Home > Recensioni > Anime Nere

C’è sempre una certa tensione, quando alla Mostra del Cinema di Venezia vengono presentati i film italiani in concorso. Spesso la critica si spacca tra stampa italiana e straniera, laddove la polemica preventiva e provincialotta degli italiani è “perché il Leone d’Oro non va mai a un film italiano?” Tuttavia, il cinema italiano ha dimostrato che, quando ha il coraggio di rinnovarsi e uscire dal circolo di “drammi cucina e tinello”, può ruggire ancora, come dimostrato dal Leone d’Oro vinto da Gianfranco Rosi l’anno scorso.

Anime nere” di Francesco Munzi si inserisce nel solco del “dramma mafioso italiano”: una classica storia, quasi una parabola, di una famiglia (nel senso di clan) calabrese, e del suo lento ma inesorabile collasso a seguito di una guerra con il clan rivale.

Una storia-archetipo, ma senza respiro epico, anzi dai toni piuttosto dimessi e con un finale che vorrebbe essere inatteso e invece si rivela piuttosto prevedibile. Facile porre l’accento sulla denuncia sociale, attiva sul piano tematico. Da apprezzare invece la fotografia, simbolica, molto contrastata, che mette in risalto la tumefazione morale di queste “anime nere”.

Peccato però che la regia non cerchi altre scelte estetiche a commento di una vicenda che, in sé, è riassumibile come il dizionario ragionato del repertorio sulla mafia.

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