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Andrea Appino: viaggiando lungo il “Grande Raccordo Animale”

Sapido e sincero come la sua Terra – la Toscana – Andrea Appino, leader degli Zen Circus, si presenta così ai microfoni di Loudvision: pochi fronzoli, zero giri di parole, ma molta voglia di raccontarci come stanno veramente le cose per lui.

Nel corso di una chiacchierata densa e partecipata, ci svela cos’è accaduto nella sua vita negli ultimi due anni: dall’esordio solista con “Il Testamento” (album che gli è valso la prestigiosa Targa Tenco nel 2013), alla riscoperta del viaggiare, di nuovi ritmi e sonorità che hanno influenzato il suo ultimo lavoro – sempre in veste solista – “Grande Raccordo Animale”, pubblicato il 26 maggio scorso.

 

Ciao Andrea, benvenuto su Loudvision!

Ciao Laura, grazie a te e a voi.

Com’è stato far nascere questo “Grande raccordo animale”?

Il disco è nato fondamentalmente in viaggio; un viaggio prima musicale – in questi ultimi due anni ho ascoltato molta musica nordafricana – e poi fisico, perché ho avuto la fortuna di spostarmi (per la musica e non solo) in giro per il mondo. “Grande raccordo animale” è nato così: trascrivendo i miei pensieri e le mie sensazioni su un agendina, in giro.

Ad un primo ascolto, si avverte un forte contrasto con il tuo lavoro precedente, “Il testamento”. Un contrasto non solo nelle sonorità, ma anche nelle tematiche.

Sono due album completamente diversi. Non volevo ripetere l’esperienza – bella e legata ad un particolare periodo della mia vita – de “Il testamento”, che se vogliamo è un disco programmatico; un disco che nasceva per raccontare le oscurità della famiglia italiana, partendo dalla mia. Una sorta di concept album.

Con “Grande raccordo animale” non desideravo imprimere un messaggio particolare, o meglio, mi sono accorto in seguito che il messaggio c’era, anche se posto in maniera involontaria: il viaggio. Questo disco l’ho scritto così – come ti dicevo poco fa –  in viaggio, è stato naturale trovarsi a parlare di percorsi, di solitudine e di tante altre cose.

È un album che ho voluto fortissimamente ed è uno di uno di quelli di cui vado più fiero.

Perché ti sei aperto completamente?

No, perché ho potuto fare quello che ho voluto! (ride, ndr) E ho notato che questa cosa fa storcere un po’ il naso: quando ti cuci addosso un personaggio o un’idea, è difficile scollarselo di dosso. Ma ne ero consapevole, quindi va bene così.

Poco fa mi dicevi che “Grande raccordo animale” nasce anche da un viaggio musicale. Quali sono stati i tuoi riferimenti nella stesura del lavoro? Personalmente, al di là delle ritmiche tribali, ho sentito accenni più o meno velati a Talking Heads, Guccini ecc…

I Talking Heads sono un’influenza enorme nella mia vita! Ho anche avuto la fortuna di lavorare con Jerry Harrison anni fa, quindi… mi bacio i gomiti! (ride, ndr) Principalmente loro sono stati il primo gruppo ad unire la new-wave con le sonorità africane; vien da sé che loro ci sono per forza, perché sono stati i primi a farlo. Non ci sono solo loro nel disco, ma un sacco di musicisti africani che ho ascoltato e apprezzato in questi mesi.

Come ha reagito, chi ti ascolta, a questo cambiamento? Hai letto qualche recensione?

Guarda, leggevo oggi le prime recensioni, i primi pareri, sul disco e quello che mi ha fatto arrabbiare è che ogni volta che tocchi certe latitudini, certe influenze, diventa tutto una festa reggae, o si parla di reggae… ma non è vero un cazzo! Dietro al disco c’è una ricerca di sonorità che vanno al di là del reggae, c’è solo un pezzo che può essere definito così.

“La volpe e l’elefante”?

L’isola di Utopia”. “La volpe e l’elefante” lo leggerei più come afro-beat. Ma va bene così (ride, ndr). Sai sono un po’ in una fase di giramento, molte volte mi pare che chi recensisca non abbia mai ascoltato musica. Ma sai cosa ti dico? Che m’importa ‘na sega! (ride, ndr) Alla fine sono soddisfatto di questo disco, quindi va bene così.

Ti do ragione, anche essendo dall’altra parte della barricata. Sai, non è semplice scrivere una recensione, perché bisogna cercare di conoscere l’essenza del disco, gli aspetti tecnici, cercando di trasmettere un parere o impressione personale. E’ semplice sbagliare ed eccedere con la soggettività o con giudizi grossolani.

Sì è qualcosa con cui mi scontro da anni, essendo musicante. Probabilmente questo disco ha fatto storcere un po’ il naso perché è troppo pop o è diverso da quello che si aspettava la gente. Ma di quel che mi importa del parere degli altri, ho già detto sopra! (ride, ndr)

Beh, direi che sei stato chiaro! (ride, ndr) Tornando al disco, il “Grande raccordo animale” sembra ricalcare il celebre “Grande raccordo anulare”.

È proprio così. Mi trovavo proprio lì quando ho pensato al titolo del disco, sul raccordo anulare. C’era – ovviamente – un grande traffico e mi sono immaginato tutte queste anime, rinchiuse in queste “carrozzette”, in queste automobili, che sfrecciano e girano attorno ad una Roma che sembra non si raggiunga mai. Da questo episodio, mi sono immaginato un grande raccordo animale, un’infrastruttura immaginaria che noi percorriamo tutt’attorno per cercare di giungere alla Verità.

E tu pensi di aver raggiunto la Verità? O di esserti mai avvicinato?

No, ne vedo una scheggia ogni tanto, come tutti. Non credo mi ci avvicinerò mai, non credo agli Illuminati (ride, ndr), anzi spero anche di non vederla mai, la Verità. La cerco.

Una ricerca continua. Un po’ come diceva Socrate: la vera conoscenza è la continua ricerca e l’unica certezza è “sapere di non sapere” mai abbastanza.

Sei più filosofica di me! (ride, ndr) Esatto, è un po’ il mio pensiero.

Sarà il retaggio letterario, ma anche tu mi sembri appassionato dell’argomento. Sbaglio o hai citato pure Erasmo da Rotterdam nel disco?!

Io c’ho il retaggio della ragioneria, invece (ride, ndr). No hai ragione, sono appassionato dell’argomento da quando sono ragazzetto; mi interesso più di quello che sta dietro alle cose, a perché succedono, rispetto a tutto il resto. Ed è questo studio mentale o filosofico che io metto alla base del mio pensiero. Mi interessa conoscere da cosa sta dietro – che so – ad un fenomeno sociale o comportamentale come il razzismo, che a un banale caffè. Son fatto così. Per rispondere alla tua domanda, c’è sì un riferimento a Erasmo da Rotterdam nel disco, o meglio a Thomas More, che ne era amico. E si trova nel brano “L’isola di Utopia”: nel 1516 More teorizzò quest’isola come l’isola della felicità in terra, un non luogo dove il fine principale era il benessere comune. Erasmo da Rotterdam gli dedicò il trattato “L’elogio alla follia”. More, al contrario di Erasmo, era un sostenitore dell’ortodossia cattolica e così il loro rapporto si sgretolò. Detto questo, io sono sempre stato affascinato dal concetto di “Utopia”, perché credo che immaginandola e ricercandone piccoli pezzi nella propria vita si cominci a crearla nella realtà.

Cambiamo argomento e torniamo al viaggio. Che cosa rappresenta per te viaggiare?

Per me viaggiare ha sempre significato lavorare! Da quando ho 18 anni, per me il viaggio è sinonimo di musica; al punto che, per me, la vera vacanza era stare a casa: lì finalmente potevo rilassarmi. Mi ero un po’ scordato di quale fosse il vero significato di viaggiare, di cosa volesse dire viaggiare per il puro gusto di farlo. In questi ultimi due anni ho avuto la fortuna di riscoprirlo e il viaggio stesso mi ha permesso di scrivere un disco. E’ stato involontario, ma trovarmi di fronte a questi paesaggi desertici o all’oceano mi ha dato la possibilità di capire finalmente cosa volevo dire e di fregarmene una volta per tutte dello stile. Il viaggio infine è solitudine: ti ricorda che cercando di sfuggire ai tuoi mostriciattoli, prima o poi ti troverai a fare i conti con loro.

Tu sei riuscito a fare pace con i tuoi mostri?

In questi luoghi desertici e solitari, mi sono scoperto a fare un po’ pace con i miei mostri. Non è stato un lavoro semplice e per ricollegarmi a “Il testamento”, forse è proprio questo che alla gente è piaciuto: il fatto che io non faccia la pace con alcun mostro, ma mi limiti a raccontarli.

O a gridarli.

Sì, soprattutto ad urlarli. Farci la pace, sai, fa più paura. Questa era la costante del disco precedente: spiattellare in faccia al prossimo i miei demoni. Stavolta le cose sono un po’ diverse…

E invece che cosa rappresenta la casa per te?

Itaca.

Come Ulisse?

Sì, la casa per me è Itaca. Ho un rapporto molto conflittuale con la casa: di solito sono uno che se ne andava, appena possibile, di casa. Pensavo di averla trovata qualche tempo fa, invece se n’è andata. Quindi… non so. Sarà una fonte di prossime scritture, il mio rapporto con la casa. Ci ritorno e mi va bene per 24, 36, 48 ore, ma poi basta, devo andarmene.

Non ho un bel rapporto con me a casa, è una costante nella mia vita. Da sempre. Per rispondere alla tua domanda non so… so solo che voglio restare accanto al mare, perché lì non ci sono rotture. E infatti è lì che sto.

Hai mai pensato di unire la tua musica ad altre componenti artistiche come la letteratura, il teatro, il cinema, l’arte pittorica?

No no, come ti dicevo sono un musicante, mi reputo più un artigiano che un artista. Quelle cose le lascio fare a chi le sa fare… io sono uscito con trentasei/sessantesimi da ragioneria e son stato bocciato pure due volte! Rimango a scrivere e a suonare con il mio chitarrino, com’è giusto che sia. Ora purtroppo ti devo salutare, perché mi iniziano le prove.

Ti faccio un’ultimissima domanda. In questi giorni si celebra la festa della Repubblica. Tu hai cantato più volte sulla repubblica e sulla politica in genere. Alle soglie di questa festa, cosa quali sono i tuoi pensieri?

Io penso che dovremmo essere parecchio grati a chi s’è fatto un culo così, ha perso la vita, per permetterci di giocare con i nostri i-Phone, di scrivere pensieri su internet e di incasinarci la vita per cazzate (ride, ndr). Quindi, che ti devo dì? Sono molto felice che tutte queste persone siano morte per darci la possibilità di diventare più capitalisti che mai, di farci del male a vicenda ridendoci su, fregandocene del prossimo.

Sincero e senza peli sulla lingua.

Io sono così. Ciao bella, ci si vede!

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