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…And You Will Know Us By The Trail Of Dead: Guardare sempre avanti

Dopo poco più di una decade di carriera, una forte affermazione internazionale e tre dischi con la Interscope, i Trail Of Dead presentano in Europa il loro sesto lavoro, “The Century Of Self”, con il quale sono tornati al mondo indipendente e del do-it-yourself. Abbiamo incontrato Jason Reece e Conrad Keely, il duo portante della band, a Bologna, subito prima della loro unica data italiana.

Come è nato il vostro ultimo lavoro “The Century Of Self”? Avete avuto un’ottima risposta dal pubblico e dalla critica. Ho notato una sorta di ritorno al passato nella dimensione sonora, è così?
JR: Forse la componente noise ha avuto una parte più importante nel disco rispetto agli ultimi lavori ma, devo dire che non stavamo di certo guardando al passato. Non volevamo fare un disco retrò né tornare indietro sui nostri passi, cerchiamo sempre di guardare avanti. In “Worlds Apart” e “So Divided” abbiamo usato lo studio come un luogo di sperimentazione, le tracce erano prodotte un po’ come si fa con la musica elettronica, registrando parti e combinandole tra loro, facendo continui overdub e creando mano a mano la struttura. In “The Century of Self” invece lo studio è stato un po’ la stanza dove sei persone suonavano a volumi esagerati.

Siete tornati al mondo indipendente dopo anni passati con una major. Che differenza c’è nel modo di produzione? Vi siete sentiti più liberi? Parlo del lato artistico.
CK: Anche con la Interscope eravamo piuttosto liberi. Forse sei più libero quando incidi per una major perché hai a disposizione un budget molto più ampio che ti permette di sperimentare di più. Tante volte le limitazioni strutturali sono molto più importanti della libertà.

Spesso venite acclamati come una grande live band. Qual è il vostro rapporto con il palco e con il pubblico?
CK: È questo che dicono?! Tante volte il pubblico è quello che rende importante un concerto ma, la cosa fondamentale è il rapporto che riusciamo ad instaurare tra noi e loro.
JR: Tante volte il pubblico è esaltato da performance che a noi non piacciono affatto.
CK: E spesso quando invece stiamo suonando come davvero vorremmo il pubblico invece è decisamente noioso. Il pubblico paga per essere intrattenuto dalla band ma noi, quando suoniamo, vogliamo a nostra volta essere intrattenuti dal pubblico!

Qual è il vostro rapporto con il produttore Mike McCarthy? Ormai sono dieci anni che lavorate insieme. È ormai parte integrante della band?
JR: Lo era. Faceva parte di noi. Ma ormai penso che siamo arrivati al punto di arrivo. Si può dire che siamo stanchi gli uni dell’altro. (CK: l’abbiamo mandato in pensione!). Abbiamo iniziato a lavorare con Chris Coady, è giovane, abbiamo le stesse prospettive e spero che potremo collaborare a lungo.

Venite da Austin, TX. Una città molto attiva a livello musicale. Penso, per fare due nomi, agli Spoon o agli Explosions In The Sky. O al festival South by Southwest. Si può parlare di una scena di Austin? Ne fate parte?
JR: Austin è una città in continua crescita. C’è collaborazione tra le band, abbiamo fatto tour insieme ecc.. Ma è difficile poter parlare di un’unica scena. C’è sicuramente tanta musica. Diciamo che c’è tanta musica. Conrad si è trasferito a Brooklyn ed è forse li che oggi sta nascendo o è nata una vera scena. Abbiamo registrato parte del disco a NYC e abbiamo collaborato con molti musicisti della scena locale. È stata davvero una bella esperienza. Ci sono molte connessioni musicali oggi a Brooklyn. Dalle band più “grandi” come i TV On The Radio ai gruppi emergenti.

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