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Annientamento Sonico

Una discesa agghiacciante. È un tunnel sonico che collega due mondi (conscio e inconscio) che non si dovrebbero mai mettere in comunicazione, quello scavato dalla mente di Justin Broadrick. È una serata speciale; l’ex-guitarist dei Napalm Death, nonché fondatore dei Godflesh, porta sul palco nella stessa notte due delle sue ultime creazioni: Jesu e Final. Sotto il monicker Final si nasconde una “one-man-band”, Justin Broadrick per l’appunto. L’inizio del concerto slitta di oltre due ore dall’orario previsto, ma alla fine ecco arrivare fino alle nostre orecchie i rumori e i loop targati Final. Uno spettacolo più mistico che scenico, dove l’aspetto visivo si dimostra quasi nullo, al contrario di quello sonoro, in grado di produrre ogni sorta di allucinazione. Effettivamente Broadrick, pacatamente ingobbito di fronte al suo Macintosh, potrebbe rappresentare una sorta di zero totale in fatto di comunicazione artistica, eppure mentre le basse frequenze fluiscono ininterrottamente per la sala, seguendo diligentemente i tocchi del suo mouse, anche l’immagine dell’artista di Birmingham si arricchisce di una strana aura. Cappuccio in testa e una mimica facciale al rallentatore gli attribuiscono un’aria da profeta moderno, a tratti fanciullesca a tratti sinistra, talvolta diabolica. È l’atmosfera però che cattura l’attenzione. Rumori ipnotici e dilatati che si riflettono da un muro all’altro e colpiscono i timpani. Quasi un’ora di limbo acustico, in cui si resta ammaliati da momenti ambient surreali, talvolta quasi rapiti da un’eco cosmico, il tutto ricoperto da un claustrofobico velo stridente post-industriale. Tra un loop e l’altro termina lo show targato Final (progetto ormai ultradecennale, ma che vede in questa data romana la sua seconda apparizione live di sempre!) ed ecco apparire anche degli strumenti musicali convenzionali, se così si può dire. È il turno degli Jesu. Per l’occasione fa la sua prima apparizione live con la band il batterista Ted Parsons, il cui stile feroce imprime subito un carattere dinamico all’evento. Sono mattonate di suono quelle che vengono giù dalle corde di Broadrick. Il minimalismo dei Final muta nel noise organico degli Jesu, senza perdere però quel mood apocalittico di fondo che permea in toto l’intera serata. Droni ossessivi, freddi, lenti; è un concentrato di conflitti il suono che viene fuori dal meccanismo (è proprio il caso di dirlo) della band. Prende forma lentamente un virus mentale che avanza con il suono degli Jesu, e t’infetta. Scarne linee vocali si inframezzano opache fra i ronzii metallici di basso e feedback da brividi sulla schiena. Un interminabile riverbero sonoro domina tutto il concerto costruendo nella mente di chi ascolta una sorta di multistrato temporale; è difficile rimanere impassibili, non sentire le eco nella mente battere come martelli su un’incudine. Una delle nuove frontiere della musica.
Non c’è quasi più traccia di una qualsivoglia componente di violenza, perché non è violenza, è annichilimento. Un concerto assolutamente fuori dal tempo.
Ingiudicabile. Indimenticabile.

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