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Andata e ritorno dagli inferi del rock

Alla soglia del suo 50simo compleanno, Andrew Eldritch, leader storico dei Sisters Of Mercy, si concede un nuovo tour e fa tappa anche nella metropoli lombarda.

Dal 1980 ad oggi i Sisters Of Mercy, precursori dei generi industrial e gotico, hanno inciso solo tre album di pezzi originali, ognuno dei quali registrato con una formazione diversa. Gli unici elementi di continuità sono da sempre rimasti Eldritch e ‘Doctor Avalanche’, la drum machine che accompagna il loro sound e che da sempre viene presentata nei documenti ufficiali della band come un vero e proprio elemento della line-up.

Dal 1996 circa, e a eccezion fatta del 2004, la band si esibisce ogni anno in una serie di concerti in giro per il mondo, durante i quali ripropone non solo i pezzi più celebri e conosciuti, ma anche i brani più oscuri e meno noti.

Così è stato anche il 9 marzo all’Alcatraz di Milano. Folla numerosa, ma non eccessiva. Atmosfera dark, ma non estremista. Audience maturo, ma anche trasversale.

I Sister Of Mercy si sono fatti attendere per un’ora circa e prima del loro ingresso una valanga di denso fumo è stata catapultata sul palco.
Oltre a ricreare un’atmosfera onirica, di mistero e alienazione, essa ha purtroppo reso praticamente impossibile il lavoro dei fotografi, già limitato ad un singolo pezzo di tutto il concerto.

“Crash And Burn” ha aperto le danze. Certo, vedere Andrew Eldritch pelato e imbolsito, fa un certo effetto, però la voce è sempre la stessa, così come il carisma e l’inquietudine che trasmette. Molti probabilmente si sarebbero aspettati che Eldritch avesse stipulato un patto con il diavolo, ma evidentemente ha scelto altrimenti, e i segni del tempo non lo hanno risparmiato.

A seguire alcune delle best hit che hanno portato la band nell’Olimpo della storia del dark: “Marian”, “Vision Thing”, “Ribbons”, “Alice”, “Will I Dream” e a chiudere l’indimenticata e sempre attuale “Temple Of Love”, danza sensuale e spaventosa al tempo stesso.

Un tripudio di effetti sonori e visivi cupi, inquietanti e vibranti si è scaraventato addosso al ricettivo pubblico. Un sound solenne e sofisticato, capace di esprimere violente passioni, grazie anche al timbro profondo di Eldritch.

Un’ora e mezza di chitarre distorte e selvagge – eccezionali le performance dei due chitarristi Ben Cristo e Chris Catalyst – di coinvolgenti ritmiche elettroniche capaci di virare nel tribale; il tutto a corredo di una cerimonia lugubre e a tratti agghiacciante che ha stregato e accompagnato i più negli inferi del rock.

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