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Gli Angra che convincono

C’era una volta Angra, la Dea del Fuoco, che nella terra santa bagnata dal pianto degli angeli perse un giorno la vita a causa di pericolosi fuochi d’artificio, più preoccupanti che festosi. Rinacque, sebbene parte dei propri adepti venne richiamata da uno sciamano venuto fuori quasi dal nulla e che pure tanto aveva fatto per lei.
Per lei che, trascorsi tre anni dalla sua rinascita, riapparve nel tempio delle ombre.

Insomma: Edu Falaschi continua a fare quel che può (continua a mostrare camaleontiche doti vocali ma di personalità vera ancora non se ne parla: il cantante ci ricorda a volte ancora un Andrè Matos più aggressivo, altre volte addirittura il nostro Fabio Lione); la band continua a camminare sulla via intrapresa su “Rebirth” ma in maniera più sicura, accentuando l’aspetto heavy in alcuni frangenti, riservandosi l’opzione di inserire momenti acustici etno-folk, come sarebbe lecito attendersi dagli Angra nonostante nel passato più prossimo abbiano giocato un po’ troppo a fare i tedeschi di Brasile. In breve: sono sì la band di “Rebirth”, ma le cose sembrano funzionare meglio.
Nell’opener “Spread Your Fire” dominano la velocità e la grinta, addirittura in “The Temple Of Hate” sembra di riascoltare gli Helloween di “Walls Of Jericho” (il che non è necessariamente una critica) e non solo perché Kai Hansen interviene a dare manforte ai Nostri. L’ex-Helloween è per altro il primo della schiera piuttosto nutrita di ospiti che questo “Temple Of Shadows” ci offre: dai Blind Guardian arriva Hansi Kursch (“Winds Of Destination”), dagli Edenbridge Sabine Edelsbacher (“No Pain For The Dead”), mentre su “Late Redemption” troviamo la star della musica carioca Milton Nascimento, tutti graditi ospiti che certamente arricchiscono l’album con sfaccettature diverse e inusuali – anche se, tutto sommato, quattro cantanti ospiti, a noi sembrano troppi. Non vuole mica essere una rock opera.
Tuttavia “Temple of Shadows” convince, verosimilmente grazie anche a una formazione più compatta e sicura di sé, che sa essere quadrata, sicura e potente come mai lo era stato in passato, ma anche elegante e raffinata in “Wishing Well” o “Waiting Silence”, nonché assolutamente ricercata, affascinante e convincente su “The Shadow Hunter” (il miglior pezzo del lotto, e probabilmente anche uno dei migliori dell’intera carriera della band) e su “No Pain For The Dead” (nella quale, la Edelsbacher fa davvero una gran bella figura).
Un album che piace, dunque, e, se è vero com’é vero che farà la gioia di tutti coloro che apprezzano maggiormente questa seconda incarnazione del combo brasiliano rispetto alla prima, potrebbe rivelarsi una bella sorpresa anche per chi la pensa diversamente o non avesse mai sentito parlare di questa band.

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