecost III” e “The Silent Enigma” è così.

E va bene che sia raro, perché forse è questa la vera natura. Quando una canzone metal è quella giusta non esiste niente che possa avvicinarvisi. Ma deve essere veramente qualcosa di qualità. Se lo è, capisci immediatamente che è il risultato di una vera ispirazione, che ha diretto impatto sulla tua mente, sul tuo corpo e sul tuo sistema energetico in un modo in cui nessun altro tipo di musica riesce. Il problema della scena metal è la grande quantità di prodotti mediocri per quanto commercialmente di successo e pure più famosi di noi, insieme all’autoghettizzazione che ne pronuncia i limiti.

 

Prima abbiamo parlato di “Back To The Start”; vorrei tornare indietro alla canzone precedente, “Wildfire”, che è particolarmente atipica. Parte in modo confuso e sfuocato per poi partire in un’epica infuocata che confluisce nel finale del disco. E’ una canzone probabilmente associata ad una specie di rottura, di evento o crollo emotivo che porta il nostro personaggio alla risoluzione di ritornare all’inizio. Ma il testo è fatto di davvero poche parole per capire cosa ci sia in fondo a questo. Ci dici tu qualcosa di più?

“Wildfire” è un sogno, come si evince dal finale della precedente “Close Your Eyes”. E’ un incubo in cui il protagonista vede il fuoco selvaggio intorno a sé, non c’è molto altro nelle liriche. Anche perché, prima ancora di immaginare un percorso narrativo, questa canzone deriva dai miei esperimenti sul riuscire a tradurre le immagini che avevo in un sogno nella forma di una canzone. In passato avevo fatto qualcosa di simile con “The Lost Child” ma questo è il primo caso riuscito nel modo appropriato. In pratica quello che faccio è partire da un’immagine molto forte che ha un’impressione nella mia memoria, e inizio a cercare la musica partendo da quello. Lo stesso è successo con l’immagine che avevo della macchina alla guida nella notte, e la canzone “The Optimist”. “Endless Ways” proviene dall’immagine di “Interstellar” in cui la figlia Murphy cerca di convincere il padre a non partire per la missione e suo padre da un’altra parte dello spazio tempo cerca di comunicare con lei da dietro la libreria. Essendo un padre anch’io ho immediatamente sentito una connessione emotiva con la storia e l’ho tradotta in quel brano. Il punto di queste immagini non è tanto il come; come mai quelle immagini mi hanno colpito così tanto da ispirarmi a scrivere musica? Semplicemente è qualcosa che avviene, spontaneamente. Per cui se applichi “Wildfire” al contesto della storia, si può dire che è un sogno, ma se poni la canzone sul piano della sua origine, è semplicemente un processo incosciente di traduzione di un’immagine in una melodia. Ecco, nella mia idea non ho mai pensato per questa canzone a qualcosa come un crollo psicologico del personaggio. E’ di certo un brano sulla confusione che puoi provare dentro di te. Puoi prendere questa come spiegazione. In generale tutte le nostre canzoni nascono descrivendo i sentimenti di una relazione tra esseri umani. E sono tutte molto ambigue. Non c’è una canzone dove una storia molto chiara e precisa viene raccontata, dove un fatto dopo l’altro viene narrato. E’ tutto sfumato; le parole cercano di essere forti e autentiche, ma il significato è dentro di te. Nulla viene detto riguardo al personaggio. Tu interpreti “The Optimist” come il viaggio di una persona, mentre magari potrebbe trattarsi degli ultimi cinque minuti della sua vita, gli ultimi minuti in cui passa a rassegna tutto e poi muore.

 

Mi è sempre piaciuta questa cosa: le liriche degli Anathema sono sufficientemente specifiche per definire uno stato d’animo ed una relazione tra soggetto e oggetto. Benché siano del tutto prive di contesto, quindi chiunque può relazionarsi ad esse senza entrare nei vostri dettagli personali. Per qualcuno “Untouchable” può essere una canzone su una separazione all’interno di una storia d’amore, per qualcun altro un’amicizia finita, per qualcun altro ancora una nostalgia per una persona perduta per sempre. Insomma sono universali.

Noi infatti parliamo di interazioni tra esseri umani. Prendiamo spunto da quello che abbiamo vissuto e lo portiamo su un livello in cui emerge l’emozione, e non il dato. I nostri soggetti in generale sono le persone, la vita, e le interazioni tra i sentimenti di più persone.

 

Sempre per fare dietrologie e teorie complottiste: data la ripetizione del testo c’è qualche analogia tra “Barriers” e “Springfield” a parte la conversione del soggetto dal plurale “we” al singolare “I”?

No, veramente no. Stavo componendo il testo per quella canzone, in cui il senso di smarrimento è davvero forte, e mi sono accorto che quella frase l’avevo già scritta in passato. Poco dopo ne parlai con Vincent e lui mi confermò fosse una bella idea. Quindi l’ho tenuta. Niente in “The Optimist” è fatto consapevolmente, le cose sono uscite nella massima spontaneità.

 

Oggi durante tutto il concerto avrete il supporto di materiali video per ogni brano. Avete realizzato per “The Optimist” video molto ficcanti con l’artwork del booklet da quarantotto pagine, e anche per le canzoni degli album precedenti siete riusciti ad animare coerentemente l’immaginario grafico dei vostri lavori storici.

Sì, lo troviamo un valido supporto. U2, Sigur Ros, tutte band che vogliono comunicare più che soltanto suoni utilizzano questo strumento. Ad ogni modo, non sono io che me ne occupo e non essendo il mio territorio preferisco non parlarne.

 

Parlando invece di “Monochrome” almeno in coda a questa intervista, hai scelto di indicare all’ascoltatore con il titolo un qualche modo di rappresentare la musica che vi è contenuta?

In realtà stavo pensando al titolo e mi è venuta in mente la parola “Monochrome”. E senza pensarci su molto, l’ho trovato il titolo adatto. Sia in “Memory & Meaning” che in “Monochrome” c’è un disegno di me stilizzato a matita, e uno in termini di colori è il negativo dell’altro, sempre in bianco e nero. Per cui, “Monochrome”!

 

E quanto hai dovuto combattere perché gli Anathema ti lasciassero usare dei brani composti da te?

In realtà solo per “The Exorcist” ho dovuto combattere. Era una canzone perfetta per gli Anathema, già così com’era, ma avevo bisogno di un brano d’inizio coinvolgente per cui ho insistito per prendermelo. Gli altri sono tutti brani che mai nessuno della band avrebbe preso così com’è. Di sicuro ci avrebbero lavorato sopra, cambiato qualche suono, inserito qualche percussione elettronica; molti di questi sono rimasti inediti per anni e avevo voglia di farli uscire.

 

Hai una preferita, a parte “The Exorcist”?

“The Silent Flight Of The Raven Winged Hours”, di sicuro. E’ eclettica, e contiene quattro momenti musicali composti tra il 1999 e il 2011; mi piace per la sfida che ho colto nell’uso espressivo del pianoforte, e per la sua atmosfera notturna. Doveva chiamarsi “Night”, semplicemente, ma poi mi ricordai, o forse sentii per radio, questa descrizione della notte che Edgar Allan Poe aveva fatto usando quelle parole. E lì ho deciso che avrebbe dovuto avere quel titolo; non è un riferimento alla sua narrativa, solo una sinestesia.

 

E Anneke?

Anneke e Anna Phoebe le ho coinvolte perché sono due musiciste eccezionali che hanno arricchito molto il mio modo di comporre con le loro individualità. Ho deciso di non chiedere a Lee di partecipare, se non in fase di prototipazione, perché altrimenti sarebbe stato un disco degli Anathema mancato. Ho mandato il demo ad Anneke con le linee vocali e lei mi ha rimandato il tutto in un giorno. Con Anna Phoebe ho approfittato invece, durante il tour delle cattedrali, a metterla davanti a dei brani e abbiamo sperimentato cercando idee sempre nuove e scremando quelle migliori. E’ stato un bel modo di studiarsi a vicenda e tirare fuori il meglio.

 

Suonerai qualcosa da “Monochrome” stasera?

Se me la sento suonerò “The Exorcist”.

 

Va bene. Hanno pagato il tuo riscatto. Sei libero.

Vi conviene affrettarvi perché gli Alcest hanno già iniziato…

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