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Aleksej Fedorčenko torna al Festival Internazionale del Film di Roma a due anni di distanza da “Spose celesti dei Mari della pianura”: oggi è all’Auditorium per presentare il suo ultimo lavoro, “Angeli della Rivoluzione” (“Angely Revolucii”) e per ricevere dalle mani del direttore Marco Müller (che lui apprezza molto, vedi l’intervista che ci ha rilasciato, ndr) il Marc’Aurelio del Futuro.

“Angeli della Rivoluzione” non è un’opera facile da inquadrare: Müller nelle sue note critiche la definisce “commedia satirica”, Fedorčenko preferisce chiamarla “fiaba documentaria”. La storia – in parte basata su vicende reali – è quella della leggendaria Polina Revoluzja (Darya Ekamasova, già in “Spose celesti”) che negli anni 30 il governo sovietico invia nel nord della Russia per incontrare le popolazioni dei Khanty e dei Nenets, ancora legate ad antiche tradizioni, per convincerle ad abbracciare la nuova ideologia. Accompagnano Polina cinque artisti dell’avanguardia: un musicista, un regista teatrale, un regista cinematografico, uno scultore e un architetto.

Su una fitta griglia di riferimenti e citazioni – si va da Sergej Ėjzenštejn e il suo “Que viva Mexico!” alla scrittrice Larisa Rejsner, presa come riferimento per il personaggi di Polina – Fedorčenko costruisce una messa in scena di marcato impianto teatrale («sotto l’egida del primitivismo», puntualizza l’autore), stilizzata e ironica.

La complessità culturale dell’operazione può spaventare – dopo la proiezione qui al Festival molti parlavano di film “ostico” – ma “Angeli della Rivoluzione” è arguto, originalissimo, splendido sul piano estetico e soprattutto divertente. Si parla già di un possibile acquisto da parte di un distributore italiano: diamogli una possibilità, quello di Fedorčenko è cinema di prima classe.

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