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  • André Matos: Time To Be Free

    André Matos

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“Rescue my will to live”

Andrè Matos, una delle voci più particolari oggigiorno in circolazione in ambito metal, è un tipo alla mano, gentile, simpatico, ma è pignolo, un perfezionista, che proprio per questo in passato ha finito per scontrarsi con le persone umanamente e professionalmente a lui più vicine; manager e/o compagni di band che fossero, nell’ordine. E se per fare le cose per bene si finisce per passare per despota, avrà pensato Andrè, allora tanto vale andare via, esporsi e assumersi in prima persona oneri e onori di un progetto artistico. Che con “Time To Be Free” si concretizza in un album che diventa la sintesi del passato e del presente di un musicista per la prima volta davanti al pubblico a volto totalmente scoperto, per un debutto solista che convince, anche se con qualche riserva.
Pubblicato prima in Giappone, sul finire del 2007, “Time To Be Free”, concept album dalle tematiche intime e personali, arriva oggi in versione ufficiale anche sui nostri scaffali. Una manovra, questa, dettata da non meglio precisate ragioni contrattuali, e che facilmente ci sentiamo di interpretare come il risultato di una certa diffidenza da parte delle case discografiche nei confronti di un artista che dalla sua dipartita dagli Angra, non è più riuscito a mettere insieme un risultato netto e indiscutibile, in grado di convincere gli indecisi e nello stesso tempo rinfrancare i fan.
Messo il proprio nome in copertina, perso Confessori, trovato Eloy Casagrande (quindicenne, figliol prodigo della batteria), e reclutato il chitarrista Fabio Ribeiro ad affiancare con il proprio talento solistico un Hugo Mariutti più a suo agio in fase ritmica, Andrè sorprende e finisce per dare alla luce la sua miglior release da almeno un paio di lustri a questa parte. E infatti in Giappone ha finalmente fatto faville. E ha messo l’acquolina in bocca anche delle label del resto del mondo.
E infatti, alla fine, eccoci qua.
[PAGEBREAK] Qua, con un disco che ai primi ascolti potrebbe fin troppo facilmente essere liquidato come l’ennesima operazione-nostalgia buona per la pancia: l’accoppiata “Menuett”- “Letting Go” sembra proprio una sorta di riedizione del tandem “Unfinished Allegro”-”Carry On” (da “Angels Cry”, 1993), così come in effetti tutti i primi tre dischi degli Angra tornano spesso alla mente all’ascolto delle canzoni (e non è detto sia un bene). Ma “Time to Be Free”, sebbene non cerchi di riscrivere forme canonicizzate di espressione artistica, sa comunque prendersi le sue soddisfazioni. Semplicemente tentando di colorare il tutto con i propri colori, indicativa in tal senso è “How Long (unleashed Away)”, metal classico senza troppi fronzoli (il cui intro propone un assolo in tipico Dave Murray style, epoca”Killers”), indelebilmente marchiato dalla timbrica e dall’interpretazione di Matos. Il valore aggiunto del disco si manifesta in modo esplicito attraverso canzoni dirette e potenti, strutturate, studiate e ben congegnate, al punto che anche le suggestioni elettroniche, vintage, tribali e progressive (notare gli accostamenti) di “Rescue” risultano del tutto naturali e immediate. Naturalezza ed immediatezza anche nei passaggi più delicati e complessi, questo è uno dei fondamenti più significativi dell’ultima prova in studio di Andrè Matos. A dimostrare l’eclettismo del brasiliano interviene poi “Rio”, serratissima dedica a Rio de Janeiro – che quasi raccoglie l’eredità (ma in contesti sonori completamente diversi) della “Lisbon” che fu – accanto alla dolcezza malinconica (un po’ “Rainy Night”) di “Looking Back”.
Ciò che non convince a pieno, è però quella sensazione di incompletezza, di timore di osare abbandonando le solite sponde sicure, che l’album può trasmettere. In effetti, risulta fin troppo monolitica la sua essenza se relazionata alle sfaccettata natura artistica dell’autore che gli ha dato vita, per non pensare che si sia giocato un po’ (troppo) in difesa, perdendo forse così una buona occasione. Perché oggi Andrè sembra aver trovato il gruppo di persone giuste con le quali lavorare e suonare, finalmente senza la paura che gli ego di questo o di quell’altro finiscano per rovinare tutto.
Questo lavoro saprà piacere e fare buona compagnia; certo non sarà ricordato nei decenni, ma avere la prova che certi artisti non mollano e continuano a provare dire la loro, è sempre un piacevole invito all’ottimismo.

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