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  • Angel Dust: Enlighten The Darkness

    Angel Dust

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Illuminando l’oscurità

Dopo il discreto “Bleed” i tedeschi Angel Dust si ripresentano con questo “Enlighten the Darkness”, album decisamente più maturo, in ogni sua componente estetica e musicale. Al di là di una copertina di grande impatto, l’album si presenta eccelso in ogni aspetto. Si tratta di un concept, ed è quantomai necessario specificarlo, data l’imprtanza rivestita dall’impianto tematico/narrativo (trattasi di una magnifica analisi introspettiva su sfondo bellico) all’interno del gioco di sinergie che rende questo platter unico. La forza del tema si realizza infatti in una struttura complessiva straordinariamente bilanciata, e i brani ne traggono giovamento in virtù di una energica consonanza tra l’andamento della tensione letteraria e lo svolgimento prettamente musicale. Raramente liriche e musica si sono sposate in modo così omogeneo e reciprocamente migliorativo all’interno di un concept: è infatti praticamente indispensabile tentare di seguire il plot narrativo per ottenere un salto quantico nell’intensità con cui la composizione viene recepita. Precisato lo spessore dell’album ad una lettura complessiva, venendo alle singole tracce pare che gli Angel Dust abbiano ulteriormente potenziato quegli aspetti che rendevano “Border of Reality” una grande release, ovvero l’originalità, la potenza espressiva, la varietà degli arrangiamenti tastieristici, la grande efficacia interpretativa di un Dirk Turisch sempre più encomiabile, isieme alla magnificenza dei refrain (vero trademark del gruppo tedesco, abile come nessun altro in materia). Ascoltando le singole tracce, inserite come già detto in un ordine pressoché perfetto, è assai difficile trovare cedimenti o debolezze compositive, mentre si moltiplicano a dismisura i momenti memorabili, dal sarcasmo di “Enjoy!”, al groove incredibile di “Come Into Resistance” (interrotto dall’apertura memorabile del refrain), fino alla sentita e struggente accoppiata “”Beneath the Silence” (commovente acustica) – “Still I’m Bleeding” (evocativa ed intensa). L’album poi raggiunge la spannung negli echi dei Queen di “I Need You”, il cui bridge sembra risuonare di visioni apocalittiche dalle tremende notti del Terzo Reich, nel grido eroico e straziante di “Cross of Hatred” (intelligentemente introdotta dalla soffusa “First in Line”), il cui coro titanico tocca vertici di romanticismo cristallino, per terminare nel disperato disincanto di “Oceans of Tomorrow”, un titolo incredibile per una song irrimediabilmente tesa tra speranza e tragedia. Spina dorsale di questo drammatico climax i refrain (raramente un album ha sfoderato una qualità così alta e costante da questo punto di vista), che si inchiodano lussureggianti a scandire questa sublime discesa nel dolore e nell’irrimediabile conflittualità umana. Su tutto veglia poi il sapiente tocco vagamente sturmeriano del tastierista Steven Banx, i cui intrecci fungono da teatro perfetto per la prova da applausi di tutta la band, compatta e mai scolastica, consapevole della propria identità (e, paradossalmente ma non troppo, anche dei propri limiti), e pur eccelsa nella costruzione di un album davvero meraviglioso.

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