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  • Angel Dust: Border Of Reality

    Angel Dust

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Un gradito ritorno

L’esplosione del power alla fine degli anni ’90 è stata sicuramente un fenomeno ricco di conseguenze di segno opposto. Se da una parte la cosa ha provocato un evidente effetto-trend, che si traduce nelle continue ed uniformi uscite discografiche di genere dalla qualità alquanto dubbia, dall’altra ha spinto band finite nel dimenticatoio molti anni or sono a causa del poco successo commerciale a tentare nuovamente la fortuna. Con risultati alterni, beninteso: molte sono infatti le band che hanno visto in questa generale tendenza revivalistica un battello da non farsi sfuggire verso la (in prospettiva fallimentare) popolarità last minute. A questa schiera non appartengono fortunatamente gli Angel Dust, scomparsi nelle nebbie di Avalon alla fine degli anni ottanta, dopo aver pubblicato due discreti album di heavy-power, e ricomparsi magicamente nel ’98, con una lineup pesantemente modificata (la sola sezione ritmica è rimasta invariata) e con questo “Border of Reality”. Caratterizzato da una cover, magnifica ed appariscente, che giàspicca in mezzo al mare di guerrieri, spadoni e draghi che contraddistinguono il tipico artwork power, questo platter si discosta in realtà non poco dal mainstream cui per esigenze di catalogazione si è soliti legarlo. Gli Angel Dust infatti mostrano, al di là di un tessuto ritmico veloce ed una grande attenzione alle melodie immediate e coinvolgenti, molti elementi che li differenziano dal power. Innanzi tutto l’assimiliazione di influenze di marca hard rock e prog, individuabili in una certa varietà delle armonie; quindi non può passare inosservato il carattere diretto ed arrembante di molte delle scelte sonore: nessun tipo di rigurgito virtuosistico, batteria splendidamente genuina anche nelle sue imperfezioni, chitarre graffianti, uso sapiente e parsimonioso dell’effettistica ed una generale immediatezza dei suoni che rende l’album incisivo e verace.[PAGEBREAK] Tre sono però gli elementi di assoluto spicco che fanno di “Border Of Reality” una release tanto fresca quanto accattivante: in primis la grande prova del tastierista Steven Banx, fratello minore del fondatore e bassista Frank, autore di tessuti magniloquenti, evocativi, romantici a volte, ma sempre integrati e funzionali alla resa del brano. In ciò gioca un ruolo primario il grande (e purtroppo raro) lavoro di ricerca sui suoni svolto dal musicista: dimenticate la monotona invadenza degli archi campionati o dei coretti barocchi, il buon Steven sfrutta la sua tastiera in modo vario ed originale, sfruttandone appieno le possibilit? elettroniche. Secondo aspetto decisivo è la prova del signer Dirk Turisch, dotato di un timbro molto adatto al genere ed un’estensione di tutto rispetto pur senza squillare perpetuamente su tonalità da sirena: aggressivo ed a volte selvaggio, ottimo interprete, il buon Dirk ha come solo difetto una pronuncia inglese francamente migliorabile (tipicamente teutonica), per il resto offre linee vocali belle ed efficaci con la sua voce istintiva e leggermente irregolare. Nel rendere questo album un must è però il terzo dei succitati aspetti a rivestire il ruolo di match winner: la favolosa capacità della band di costruire refrain imperdibili. Se infatti le melodie generali, ben supportate da strutture in costante crescendo emozionale (e spesso anche strettamente musicale), risultano già eccellenti, gli Angel Dust riescono nell’arduo compito di affrescare il tutto con ritornelli di grande impatto, straordinariamente eseguiti dal singer, che rifuggono la banalità (niente uso smodato e ridondante dei cori, ad esempio, segno che non c’è bisogno di trucchetti da stadio per renderli grandi) risultando sempre e comunque memorabili. E se, tolta l’opener che suona ottimamente la carica, l’incipit dell’album può apparire forse meno collimante con quanto descritto finora (ascoltando “No More Faith” o la lineare “Centuries”), dalla lunga ed emozionante “When I Die” (ricca di citazioni, dal prog ai Queen, sempre ben presenti nell’album) si parte per un ipotetico “lato B” di rara bellezza. “Where the Wind Blows” è ariosa e melodica, “Behind the Mirror” rapace e tellurica fino al refrain carico di pathos, “Coming Home” sofferta ed epica – il tutto interrotto dalla gradevole cover di “Spotlight Kid” dei Rainbow. “Border of Reality” è dunque un grande album, costruito attorno a melodie di classe e refrain decisamente vincenti da una band che mostra già (nonostante gli anni trascorsi dall’ultima release ed i numerosi cambi di formazione) uno stile elaborato e personale, fatto di melodia pomposa e potenza roboante – ma lontano anni luce dal manierismo laccato ed insipido di molto osannato power odierno.

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