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Anathema: intervista a Daniel Cavanagh

Abbiamo raggiunto Daniel Cavanagh per parlare con lui di “The Optimist”, l’undicesimo album di inediti degli Anathema. Dopo tre anni da “Distant Satellites” che ha costituito un viaggio tra atmosfere solenni, cupe e in parte innovative, molti concerti e iniziative, arriva un disco che forse riesce ad essere ancora più diretto, emotivo e profondo delle ultime eccellenti produzioni del gruppo di Liverpool. Daniel è fresco, scherzoso, e allo stesso tempo carico di entusiasmo. Lo abbiamo ascoltato e stuzzicato molto volentieri, consci di stare parlando di un serio candidato a “disco del 2017″.

 

Ciao Daniel. Come stai? Sembra che questo sia un momento molto sereno della tua vita.

Sì sì, molto bene. Mi sono da poco stabilito a Northwood con mio fratello. Si tratta di una zona tranquilla e verde. Forse l’unico aspetto in cui non mi ritrovo pienamente è la personalità degli inglesi. Io discendo da una famiglia gallese, che affonda le radici in un folclore molto accogliente. Come sociotipo mi sento molto vicino agli scozzesi. Senza nulla togliere all’Inghilterra: dal mio punto di vista è un grande Paese, per cultura, tradizioni e per la storia della musica. Ma questi sono solo dei lati positivi che non compensano il resto; per altri versi è un Paese che vive un’intensità politica capace di consumarti, e la sua storia stessa come nazione è ingombrante e ha comportato la sofferenza di molte persone, per esempio durante l’esistenza dell’Impero Britannico. Non sono certamente orgoglioso di questo lato dell’Inghilterra, come non mi sento rappresentato dalla Brexit; mi piace la parte umoristica e brillante dell’essere inglese, ma forse proprio per questo fattore mi sono trovato molto vicino alla cultura scozzese e al suo buonumore. Prendi una città come Glasgow: è dove abbiamo registrato “The Optimist”. La adoro. Ha un grande calore e la cultura è in fermento continuo. Forse anche perché non amano il partito dei conservatori, come di certo io non lo voterei. (risate, ndr)

 

Ok, partiamo subito con “The Optimist”. Dal momento che questo è un concept album…

Non è un concept album…

 

Ho iniziato bene…

(risate, ndr) è una narrazione, una storia. Preferiamo non etichettarlo “concept album” perché è un genere che dopo “The Wall” non ha mai saputo ripetersi. Non ricordo un concept album decente dopo quello… Te ne viene in mente qualcuno?

 

Sì. Almeno ci provo. Savatage, “Streets – A Rock Opera”, 1991.

Savatage? Davvero? Hmmm… qualcun altro?

 

Trans Siberian Orchestra, terzo album “Beethoven’s Last Night”. Anche se parliamo quasi dello stesso gruppo…

Ok, sentiamoli. (Daniel apre Spotify, ndr) Quale canzone mi consigli? Proviamo “Mephistopheles”. (proviamo per quaranta secondi, ndr)

 

“What Is Eternal” è anche una buona canzone

“What Is Eternal”. Sentiamo. Ma è un uomo quello che canta?

 

Sì, dovrebbe… comunque dai, capisco anche il tuo punto e in un certo senso hai ragione. Dopo “The Wall” e “The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails, se parliamo della grandezza nello scopo di un concept album, faccio seriamente fatica a puntare a un riferimento.

No, infatti. I Pink Floyd hanno settato uno standard, e il genere di per sé non è così facile.

 

Comunque, la domanda voleva essere: visto che è una “narrazione”, una storia coesa, farete di nuovo la bella sorpresa che capitò di sentire nei tour di “We’re Here Because We’re Here” e “Weather Systems”, ovvero di suonare tutto l’album consecutivamente?

Sì, probabilmente. Vorremmo riuscire a proiettare un film durante l’esecuzione di tutto il disco, creando forte sinergia tra musica e immagini. Di solito la scelta stilistica di proporre dal vivo un intero album avviene dopo le prove. In quella sede ci rendiamo conto che ci sono dischi che vengono assimilati meglio se mischiati con il repertorio. Altri vengono meglio raggruppandoli ed isolandoli nel concerto. Per “The Optimist” potrebbe, anzi dovrebbe, funzionare molto bene. Esteticamente l’idea sembra un po’ “prog”; dopotutto è Roger Waters con “The Wall” che ha inventato questo… Comunque la risposta è sì. Ci stiamo provando.

 

Mentre ascoltavo il disco immaginavo proprio l’idea di un film, stavolta più che mai, attaccato all’atmosfera sonora.

Mi fa piacere perché è quello che vogliamo che sia per voi. Molto spesso realizzare una cosa del genere è anche una questione di budget. Ma se riusciamo a imbastire una commistione di linguaggio visivo e musicale convincente e che funziona davvero, sarà così che proporremo l’album dal vivo.

 

The Optimist foto 01

Anathema – The Optimist

Personalmente, avevi immaginato, o anche solo fantasticato, nel 2001 un seguito a “A Fine Day To Exit”?

No, assolutamente. L’idea di cucire addosso alle canzoni una narrazione è piuttosto recente, e arriva ben dopo la loro composizione. Ad un certo punto della lavorazione avevo ultimato “The Optimist” (il brano, ndr); stavo cercando un titolo, questo mi piacque subito e lo mandai a Vincent, solo per avere il suo parere, non per alludere o suggerire una storia agganciata ad esso. Vincent adottò il titolo da subito e solo dopo un po’ John, in studio, se ne venne fuori con l’idea di dare a questo brano una storia. Lo disse senza riferirsi a quello che stavamo registrando fino a quel momento, gli uscì di getto. Avendo già le canzoni pronte, inizialmente mi impuntai dicendo “No, non adesso, non ci sono le canzoni per fare una storia!”; poi, come spesso accade, subito dopo il “no” provai a vedere se ci fosse un modo in cui una storia poteva adattarsi a quello che avevamo già scritto. Mi tornò in mente proprio “The Optimist” (sempre il brano, ndr) e l’immagine di questo personaggio che guida di notte; il tema della fuga insomma. Da lì l’idea di fare un album basato sul seguito di “A Fine Day To Exit”. Complessivamente, l’album è qualcosa che riguarda profondamente noi stessi, come sempre è stato; anzi ti dirò di più. L’album è quasi autobiografico. E se c’è una cosa che mi rende orgoglioso, è il fatto che, sebbene sia così incentrato sulle nostre vite e le canzoni siano davvero qualcosa di personale, ha una coesione tale da permettere di immaginarci sopra una storia. Un esempio? “Leaving It Behind” è una canzone su uno stato d’animo personale, che trasmette questa idea di lasciarsi tutto alle spalle; grazie a questo valore riesce a coesistere anche come tassello della storia. “Back To The Start” è stata scritta da John Douglas, per lui stesso. Lui e lui soltanto, non per il personaggio della storia; eppure si incastra perfettamente come significato e come mood nell’interpretare la parte di chiusura di tutto l’album e della narrazione.

 

Quindi, come già in passato, i testi si applicano a un “Io”/”Tu” generici nei quali, chiunque prova immedesimazione, può cucire i testi intorno alla propria immaginazione. Ma tu come ti relazioni al personaggio che avete creato con questo ultimo capitolo? Con le prove a cui è sottoposto, e i sentimenti che gli fate esprimere?

Non ho mai pensato, sinceramente, a come relazionarmi a lui, quanto piuttosto lui a noi. Non ho mai realmente inquadrato il punto di vista delle canzoni come il punto di vista di un personaggio; prima di tutto, è semplicemente qualcosa che noi abbiamo scritto. Io penso frequentemente alla nostra storia, e a come abbiamo fatto accadere le cose mentre scrivevamo i brani. Per esempio, se penso a “Springfield” e alla frase “How did I get here?” non mi sovviene l’immagine del personaggio che si sente smarrito, senza un indizio su dove si trovi e su come abbia fatto ad arrivare lì. Quella parte non è ciò che è importante dal mio punto di vista. Quello che è importante è come quelle liriche siano fuoriuscite dai miei sentimenti, dallo stato mentale e spirituale in cui esprimevo il mio non sentirmi bene dove mi trovavo. Quando ho scritto “Springfield”, stavo parlando di me stesso e, riguardo al titolo, non stavo nemmeno parlando di un posto in senso fisico; tuttavia, se lo metti dentro la storia, dove c’è un personaggio che sta affrontando un viaggio e si sente perduto, ecco che il tutto prende un contesto diverso, e in qualche modo il significato originale si distrae dall’autobiografia, prestandosi alla storia. Si tratta al più, quindi, di come il personaggio si relaziona a noi, piuttosto che il contrario.

A volte mi capita di pensare alla narrazione, specialmente attraverso immagini, partendo magari dalle foto che ha scattato Travis Smith durante il suo viaggio per catturare il materiale che ha utilizzato poi nella grafica del libretto. Anche in questo caso, è un’allusione metaforica perché, sottolineo ancora, non è una storia vera e propria con un inizio, uno svolgimento e una fine. Ci sono molte aree vuote, lasciate apposta all’immaginazione del fruitore. E l’artwork, in qualche modo, aiuta questo linguaggio allusivo.

 

Già, Travis Smith. Aveva curato anche le immagini di “A Fine Day To Exit”, giusto?

Sì, ed è per questo che è la persona giusta per illustrare “The Optimist”. Lui è andato proprio nei posti dove erano ambientate le canzoni nel momento in cui lo abbiamo ingaggiato per lavorarci su. Proprio lui ha poi incarnato lo spirito de “The Optimist”, diventando letteralmente come il protagonista. Per creare la grafica, è tornato sulla spiaggia dove aveva scattato la foto della copertina di “A Fine Day To Exit”, e da lì ha seguito il viaggio raccontato dalle canzoni, ha affittato una stanza d’albergo, insomma ha interpretato appieno la parte…

 

Quindi la risposta all’hashtag #whoistheoptimist è “Travis Smith”?

No… la risposta è “Tu?”. Col punto di domanda.

 

Ok; parliamo del lato innovativo. L’aggiunta dell’elettronica in questo disco ha qualcosa di eccezionale. Non è un abbellimento, un arrangiamento particolarmente ricco, ma è qualcosa che rende incredibilmente chiaro il materiale e svolta la composizione ad un livello quasi cinematico. L’impatto è di efficacia immediata. Quando e come siete divenuti consapevoli di uno strumento del genere al vostro arsenale, da impiegare in questo modo?

A dire il vero non lo abbiamo pianificato più di tanto. Molto di quello che dici è dovuto al contributo di Vincent. Dal momento in cui le versioni demo delle canzoni sono finite nel suo hard disk, lui poi è bravissimo a provare varie strade, ad aggiungere diversi tipi di arrangiamenti e osservare come funzionano. Prendiamo per esempio “Wildfire”. La versione demo originale era un semplice riff di piano da parte mia, con qualche aggiunta di intuizioni vocali e un po’ di chitarra. Non avevo nemmeno immaginato di infilarci dentro dell’elettronica. Mentre per Vincent è stato semplicissimo, una volta messo il brano nelle sue mani, tirare fuori dalla sua libreria un loop di batteria che si adattasse bene. Ed immediatamente il brano aveva già un altro feeling. E’ così che avviene, senza tentativi troppo elaborati. Alcune canzoni si lasciano naturalmente abbellire da questo tipo di arrangiamenti, altre si valorizzano di più se lasciate nella loro organicità naturale. Forse, quello che siamo riusciti a fare in questo disco è far suonare l’elettronica come un elemento organico e naturale insieme al resto.

 

Da qualche parte nel foglio promozionale di “The Optimist” si dice che questo è il vostro materiale più oscuro; naturalmente è un’affermazione con intenti promozionali, ma mi sembra dopo qualche ascolto del disco che sia molto distante dalla realtà. Trovo il disco non scevro di momenti luminosi, anche positivi. Secondo te?

Non abbiamo scritto noi quel claim, e certamente non è il disco più cupo che abbiamo fatto. Probabilmente lo è rispetto a tutto quanto abbiamo fatto con K-Scope. Forse è per quello che l’hanno detto… Certamente è un disco più oscuro che felice, e non ci sono molti momenti luminosi. Anche Duncan Patterson lo trova “dark” e, se lui pensa che lo sia, assolutamente è un disco cupo. Lui sa queste cose… (risate, ndr)

 

Io trovo che le melodie siano ariose in alcuni punti. Sinceramente sento del chiarore, più che oscurità, in alcuni episodi.

Davvero? Forse c’è qualche accenno di apertura in “Can’t Let Go”, o forse in “Endless Ways”. Ma non c’è una “Dreaming Light” in questo disco, per intenderci. O “Everything”, che sono assolutamente piene di luce.

 

The Optimist foto 02

Anathema – The Optimist

Ok, ci sta. Andiamo oltre. Parliamo di geolocalizzazione. Qual è la “Springfield” dell’album?

E’ quella dei Simpson (risate, ndr). In realtà questo non è importante, almeno per me, esattamente come la collocazione dei testi nella storia. Per tornare all’esempio di prima, “How did I get here? / I don’t belong here” sono parole scritte mentre mi trovavo a Londra, ed ero nella mia casa. Ero molto, molto isolato. E mi sentivo perduto. Il motivo del titolo della canzone invece è perché questo è stato concepito durante un soundcheck negli Stati Uniti. Ma non c’è una specifica Springfield a cui mi volessi riferire; piuttosto, era un posto che l’ascoltatore può costruire con la sua immaginazione. Diversamente, nella canzone San Francisco mi riferisco certamente alla reale San Francisco, senza ombra di dubbio; ma la città di Springfield a cui alludo può essere una qualsiasi a vostra scelta. Addirittura quella dei Simpson. Magari Bart Simpson è The Optimist (risate, ndr). Oppure #ishomersimpsontheoptimist?, col punto di domanda.

 

Parlando di “Close Your Eyes”, invece: ci sono molti elementi sorprendenti in questo brano. Inizialmente malinconica, con una progressione verso il finale che ricorda quasi una scena à la David Lynch musicata da…

Da Angelo Badalamenti! Sei il primo ad aver fatto questo riferimento, ed è assolutamente corretto. Ascoltavo molto spesso la colonna sonora di Twin Peaks proprio prima di registrare le chitarre di questo brano. E dissi quindi a Tony (Doogan, il produttore, ndr): dobbiamo provare a ottenere questo suono con le chitarre. O forse era una sua idea, non ricordo… mentre la colonna sonora di “Taxi Driver” è stata l’ispirazione per il tocco di tromba che senti nel brano. Da tempo cercavo un modo per far sì che la tromba potesse entrare a pieno titolo nella nostra musica, ma è stata la colonna sonora di Taxi Driver a farlo accadere con questa sorta di sfumatura noir. “Close Your Eyes” è effettivamente una delle canzoni che preferisco.

 

Mi piacerebbe partecipare alla classifica, ma per quanto mi sforzi questa è la prima e unica volta in cui faccio fatica ad avere una preferita. Sono tutte equamente indispensabili nelle loro varietà e non trovo punti deboli.

Grazie! Per la verità qualcuna mi piace di più delle altre. Non al punto di definirle preferite. Probabilmente ho un piccolo debole per “Close Your Eyes”, “Springfield”, “San Francisco”, e forse “The Optimist”. Amo particolarmente il riff di chitarra finale di “The Optimist”, il mood creato in “San Francisco”, e il suo modo di confluire in “Springfield”; e poi adoro particolarmente il finale di “Springfield”, il suono delle sirene della polizia in sottofondo, e il sussurrare della voce alla fine che dice: “Questo posto è come il ricordo di una città, un ricordo che sta svanendo”; è una delle citazioni da uno dei migliori attori della nostra generazione, per uno dei migliori tv show che siano mai stati girati.

 

Rust in True Detective…

Esatto! In quella scena in cui a un certo punto Cohle gli intima: “Smettila di dire stronzate del genere. Non è professionale”. Alla fine anche queste, soprattutto le serie piuttosto che i film, sono influenze che hanno contribuito a dare questo sound a “The Optimist”. Anche “Mr Robot” è stato un contributo per “San Francisco”, e il film “Interstellar” di Christopher Nolan ha alimentato la creazione di “Endless Ways”. Come processo creativo, si tratta di prendere l’emozione visiva che questo tipo di arte ti trasmette e trasformarla in musica. Con questo album si può dire che la composizione è partita da una serie di visioni, in generale per tutte le canzoni. Ad esempio: “Wildfires” è una visione, “The Optimist” che riprende l’immagine di una guida nel cuore della notte è una visione. “The Optimist” Inizia come un disco “visivo” e termina allo stesso modo; è la musica che sta nel mezzo.

 

La Colonna Sonora di “Mr. Robot”, ovvero nello specifico il brano “Veraliber4ted” dell’omonimo episodio, era anche l’intro dei vostri ultimi concerti.

Esatto, e lo sarà anche per i prossimi concerti. Appena ho visto questa serie, ho condiviso con gli altri il fatto che fosse qualcosa di meraviglioso e una fonte di ispirazione. Un giorno, nella nostra sala prove, avevo bisogno di riposare un po’ e dissi ai ragazzi che mi sarei preso un po’ di tempo per dormire. Consigliai loro di iniziare a guardare “Mr. Robot” e… finii con lo svegliarmi a cavallo tra la fine del quarto episodio e l’inizio del quinto, che esordiva con “Love On A Real Train” dei Tangerine Dream: quella è la diretta ispirazione al sound di “San Francisco”. Alla fine dell’episodio cinque Elliot torna a casa con sua sorella, in treno, abbattuto per non essere riuscito nel suo intento. Durante questa scena un sottofondo musicale che poi si rivela essere “Love On A Real Train” si fa strada sempre di più fino a diventarne il fulcro. In quel momento ci dicemmo: “Dobbiamo fare una canzone come questa!”. Partimmo dalle note di “Endless Ways”, ci girammo intorno con un arpeggio, usando il delay per il pianoforte e creammo “San Francisco”; collocando la traccia in un momento della storia in cui il contesto della fuga notturna alla guida di un’auto era perfetta.

L’intro dei concerti, invece, venne da qui: alla fine dell’episodio sei è il momento in cui Vera esce dalla prigione e mostra a Elliot quello che c’è nel bagagliaio della macchina: la sua fidanzata morta. La musica costruisce in quel momento un pathos pazzesco, gradualmente dallo sfondo della scena durante il parlato, fino a crescere sempre più forte. A quel punto, ti rendi conto che questo sta accadendo da almeno quattro minuti, diventando sempre più forte. Alla fine Elliot apre il retro della macchina e vede il cadavere di Shayla; quindi si tira su il cappuccio e esce di scena dopo essere rimasto traumatizzato dalla scoperta. Mi ricordo il momento in cui Vinnie si girò verso di me esclamando “FUCKING HELL!”. E’ molto potente.

 

Ammiro come siete in grado di prendere ispirazione anche da altri media per poi trasformare il tutto in musica…

In realtà non si tratta di ispirazioni, inteso come mood o sentimento prevalente. Le storie, i motivi scatenanti, i sentimenti che compongono poi le melodie, sono i nostri. Quello che abbiamo fatto è stato accogliere idee e sensi estetici facendone un dizionario aggiunto per i significati che volevamo esprimere. Se invece intendi il fatto di aver reso queste ispirazioni esterne omogenee al nostro stile, adattandole in un modo naturale, logico e funzionante e rinnovando i singoli aspetti derivativi, che sono entrati a far parte del disco, in qualcosa di originale e ben amalgamato al nostro modo di suonare, su questo sono d’accordo: è stato un grande lavoro e un traguardo di cui siamo orgogliosi.

 

Siete dunque freschi di collaborazione con Tony Doogan…

Un produttore fantastico. Assolutamente fantastico.

 

A parte il suo suggerimento di registrare in studio come una band live, quali altri preziosi contributi ha saputo dare a “The Optimist”?

A essere onesto, ogni volta che riascolto il disco mi sembra per metà di ascoltare il disco che Tony ha voluto ed è riuscito ad ottenere. La sua influenza è dappertutto. E’ impossibile calcolare il suo contributo, o identificarlo in modo separato dal resto; “The Optimist” suonerebbe completamente come un altro disco se non ci fosse stato lui. Sarebbe sempre la stessa opera, ma avrebbe suoni, arrangiamenti, e un modo di arrivarti assolutamente diversi. Non saprei davvero dove iniziare, perché Tony ha pensato e condiviso con noi come produrre e far suonare ogni singolo minuto di tutto il disco.

 

Credo di capire: ricordo come erano i nuovi brani al concerto di Eindhoven, e ho notato differenze sensibili tra le esecuzioni dell’anno scorso e come suonano adesso.

Esatto. Anche “Springfield” è un ottimo esempio di questo, non trovi? E’ la stessa canzone, ma prova a notare la differenza nel modo in cui le chitarre sono registrate, nei contrappunti, nei salti e nelle riprese nella parte finale… Nello specifico Tony non ha mai detto “fate così” ma ci ha riempiti di suggerimenti che abbiamo provato di volta in volta, approcciando i brani che stavamo registrando, riscontrando che cosa funzionava e che cosa meno, maturando infine un sound più evoluto e decisamente irripetibile.

 

Torniamo al tour: ultimamente c’è sempre stato qualcosa di speciale in mezzo agli show regolari: magari era un concerto con l’orchestra, un tour di cattedrali, o un tour con i membri storici. Insomma c’è qualcosa di nuovo all’orizzonte oltre alle date ufficializzate finora?

Non ci sono piani per adesso, a parte il tour ufficiale. Sono cose che accadono e noi di solito non diciamo mai di no quando e se capitano… Sull’orchestra non sarei così ottimista dato che in questo disco al massimo ci sono parti in cui suonano nove archi contemporaneamente, quindi non un’orchestra completa. Ma non si sa mai.

 

E invece che cosa si sa dei tuoi lavori? Eravamo rimasti che sarebbe dovuto uscire un disco solista nel 2015, poco dopo “Memory And Meaning”. Giusto perché una canzone come “The Exorcist” la vorrei avere in alta risoluzione…

L’album è finito, prodotto da Christen André Cederberg, e vedrà la luce grazie a K-Scope credo già entro quest’anno.

 

Bene. Allora, siamo quasi arrivati alla fine e… ci riproviamo. Chi è “The Optimist”?

(letteralmente, risponde) #istheoptimistthelistener?

 

Ma quando si sente il protagonista bussare alla porta e chiedere “How Are You?” e poi dopo sei minuti di silenzio la ghost track fa sentire una scena di famiglia con un bambino… Possiamo pensare che sia ritornato?

Non collegherei troppo la parte finale della bambina con la storia del disco. In generale, non vorrei essere io a dire come finisce la storia; la traccia fantasma non è un indizio in realtà…

 

Ok.

E poi mi piace tenere le domande aperte. Il finale è un vero finale oppure è un flashback al momento prima della fuga del protagonista in “A Fine Day To Exit”? E’ questo che dà il godimento all’ascolto. Tu che idea ti sei fatto?

 

Che il protagonista è tornato al punto di partenza, dalla sua famiglia, e la scena si conclude con la domanda “Come stai?” dopo un lungo viaggio.

Ecco, hai trovato la risposta che va bene a te. Ma magari non era la sua casa, ma quella di sua sorella… (ride, ndr.) Semplicemente è una cosa che non sappiamo, che nessuno conosce. Perché non è nelle intenzioni del disco “spiegare”. Per esempio: l’unica cosa che sappiamo dalla voce è che il protagonista di questa storia è un uomo. Ma per caso c’è scritto da qualche parte che il protagonista di “A Fine Day To Exit” è un uomo?… Beh sì, diciamo di sì. Possiamo dire con ragionevole certezza che è un uomo. Probabilmente lo stesso di “The Optimist”.

 

Ok, grazie di tutto Daniel. E’ stato fantastico.

Grazie a voi per averla offerta. Alla fine da quant’è che stiamo parlando?

 

Praticamente 56 minuti.

Praticamente la durata del disco.

 

E ancora non abbiamo un finale… (risate, ndr)

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