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Thrash pride

Siete mai stati ad un concerto thrash?
Per rendervi l’idea è molto simile ad una gita in un parco a tema: ThrashLand!
La fauna è ricca di individui endemici perché il thrash è una sorta di “genere oasi” ove personaggi biafri e capelloni, con pantaloni attillati, magliette di gruppi misconosciuti ai più e immancabili scarpe bianche da ginnastica, possono scorrazzare da pit a mosh in totale libertà, reclamando la loro appartenenza a quell’ambiente e a quella musica.

Va da sé che il genere è da preservare, visto che se dovesse venir meno, queste persone smarrite perderebbero ogni senso di esistere e verrebbero portate velocemente all’estinzione. È quindi buona cosa chiarire fin dall’inizio che l’anima di questo album si manifesta più come un omaggio underground a quello che è stata la golden age del thrash che come progetto di rivoluzione stilistica.

E “Human Key” degli Ancient Dome non ha nessun timore di mostrarsi per quello che è, fondato su solide basi di tecnica strumentale, pulita e decisa, e riferimenti a grandi band del calibro di Coroner o Heathen.
[PAGEBREAK] Il CD è soggetto ad una sorta di geometria triangolare: a livello musicale raggiunge l’apice con la title-track, la quale contiene sia sonorità pacate che chitarre irruenti, ed a livello testuale con una sorta di mini-concept cullato dal core ritmico compreso tra la terza e la settima traccia.

Nel dettaglio spicca la coinvolgente “Fall Of The Dominion” che entra subito in testa sia per il ritornello catchy che per il frizzante duetto di corde; purtroppo tutta la sua potenza è smorzata bruscamente da “Cold September”, che nel complesso si dimostra la meno azzeccata e la più indecisa tra le song, non tanto per la lyric poetica ma per la parte vocale che si scontra, soprattutto all’inizio, con l’atmosfera fin qua creata andando ad integrarsi solo nei ritornelli e sul finire.

Le tracce si stagliano sull’orizzonte dell’ascolto con tutta la loro velocità e amarezza, tra assoli di chitarra e la giusta dose di tupatupatupa.
Per un genere fine a se stesso e dedito quasi esclusivamente alla propria salvaguardia “Human Key” è un buon lavoro, modesto ma concreto.

Con l’arrivo dell’estate ci vuole un buon album vecchia scuola da poter sentire, senza impegno, durante la giornata. Quindi:
Insert Cd.
Play.
Headbanging.

Pro

Contro

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