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Anathema: La magia di Winchester

Winchester, 6 Marzo 2015

A Winchester si respira aria di storia e di tradizione. L’antica capitale del Wessex, e un tempo capitale dell’Inghilterra, ha un’aura di magia e autenticità. Qualcosa del carattere di un tempo antico fatto di mattoni scuri, di vicoli accoglienti e di una piazza intima, fino a quella cattedrale che da molti è considerata un capolavoro ed il culmine dell’architettura della città. Si staglia, un po’ all’improvviso, sopra gli edifici del centro, contornata da un giardino discreto e ordinato. Mentre il sole tramonta e la temperatura inizia a farsi pungente, lungo la coda di questa prima data sold out del tour delle cattedrali degli Anathema, si nutre silenziosamente l’aspettativa di qualcosa di magico.

Si entra, puntuali, alle 18.45 passando per la navata centrale; si avverte l’austerità delle vertiginose pareti slanciate, lo stile gotico e l’importanza del sito storico che dopo molti re incoronerà gli Anathema di una prestazione assolutamente regale. Il palco montato lungo il transetto è ricco di strumenti e premette le molte cose buone che di lì a poco sarebbero accadute ma al contempo sembra timidamente rimpicciolirsi davanti ad un contesto storico-architettonico quasi intimidente.

Le tante domande si stemperano con l’ingresso sul palco di Anna Phoebe, compositrice famosa anche per i suoi tour con la Trans Siberian Orchestra, che annuncia un set di brani per violino e chitarra accompagnata dal chitarrista folk Nicholas Rizzi dei Jurojin. La proposta si rivela molto coerente con quanto sarebbe stato il centro di interesse della serata, e particolarmente piacevole. Tra Anna e Nicholas scorre una certa alchimia: le corde dei due rispettivi strumenti danzano ed accompagnano la musica talvolta con un gioco di contrappunti, oppure dialogando tra loro a turno. Il risultato riesce sicuramente a mettere in primo piano la bravura tecnica della violinista, mentre il lavoro di rifinitura della chitarra acustica fornisce ritmo e ricami a sostanziare i frequenti assoli di Anna. I pochi brani eseguiti sono per la maggior parte provenienti da “Embrace” e ne conservano intatte le contaminazioni etniche, talvolta mediorientali, amplificando le note latine, delicate o sinuose, rispetto agli originali presenti nell’EP.

Discreti come mai accade per un gruppo di supporto, lasciano il palco ringraziando il pubblico, la band di Liverpool e decantando le lodi della splendida location con ancora lo zucchero delle melodie nella bocca degli spettatori. Nemmeno il tempo di iniziare a domandarsi “dove sono?” che le luci calano all’improvviso. Suoni di natura bucolica pinkfloydiani si mischiano ad una versione a cappella di “Because” dei Beatles. Daniel Cavanagh è il primo a salire mentre le luci iniziano ad illuminare soffusamente il palco. Abbozza una serie di accordi ricorsivi che emanano nostalgie lontane accompagnando l’ingresso di Vincent Cavanagh e Lee Douglas, entrambi accolti con continui applausi. L’aspettativa è massima e le corde beatlesiane confluiscono magicamente nella riconoscibile partenza di “The Lost Song – Pt. 2”. L’esecuzione è piena, è calma e sa prendere il suo tempo, con l’ariosità di Lee e la vertiginosa profondità della linea melodica del brano a tempo di ballata. Non ci sono percussioni e nemmeno l’orchestra al momento, ma qui si palesa grandiosa ed epica la profondità della musica degli Anathema, un brivido capace di contenere emozioni febbrili per poi fluire in un dolce diminuendo che stempera l’intensità, negli originali incontenibile, qui commovente dei loro brani.

La coppia “Untouchable Pt. 1 e 2” a differenza di tutte le esecuzioni passate che le hanno viste in proposizione acustica hanno la pienezza e la struttura degli originali e un vestito etereo sublime. “Thin Air” conferma tutto quanto di buono si era visto nello spin off alla Union Chapel dell’edizione Blu Ray di “Universal”. “Dreaming Light”, annunciata come una rilettura drammaticamente diversa dall’originale, fa assistere il pubblico ad un miracolo di delicatezza e di precisione nel pizzicare l’anima ad ogni singola nota. E’ un fingerpicking senza soluzione di continuità dove Sir Daniel sa collezionare un pathos magico inanellato ad ogni progressione melodica.

Electricity” riemerge come un ricordo lontano troppo a lungo dimenticato, fedele all’originale e allo stesso tempo sorprendentemente piacevole; una felice riscoperta. La coppia “Distant Satellites” e “Take Shelter” nell’esecuzione viene ridotta ai soli Vincent e Daniel, ma colpisce per la coralità degli arrangiamenti ottenuti tramite la “loop machine” attraverso la quale Dan va a costruire dal vivo le linee ritmiche che costituiscono il motore melodico dei brani, lavorando poi simultaneamente sulle parti soliste. Il risultato è tanto stupefacente da far sembrare che un’intera band stia suonando dal vivo.

E la sorpresa giunge proprio con l’arrivo sul palco di Jamie Cavanagh al basso acustico, John Douglas alle percussioni orchestrali e David Wesling al violoncello. Raddoppiando la formazione gli Anathema esplodono in un’estasi sinfonica che rende giustizia alla corposa e straziante “Anathema”, alla eterea “Ariel” ed infine alla inderogabile “A Natural Disaster” che consegna con un finale da brivido Lee Douglas alla grazia eterna, autrice di una performance al pari di Vincent impeccabile e senza sbavature, ma con una nota tutta sua personale di eccellenza espressiva e perfetta chiarezza.

A parte la stranezza di una “Internal Landscapes” eseguita dai soli Danny & Vinny, tutto si conclude col sapore di magia di qualcosa che non vorresti finisse mai, che è durato troppo poco; e con la solita “Fragile Dreams”, nella versione di “Hindsight” fatta eccezione per il finale con la loop machine che, tra dolcezza e melodia accattivante, crea l’atmosfera per il giusto saluto ad un pubblico attonito, composto da persone di tutte le età: tutti concordi, alla fine delle due ore scarse di spettacolo, di aver assistito a qualcosa di Maiuscolo.

Gli Anathema sono apparsi sciolti, estremamente complici e divertiti tra loro, felici dell’esperienza inedita delle cattedrali che gli ha dato modo di misurarsi con la veste più profonda ed intimista sia delle loro composizioni migliori, sia pure di quelle meno gettonate nei concerti normali, come “The Beginning And The End” che qui acquista un sapore melodico senza le asperità elettriche della sua versione originale o “Temporary Peace”, così espressivamente piena e riuscita da risultare un incantevole abbraccio tra loro e il pubblico.

Soprattutto, la solennità del contesto ha permesso loro di corteggiare, conquistare e riempire lo spazio musicale di ogni singolo suono. Ogni nota era fortemente voluta e confluiva in un continuum emotivo che solo loro oggi sono capaci di trasmettere, come se il tempo della musica fosse un metronomo emotivo a cui è concessa una licenza ed il godimento di una poesia immediata. Che arriva dritta all’orecchio.

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