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Annientamento” (“Annihilation”) è il nuovo film di Alex Garland, già regista di “Ex Machina”, ispirato al romanzo di fantascienza omonimo – e primo di una trilogia – dello scrittore americano Jeff VanderMeer, pubblicato in Italia da Einaudi. Il film è arrivato al cinema solo negli Stati Uniti e in Canada con una distribuzione limitata, mentre per gli altri paesi è disponibile su Netflix – che l’ha acquisito da Paramount – dallo scorso marzo.

L’adattamento del libro di VanderMeer è stato curato dallo stesso Garland, che del testo originale prende l’impianto di base – qualcosa di misterioso arriva sulla terra e crea un’altrettanto misteriosa e mutevole Area X, un’agenzia governativa tenta a più riprese, e pressoché inutilmente, di svelarne i segreti con missioni esplorative – e gli elementi essenziali che delineano i protagonisti e le loro azioni, ovvero la biologa a cui VanderMeer non attribuisce alcun nome, e che invece per Garland diventa Lena (Natalie Portman), e suo marito (Oscar Isaac).

Alla sceneggiatura, Alex Garland dà però una coesione narrativa e una coerenza tematica tutta personale, sfrondando senza timore la complessa creazione letteraria di VanderMeer e lasciando sulle pagine suggestioni, situazioni, personaggi e ampi pezzi di racconto, per concentrarsi su unico tema: il cambiamento. Un cambiamento che è genetico, cellulare, morfologico, fisico, ma anche mentale, emotivo, relazionale, identitario.

La paura messa in scena da Garland in “Annientamento”, a dispetto del titolo, non è mai quella della morte, ma appunto della mutazione, e quindi della vita stessa (del resto la protagonista è una bio-loga), che è imprevedibilità e trasformazione continua. Lo dice con molta semplicità il personaggio della geomorfologa Cass (Tuva Novotny, davvero brava), descrivendo a Lena le conseguenze del lutto, che non rappresenta solo la perdita di una persona amata ma anche la perdita della persona che noi eravamo prima che quell’evento – quella morte – accadesse. Con la stessa semplicità, “Annientamento” riesce a portare sullo schermo, in termini metaforici ma anche letterali, un’altra paura terribilmente concreta, e che ci riguarda indistintamente tutti: quella del(la proliferazione cellulare che causa il) tumore.

Argomenti profondamenti radicati nell’esperienza umana, immersi però in un racconto dalla forte connotazione soprannaturale: l’area costiera sulla quale agisce l’imperscrutabile Shimmer è un luogo dalle qualità oniriche (“dreamlike”, così lo descrive Lena), dove la fauna e la flora prendono forme non previste. A fronte di un investimento produttivo non del tutto adeguato nel comparto effetti speciali, la responsabilità di tradurre in linguaggio visivo i misteri dell’Area X è tutta sulle spalle del Garland regista. Che fa un lavoro notevolissimo, utilizzando gli strumenti basilari della grammatica cinematografica: composizione dell’inquadratura, profondità di campo, montaggio.

Le figure umane delle cinque scienziate in esplorazione si muovono su uno sfondo naturale ampio, lungo e quasi sempre immobile, che viene così caricato d’ansia: cosa ci si nasconde? Cosa potrebbe in qualunque momento rompere quell’immobilità. Allo stesso modo, le manifestazioni delle mutazioni vegetali e geologiche dell’Area X sono sempre percepite dagli occhi delle protagoniste, e dai nostri, in condizione di (momentanea) stasi, come se il cambiamento non potesse essere colto nel suo farsi ma solo ad azione conclusa. Almeno fino al prossimo cambiamento. E poi c’è l’aspetto estetico: dell’Area X l’occhio scientifico di Lena sa cogliere anche la bellezza. Nei fiori che crescono contro logica, nelle escrescenze colorate spuntate sui muri c’è una innegabile componente artistica, accentuata dalle necessità scenografiche del film, che rende l’Area X ammaliante, attraente.

All’interno di un ambiente in cui tutto muta, l’unico appiglio è dato dalla percezione umana, e dai modi in cui questa percezione viene tradotta in forme leggibili per altri essere umani: così come Lena riconosce la sua prima visione del faro, la sua scoperta, nella visione registrata dal marito, in un tempo diverso, sulla memoria di una videocamera, così noi spettatori riconosciamo la struttura della casa di Lena e Kane nelle inquadrature con cui Garland sceglie di introdurci in una casa ormai disabitata dell’Area X. Stessa luce, stesse scale, stessa (perduta) intimità in quella che una volta è stata una camera da letto. Lo riconosciamo, ci riconosciamo. Eppure è un altro luogo.

La storia di Lena stabilisce una relazione molto stretta tra i concetti di tempo, spazio e cambiamento così come sono percepiti, e resi reali, dai sensi umani. E questo è molto cinematografico, perché se c’è un’arte che può giocare con l’idea di doppio e di specchio (attore-personaggio, realtà-rappresentazione, schermo-spettatore), e confondere i piani tra ciò che è stato, ciò che sarà, ciò che non sarà più e ciò che avrebbe potuto essere (“Annientamento” fa un uso esteso e non banale del flashback), quest’arte è proprio il cinema.

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