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Andrea Di Giustino: il nuovo disco brano per brano

Si intitola “Il Senso Dell’Uguale” questo nuovo disco del cantautore romano Andrea Di Giustino. Dalle sue righe il bel mondo della canzone d’autore pop italiana facendo molti riferimenti alla scena di Bersani piuttosto che Fabi. Ci piace quel modo leggero e popolare di parlare alla gente con importanti incisi realizzati con mestiere e buon gusto di arrangiamento. Un disco prodotto dalla Hydra Music che si lancia ai media con il un nuovo singolo e un bellissimo video dal titolo “L’Amore Non Vissuto”.

Il Senso Dell’Uguale brano per brano

L’attesa. Il momento in cui ho concepito di scrivere l’attesa è forse il più nitido nella mia mente. Mia madre che guarda vecchie foto di un ragazzo 25 enne in pose da rock star, mi guarda dicendomi “Non sei cambiato credi ancora nelle stesse cose, fai bene nella vita bisogna saper aspettare che tutto sia maturo.” L’ennesimo insegnamento di vita, che poi nella notte a seguire generò riflessioni sullo strano argomento dell’attesa. La vita corre velocemente e ormai siamo circondati da un mondo immaturo, fatto di ragazzini che fanno gli adulti e gli adulti che fanno i ragazzini.
Ho imparato ad attendere che la mia voce maturasse, che i tempi fossero giusti per diventare un professionista, ho imparato che una canzone non è finita finché non si è trovata quella frase che nessun altro cercherebbe, ho imparato che la musica non è una corsa verso la vetta, ma verso se stessi e forse tuttora aspetto che arrivi qualcosa di nuovo, qualcosa di buono e ho passato notti a fare i conti con la vita e con l’età ripetendo disperatamente “ come si fa a vivere di brividi, senza guardare i limiti della realtà”, ho ucciso questi pensieri lavorando a testa bassa, poi un giorno mi son reso conto che dal punto di partenza al compimento dell’attesa c’è soltanto un fragile diaframma e che la vita ha un senso se dopo l’aver aspettato qualcosa si ha qualcos’altro da aspettare.

Punto a capo. La vita a volte, anzi spesso è strana, tanto che se all’età di 18 anni mi avessero detto che avrei fatto il vocal coach mi sarei fatto una grassa risata e sarei andato via. Anche se la musica era dentro le vene, la studiavo la combattevo, la sognavo, ma chissà perchè mai avrei pensato di viverla come una professione, forse un po’ per pregiudizi dei miei, tutt’ora alcuni zii mi chiedono che lavoro faccio, forse per consapevolezza che allora non ero quello che sono oggi musicalmente parlando. Tale convinzione di votarmi a una vita convenzionale si rafforzò quando mio padre e mia madre ebbero strane vicissitudini lavorative e si trovarono a riniziare praticamente da zero chiedendo un appoggio ovviamente al figlio che brillava meno nella sua carriera universitaria, cioè io!!! A quel punto pensai che la mia vita fosse segnata, ma non abbandonai la musica, ricordo che studiavo canto in ogni minuto libero, il venerdì o il sabato suonavo con la band e così dopo 10 anni, quando ormai la situazione era stabilizzata decisi che era arrivato il momento per staccarmi e provare l’incoscienza di un sogno. Da quel giorno ho cambiato lavoro, ho cambiato città, ho cambiato donna e ho cambiato anche musica, l’unica cosa che mantengo intatti sono i sogni. Punto a capo.

Controindicazioni. Una notte freddissima, avevo da poco preso un piccolo appartamento in affitto e la solitudine amplificava le ferite. Ricordo come una diapositiva la tastiera accesa e quel pacchetto di fogli bianchi sul leggio, come un amico confidente mi incitavano a liberarmi da quell’amore finito che aveva pero’ radicato in me, immagini, frasi abitudini e che nonostante il tempo tornava a insediarsi nei miei sogni come un clandestino. Ho scritto moltissimo e strappato moltissimi fogli “resta il sangue di una penna e un foglio violentato di emozioni”, poi le mani sul piano hanno iniziato a danzare un 6/8 mentre quasi con un sorriso ironico pensavo che fosse solo la conseguenza di una strana medicina che fino a qualche mese prima aveva avuto il potere di anestetizzare ogni dolore, ogni frustrazione donando un senso di benessere di vivere che forse non avevo mai provato, forse era solo finito l’effetto e io non avevo letto le controindicazioni.

Il Senso dell’uguale. E’ uno dei rari pezzi dove il testo e la musica sono venuti fuori di getto, tanto è vero che questo pezzo non ha un ritornello proprio a sottolineare la linearità del pensiero. Una riflessione, ma anche una presa di coscienza su ciò che nella vita cambia e su come se non si è in grado di aprirsi si resti inevitabilmente indietro. L’immagine del palloncino è stata il fulcro di tutto, un palloncino pieno di elio non vola solo se si vincola a terra, forse a volte non voliamo perchè siamo troppo radicati alla nostra cultura, alle nostre abitudini a quelle visioni della vita acquisite solo per sentito dire, che per carità vanno difese ma non imposte, vanno rispettate ma non esaltate pertanto sarebbe il caso di tagliarlo quel filo.

L’alchimista di parole. E’ il pezzo in assoluto che ha subito più modifiche di tutti, nel testo nella musica e nell’arrangiamento. Questo pezzo è sostanzialmente una dedica fatta a tutte quelle persone che vivono serenamente la loro sensibilità di animo, che in un mondo arido risulta quasi essere fuori moda, ma forse è proprio l’essere fuori moda a renderci speciali. Volevo che questo concetto suonasse con una grinta particolare, uno di quei pezzi che dal vivo fanno battere le mani è per questo che il pezzo si discosta un po’ dal resto del disco. La musica è un mezzo per comunicare, non parliamo mai con la stessa timbrica, né tantomeno con le stesse parole lo stesso concetto lo vedo applicabile sulla musica.

Morire Vivo. Come concetto fa parte dello stesso periodo dell’attesa e punto a capo, un momento della vita pieno di incertezze e di cambiamenti e ovviamente di paure. A volte ci si trova a scegliere tra ciò che è sicuro ma noioso e una vita più frizzante ma incerta, se si da alla mente il tempo di pensare si cade sulla prima, ma se si lascia quel minimo di istinto e incoscienza si trovano le forze per fare quelle esperienze che comunque vada lasciano un segno. Io l’ho fatto con il canto “quello che senti è l’aria che si muove, il cuore che da forma al mio respiro”. Anche questo pezzo ha subito molte variazioni soprattutto a livello di arrangiamento. La chiave Reggae l’ha fornita Andrea Campisano, generando un contrasto insolito con il testo di cui mi sono subito innamorato.
E’ un pezzo su cui ci siamo davvero divertiti in studio a un certo punto nel pezzo si sente la sigla del tg1 un modo originale per sottolineare che scegliere di vivere intensamente oggi fa notizia!!!

Piccoli sogni imperfetti. E’ il pezzo più autobiografico del disco, un pezzo scritto praticamente in macchina registrato, tramite auricolare, nelle note del telefonino e sviluppato ovviamente di notte. Racconta dei fallimenti e della forza che ho avuto nel rialzarmi, racconta dei desideri, ma soprattutto del non smettere mai di colorarsi di sogni in cui credere la vita. La melodia è sicuramente meno lavorata degli altri, ma volevo conservare l’autenticità del momento in cui mi è venuta, sicuramente l’arrangiamento è più lavorato, anche qui i miei colleghi Andrea Campisano e Francesco Lo Cascio, a cui ho lascio molta libertà nel co-arrangiare, si lavora in staff, si sono lasciati ammaliare dall’elettronica.

L’amore non vissuto. Questo pezzo è presente nel disco grazie alla preziosa consulenza artistica di Mauro Mengali, cantante del noto gruppo O.R.O., al quale sottoponevo l’ascolto non solo dei miei provini piano e voce, ma anche degli arrangiamenti, cercando sempre di carpire dalla sua esperienza il meglio per la mia produzione. Stavamo lavorando insieme su un pezzo, mancava il nono pezzo per chiudere il disco, alcuni li avevamo scartati, altri erano work in progress. Una domenica pomeriggio feci ascoltare questo pezzo, dicendo a Mauro che non avevo intenzione di inseririlo nel disco, perché nativo da un amore troppo recente che mi faceva tremare le mani e la voce, insomma era emotivamente troppo forte, poi nutrivo dubbi sulla stesura degli accordi e qualche parte melodica, quasi a cercare una scusa per non cantarlo. Dopo averlo ascoltato Mauro mi disse “sei un pazzo se non metti L’amore non vissuto nel disco”, oggi lo ringrazio per quel prezioso consiglio.

Aprile. Questo pezzo è un regalo, un po’ come “Your Song” di Elton John, che ho fatto a una mia amica, che purtroppo non ha la possibiltà di correre. Ci incontrammo qualche giorno dopo aver vissuto quei terribili momenti del terremoto de L’Aquila, con ancora la paura addosso e il corpo in allerta per ogni singola vibrazione. Solo che la mia paura non era uguale alla sua, io la vivevo sapendo di poter agire, o meglio poter provare ad agire, lei negli occhi viveva l’incubo di dover in ogni caso affidarsi al destino. Io nella vita non so fare molto, non so nemmeno se so scrivere canzoni, ma forse è la cosa che mi viene meglio, qualche giorno dopo ho provato a regalarle un Aprile alternativo che cancellasse quella terribile paura e riaccendesse il suo sorriso contaggioso.

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