Home > Interviste > Animazione francese contro il predominio Usa

Animazione francese contro il predominio Usa

È stato presentato a Roma il cartoon “Arthur E La Vendetta di Maltazard” di Luc Besson, mix d’animazione in 3D e live action tratto dal terzo libro della saga fantasy creata dal regista. In uscita nelle sale il 30 dicembre, il film arriva a due anni di distanza dal precedente “Arthur E Il Popolo Dei Minimei”, grande successo ai botteghini francesi, e sarà seguito a breve dal terzo capitolo “Arthur E La Guerra Dei Due Mondi”. Abbiamo incontrato Luc Besson, uno dei nomi di punta della cinematografia europea anni ’90 autore di titoli come “Nikita”, “Leon” e “Il Quinto Elemento”, ora immaginifico sostenitore delle nuove tecnologie d’animazione.

Rispetto al primo film della serie è evidente non solo lo sviluppo della storia ma il miglioramento della tecnologia. Ci sono stati dei cambiamenti dal primo al secondo capitolo?
Mentre facevamo il primo film avevamo tutti molto da imparare: nessuno dello staff, me compreso, aveva mai fatto film d’animazione. Girando il secondo e il terzo film ci siamo potuti godere di più il lavoro. Io stesso mi sono sentito più libero, perché sapevo fin dove potevo spingermi. Non essendo un tecnico, non partecipavo personalmente alla creazione in 3D ma vedevo i risultati al termine del lavoro e ne rimanevo sempre impressionato. In particolare ho trovato incredibile la sequenza di Paradise Alley.

Ha introdotto delle novità nella storia e nei personaggi rispetto ai libri?
Ho scritto i quattro romanzi uno di seguito all’altro e non avevo calcolato che l’attore protagonista sarebbe cresciuto: Freddie Highmore ha tre anni in più rispetto al primo episodio e cresce a vista d’occhio! Ho dovuto necessariamente adattare il personaggio, rendendolo più adolescente. Il più grande cambiamento riguarda la sfera affettiva: Arthur e Selenia ora hanno entrambi tredici anni e vivono la loro prima storia d’amore.

I cartoni Disney Pixar rappresentano una sfida o un modello per l’animazione europea? Quali sono le differenze tra questi due mondi?
È sempre eccitante trovarsi in gara accanto ad un campione, anche se so che non vincerò. Non vedo una reale opposizione: è un momento molto vivo per l’animazione e questo obbliga tutti a fare sempre meglio. Quando c’è qualcuno che fa qualcosa di molto valido, non può che rappresentare uno stimolo per tutti gli altri e l’arrivo di John Lasseter e della Pixar ha avuto questo tipo di effetto. Lasseter è un autentico artista che è riuscito ad imporre la sua visione. A questo si aggiunga la rivoluzione tecnologica, che oggi permette di fare cose prima impensabili. Ma gli americani non hanno la nostra cultura: la Disney ha pescato per anni dalle favole della tradizione europea. Quello che è davvero affascinante degli americani è il loro modo di imporsi e di conquistare economicamente il mondo. Con un mouse riescono a costruirti una città.

Nella versione inglese del primo film Maltazard aveva la voce di David Bowie, nel secondo quella di Lou Reed. Ci parli di questa sottotraccia musicale nella scelta delle voci che purtroppo si perde nella versione italiana.
I cantanti sono molto adatti per operazioni di questo tipo, sanno come usare la voce. Ed è molto più facile lavorare con loro che con gli attori, sono più accessibili e non hanno quasi mai bisogno di prove. Inoltre sono talmente affascinati dal cinema che accettano sempre con grande entusiasmo.

Come ha lavorato tecnicamente per le scene di animazione?
Il film ha due livelli: uno superiore, con le riprese dal vero, ed uno inferiore, che è la parte digitale. La difficoltà consisteva nel riprendere gli attori in alto e la parte digitale in basso senza differenze di regia. Per la parte animata avevamo un attore per ogni personaggio. Ho affidato il film pezzo per pezzo ai tecnici della BUF e loro ci hanno lavorato per un anno e mezzo. Se nei personaggi digitali c’è una componente umana così forte è perché sono stati creati a partire da attori in carne e ossa.

Lei che ha iniziato come provocatore e ribelle, come ha fatto a diventare così buono?
Seguo sempre i miei desideri. Negli ultimi anni lo stato del pianeta è così peggiorato che non ho più voglia di aggredire il pubblico. All’epoca di “Nikita” la borghesia francese se ne stava tranquilla come un gatto sonnolento e veniva voglia di tirarle un po’ la coda per disturbarla. Adesso sono molto preoccupato dallo stato in cui lasciamo il pianeta ai nostri figli, così sporco e volgare. Questi film sono il mio modo per dar loro coraggio, visto quello che li aspetta in futuro. Bisogna fare molta attenzione a ciò che si dice in un film perché i bambini credono a tutto ciò che vedono. La cosa di cui vado più fiero è il nutrimento che spero di aver dato, in termini di bontà e valori positivi. Ho cercato di far capire l’importanza di sapere accettare gli altri senza differenze tra grandi e piccoli, neri e bianchi, vecchi e giovani. Con questo film spero che i bambini potranno crescere meglio.

La cesura narrativa del finale lascia piuttosto sbigottiti. Pensa che possa deludere i più piccoli?
In realtà è così che termina il libro. Il seguito sarà raccontato nel terzo capitolo. So benissimo che la fine è frustrante, ma era impensabile fare un film di tre ore. È come andare a teatro ed assistere alla fine del primo atto. Ma non è la prima volta che si fanno operazioni del genere, si pensi a “Il Signore Degli Anelli” o ai “Pirati Dei Caraibi”: la cesura fa venire voglia di vedere il seguito. Nella nostra società in cui si ha tutto subito non si è più capaci di sopportare la frustrazione dell’attesa. È bene insegnare ai bambini ad avere pazienza.

Qual è il film che più di ogni altro l’ha colpita da bambino?
Quand’ero piccolo conoscevo benissimo la frustrazione! Aspettavo il cartone animato della Disney a Natale ed era l’unico film che si vedeva durante l’anno. I miei preferiti erano “Il Libro Della Giungla” e “Lilli E Il Vagabondo”.

Quando uscirà in Francia il seguito “Arthur e la Guerra Dei Due Mondi”?
Tra cinque o sei mesi. Lo abbiamo girato contemporaneamente al secondo capitolo, ma prevede scene molto difficili e complesse e richiede più tempo in fase di post-produzione.

Scroll To Top