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And you got your walkman…

… and you’re walkin’ to the beat.

Il 23 Ottobre 2001 è stato immesso sul mercato il primo Ipod, in grado di contenere nei suoi 5 GB di capienza una quantità, per quel periodo, impensabile di brani. Erano i primi passi di un prodotto divenuto inizialmente status symbol di un’élite, poi oggetto di imitazione, ed infine paradigma della mp3 generation. Più sottilmente, nella sua facilità di ordinare ed archiviare i contenuti, il gioiello di casa Apple ha sempre svolto anche la funzione di un prezioso juke box: le generose capacità lo rendevano utile strumento per travasare intere banche dati, dalla musica più ascoltata negli ultimi tempi, alle tracce dimenticate di album lasciati negli angoli obliati della propria collezione. E proprio notando la loro esistenza dalla lettura al display LCD, durante il momento di un viaggio o di una permanenza fuori da casa, nasceva l’occasione di riscoprire il fascino nostalgico per la musica abbandonata. Grazie all’Ipod, ed ai suoi cloni.

Ancora prima, eccezione fatta per i Mini Disc od altri dispositivi di nicchia similmente relegati a conquistare fette esigue di tecnomaniaci, per anni l’archivio della musica da viaggio è stato il Walkman. Nome mutuato da un prodotto Sony del 1979, diventato sinonimo anch’esso, per deriva semantica, di un qualsiasi apparecchio riproduttore di musicassette, esso ha contrassegnato una generazione di appassionati ed entusiasti che volevano fortemente una cosa: portare sempre con sé la propria musica. Per la propria mattinata di jogging, per rendere più romantico il viaggio dalla fidanzata che abitava lontano, per accompagnare momenti di solitudine, per portare in tutti i momenti fuori casa la musica che più si sentiva dentro: e non era la fedeltà dell’audio ad essere prioritaria, ma il gusto per ciò che si poteva ascoltare o condividere con una cuffia per sé ed una per l’amico/a, in ogni occasione.

Rispetto alla generazione attuale che vede anche per gli entry level articoli tecnologici di buona fedeltà e grande precisione nell’archiviazione per nome, artista, titolo brano, quella del Walkman è sicuramente fondata su valori più sentimentali. Dentro una cassetta stavano le selezioni volontarie ed oculate di chi preparava le proprie compilation premeditandone il godimento per determinati momenti; difficilmente, nei 45, 60, 90, massimo 120 minuti a disposizione, si potevano inserire più di due album interi. I più precisi si studiavano la durata dei brani per arrivare giusti al cambio lato; grazie all’autoreverse, realizzare una trasposizione curata su cassetta garantiva una fluidità piacevole di ascolto.

Sin dalla loro nascita erano state tacciate di essere facile strumento di copia tra amici di dischi in vinile, per evitare l’acquisto di un originale. A dimostrazione che il lamento delle case discografiche, più o meno motivato, è sempre stato lo stesso nei confronti dei mezzi di fruizione. Curiosamente, dalla fine degli anni ’80 e dall’introduzione del Compact Disc, le musicassette potevano essere anche la copia analogica di un raro disco che un amico/a aveva acquistato d’importazione, in modi misteriosi ed irripetibili.

Così, quando sono scomparse, si è dissolto anche un tipo di cultura dell’ascoltare: fatta di importanza per i singoli episodi, di determinazione del proprio gusto, di cura nella scelta della propria colonna sonora. L’album che sarà in Primo Piano questa settimana, curiosamente si sottotitola: Soundtrack For The Cassette Generation. Forse perché si fa seguire in quella maniera. Forse perché ogni canzone è autonoma, ma tenuta insieme da un medesimo fil rouge, quella legatura di valore che rendeva massima la bellezza di un ascolto, talvolta interrotto per essere poi ripreso qualche ora più tardi, dal proprio Walkman. Forse per questa ragione, la luxus edition del disco contiene anche l’album in musicassetta.

È stato impossibile resistere alla suggestione del ricordo, mentre all’ascolto si delineava uno degli album più belli degli ultimi anni. Per questo sarà insolito, e di vena nostalgica, il modo in cui renderemo (o almeno così speriamo) speciale l’introduzione a “Just In Case We’ll Never Meet Again”.
Con una sorpresa per voi, che è stata possibile solo grazie al talento ed all’enorme disponibilità di Marco Soellner. Un racconto per ogni brano del nuovo album dei Klimt 1918, che troverete settimanalmente nelle nostre rubriche. Per fermare la musica con le immagini, e rovesciare le aspettative con la sorpresa per qualcosa che fa respirare i polmoni avidi d’emozione.

Buona lettura, e, questa volta, portate a 11 i vostri walkman. Just in case we’ll never meet again…

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