Home > Recensioni > Anathema: Judgement
  • Anathema: Judgement

    Anathema

    Data di uscita: 01-01-1999

    Loudvision:
    Lettori:

Emozioni a fior di pelle

È questo caso specifico, d’una Musica che arrivi prima al cuore, che non alle orecchie… Tutto lo scibile umano, non credo possa spiegare come “Judgement” facesse parte di me, ancor prima della sua assimilazione, della sua conscia metabolizzazione, ma questo è stato il suo corso. Irrazionalmente, silenziosamente scivolato nell’anima. Il precedente, è un “Alternative 4″ opprimente e soffocante, poliedrico diamante perfetto di nervi al limite della rottura, di dolori talora urlati, talora invece strozzati in gola, talora infine ringhiati in un mormorìo interiore; con questo (capo)lavoro, i Britannici riescono ad espiare la malattia con una presa di coscienza artistica tale, da esser quasi fuorviante: grida forti, strazianti in alcuni momenti, a rischio di fraintendimento.
Dai primi arpeggi di “Deep” nasce una oceanica onda emotiva che trasporta con accattivante sentimento, stemperando la perfezione senza eccessi, spremendo l’agrodolce in quel che si può definire come una promessa di un futuro immunizzato, eco almeno di quelle “open laughters held in distant days”. Più nervosa la marea di “Pitiless”, che dalle spirali di corrente risale a galla con l’ampio refrain squarciato da un assolo psichedelico che urla il tramonto della mente. Si spalancano orizzonti della bellezza dei quadri di W. Turner con le distese cadenzate di “Forgotten Hopes” e “Don’t Look Too Far”. E si raggiunge il centro dell’anima quando “One Last Goodbye” disarma la retorica del dolore e grida la necessità e il folle desiderio di combattere l’ineluttabilità della perdita, muovendo al melancolico strazio persino il mare lungo la sua superficie, scuotendone gli abissi, scivolando dentro una notte al chiaro di luna, “Parisienne Moonlight”. Questa, minimale e insostituibile proseguio, inscena uno struggimento di “realtà detta fuori dai denti”, strappata dal riserbo, rilasciata come ultima melodia prima d’un addio, in un crescendo d’intensità che conferma sempre più quanto la separazione sia l’ultima cosa davvero voluta, la più lontana dal “bello” che esprime qui il suo canto del cigno, la sua ultima chance di superare le parole dette e arrivare più diretta al cuore, prima di scomparire nell’armonia da dove è nata. Nella musica sull’acqua di “2000 & Gone” – “Transacoustic” e sulle rassicuranti note addolcite di “Make It right (F.F.S.)” arriva la delicatezza lenitiva che rende tutto superabile.[PAGEBREAK]Quale sia stato il “processo di guarigione” alla base, non posso saperlo, se non nei termini dell’intelleggibilità d’un album; quello che di certo so, è che il caleidoscopiemozionale in questione, è quanto di più drammatico e patetico l’Arte possa rappresentare. Immediati canali espressivi accordati ai sentimenti, trame chitarristiche e voce, in crescendo e cali di tensione come la risacca delle onde sulla battigia, in pieni-vuoti d’aria e in nitidezza-opacità, percezioni alternate galleggianti, a tratti abbracciate da improvvise correnti animose che trasportano nelle profondità d’una cavità marmorea invasa dall’acqua, in aperture di respiro soffocanti in celle anguste e fredde: ambienti emotivi molteplici, cromatismi che sempre sfumano l’uno nell’altro, in suggestioni complementari che autonomamente si spiegano. A volte un piano fa la sua elegante comparsa, addentrandosi in quei delicati territori a secondo livello di comunicazione, a sfiorare quelle parti di te che mai avresti fatto tanto sensibili. Psichedelia effettistica ed atmosferica, acidamente evocativa, vaso di Pandora, borsa di Mary Poppins da cui potete estrarre qualsiasi cosa vogliate, del vostro più profondo necessaire: spazio a pensieri inespressi, a desideri mai osati sperare, a viaggi mentali che vi portino lontano, magari in proiezioni di vite parallele.
“Judgement”, si spinge ben l’oltre il rappresentare una parentesi artistica: si tratta piuttosto, d’un esorcismo esemplare amaro nella dimensione del ricordo, ma forte del senso di vittoria che, nella maniera più naturale e genuina, arriva a noi. E noi, dimenticando i motivi d’un passato tanto infausto, possiamo permetterci d’estraniarci, e di vivere in maniera il più personalmente umorale possibile, la marea d’emozioni che, come sempre del resto, gli Anathema sono in grado di prospettarci, a perdita d’occhio sull’orizzonte. “No one can find me/Here in my soul…” “… Don’t leave me behind/Lend me your hand”.

Scroll To Top