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Annihilator: King of the hill

Tutti i metallari o presunti tali dovrebbero potere fare due chiacchiere con Jeff Waters degli Annihilator. Il chitarrista che si incontra nella tappa milanese del promo tour, quello per presentare il nuovo disco in studio, “Feast”, è un uomo di ampie vedute e soprattutto positivo e solare, nonostante una carriera che non ha mai offerto per davvero le luci della ribalta. Ecco quello che il nerboruto e tatuato canadese ha raccontato a LoudVision.

Ciao Jeff. Allora, come va la scena musicale in Canada?
Ehi! Nel mio Paese ci sono sempre state influenze dominanti da parte di Regno Unito e Stati Uniti. Il mix ha prodotto un sound un po’ particolare e band che spaziano dal pop (Avril Lavigne, Sum 41,) a cose più vecchie, anche originali come Bryan Adams, Celine Dion – bah! – e Crash Test Dummies. Poi c’è il rock, con Danko Jones e Annihilator tra gli atri. La diversità nel panorama si è conservata e penso che oggi il Canada sia un ottimo luogo per i musicisti. L’industria è un po’ bloccata, soprattutto quando si tratta di uscire dai confini nazionali, perché per le etichette è sufficiente che un’artista diventi famoso all’interno: una vera sciocchezza.

I concerti in Europa sono iniziati a luglio e, se c’è una cosa chiara, è che non si vedono date italiane. Timori per le prevendite?
Assolutamente no. È che ora siamo andati per festival, per tre settimane tra luglio e agosto. Quindi farò delle clinic di chitarra, anche a Milano. Poi ci sarà la prima parte del tour europeo in ottobre-novembre e riguarderà solo l’Europa settentrionale e centrale e durerà un mese. A natale sarà la volta della 70.000 Tons of metal cruise. Infine, penso a marzo, torneremo in Europa per un altro mese e copriremo le restanti parti del continente. Ovviamente suoneremo anche in Italia, è uno dei nostri luoghi preferiti.

Quali sono i sentimenti dominanti nel nuovo “Feast”?
C’è thrash metal, una ballad e anche momenti più “easy”, come le parti funk in “No Surrender”. Il cantato e i testi sono aggressivi: in studio non ci avevo fatto molto caso, poi durante le interviste la gente me lo faceva notare e sono andato quindi a rileggere le liriche: in effetti sono abbastanza arrabbiate. Qualcuno potrebbe dire che è un disco vario, con diversi stili. In realtà è sempre stato così e solo negli ultimi tre o quattro lavori non avevo inserito ballad o tracce strumentali o melodiche. Questa volta c’era una canzone d’amore che poteva entrare nell’album e ho chiesto a Dave cosa ne pensasse, se l’avrebbe cantata. Di norma lui non si presta a questo tipo di roba, ma “Perfect Angel Eyes” gli è piaciuta.

A chi è dedicata “Perfect Angel Eyes”?
Alla mia ragazza, la mia signora. È semplice per me scrivere canzoni così, perché sono un grande fan di quelle canzoni con sfumature blues e assoli blues, sul tipo di Ac/Dc e Judas Priest, basate sulla lezione della chitarra di Chuck Berry. Mi piacciono però anche le belle ballate pop e pure un po’ di country. L’altro giorno ero in aereo e hanno passato in radio un lento con un cantante bravissimo, che mi ricordava John Lennon ai vecchi tempi. È venuto fuori che erano gli Shinedown dagli Stati Uniti. Adoro le ballad.

“No Surrender” parla di dipendenze?
Devo ricordare le strofe… No, non lo so. Spero che sia stato Dave a scrivere questa canzone, altrimenti non avrei scuse! Lui ha scritto di sicuro “Deadlock”, che è veramente potente.
[PAGEBREAK] Gli accadimenti nel mondo esterno sono una fonte d’ispirazione per la band?
Dipende dai dischi. Penso che la maggior parte suonino arrabbiati perché, anche se conduciamo una buona vita in Canada, con le nostre famiglie e amici e un robusto stato sociale, abbiamo comunque i nostri problemi per quello che può riguardare la salute, i rapporti interpersonali, l’alcolismo e così via. Per quello che riguarda “Feast”, l’ispirazione mi è venuta dalla gente dell’industria della musica con la quale lavoro. Molti sono bravi professionisti, talvolta anche fan del metal, ma succede che alcuni ti facciano infuriare, mentendoti e cercando di fregarti i soldi. Ci sono un tre o quattro canzoni nel disco che sono praticamente un «F**k you» a questi criminali con cui ci si può trovare costretti a lavorare.

A quali etichette stai pensando?
Né la Udr né la Afm. Un’altra etichetta, di cui non dirò il nome, ci diede enormi problemi. Con la Afm ci fu invece nel 2004 il tragico caso della morte accidentale del presidente della label, Andrew Allendorfer, per la quale avevamo appena fatto uscire “All For One”. Le cose per quel disco andarono normalmente ma, per la pubblicazione l’anno dopo di “Schizo Deluxe”, l’attività promozionale colò immediatamente a picco. Ho in mente un paio di manager il cui ricordo mi fa ancora innervosire, vorrei sfrecciarci accanto in automobile e… mandarli a quel paese. Ecco da dove arriva l’ispirazione per i pezzi.

Ci sono ospiti nel disco?
Uno e mezzo. Il mio amico Danko Jones innanzitutto, di cui volevo uno assolo che mostrasse la sua attitudine hard rock. Con lui vorrei mettere su un progetto per un album “Danko-Waters”, ma siamo entrambi troppo impegnati. In questo caso gli ho passato della musica via web, chiedendogli di pensare a un assolo per “Wrapped”. C’è poi il contributo di un altro amico, il primo batterista e cantante degli Exciter, Dan Beehler.

“Feast” viene venduto insieme a un bonus disc che consiste nella compilation “Re-Kill”. Cosa distingue questa raccolta da quelle pubblicate in precedenza?
Per prima cosa che tutti i brani sono cantati da Dave. Poi non si tratta di un vero best of, quanto di una raccolta di canzoni che vogliamo suonare dal vivo. Dato che Dave canta e suona la chitarra insieme, registrare alcuni pezzi non era possibile, sono troppi complicati. Io gli ho sottoposto una lista di brani per il tour e lui ha detto «ok» per alcuni brani e «no» per altri. Per il resto non volevo ri-registrare alcuna canzone, non è possibile migliorare le vecchie versioni, che sono dei classici. Rimane che molti nuovi fan si sono avvicinati alla band ed è stato Dave ad avere la buona idea di registrare un nostro ipotetico set dal vivo. Abbiamo proposto all’etichetta di renderlo disponibile in download gratuito, oppure tramite un bonus disc incluso nella confezione di “Feast”. Per la prima ipotesi c’erano troppe canzoni in ballo, ma la seconda ha avuto semaforo verde. Alla base c’è il problema che per i più giovani non è facile reperire i vecchi dischi degli Annihilator.

Non è raro leggere commenti di questo tenore: «Waters è un artista che non ha mai ottenuto il successo che meritava» per via della sfortuna, di un tempismo infelice nelle pubblicazioni e così via. Ti convince?
Sì e no. Intendo dire che non ho fatto tutto questo per diventare ricco o finire sulle copertine delle riviste. Negli ultimi sei o sette anni sono venute fuori molte band che hanno detto di essere state influenzate dagli Annihilator. A 47 anni continuo a pubblicare dischi, mentre la maggior parte dei gruppi non arriva al quarto, anche nel metal. Sono stato fortunato, ho smesso di bere 14 anni fa e da allora sono stato capace di pensare agli affari e al modo di non perdere soldi, potendo tenere insieme la band, pagare i musicisti e sbarcare il lunario. Non è stato facile, ci sono stati alti e bassi: dal 1997 al 2007, mi ricordo, è stata veramente dura tirare avanti. Le vendite crollavano, c’era il download illegale e forse alcuni dischi non erano poi così buoni. Poi il trend è tornato positivo. Per me il successo è fare un cd e firmare un contratto per la pubblicazione, ma di sicuro avrei un’opinione diversa se non riuscissi a campare con la musica.
[PAGEBREAK] La collaborazione con Dave Padden continua a durare. Qual è il vostro segreto?
Lui vive sulla costa ovest del Canada e io su quella est. La risposta è quindi: migliaia di chilometri a separarci. Talvolta non ci sentiamo per sei mesi. Ma quando bisogna stare a stretto contatto sul tour bus per lunghi periodi, oppure in studio, siamo contenti di rivederci, usciamo a cena e suoniamo insieme. Penso che daremmo di matto se vivessimo l’uno vicino all’altro. Ho idea che Lars dei Metallica non abiti alla porta accanto quella di James. Nel 1984 il mio sogno era suonare in una band. Quando mi sono reso conto che ero io a occuparmi di suonare basso e chitarra, nonché di scrivere le parti di batteria, per poi dare ordini a destra e a sinistra, ho realizzato che non esiste una band se c’è uno che tarpa la creatività di tutti gli altri. È stato allora che ho deciso che mi sarei limitato a pagare dei collaboratori occasionali.

Poi cosa è successo?
Le cose sono un po’ cambiate dieci anni fa, quando è arrivato Dave: lo chiamavo per chiedergli cosa ne pensasse del lavoro in itinere e volevo la sua opinione su tutto. Ho quindi compreso, qualche anno dopo, che gli Annihilator erano diventati un progetto composto da due persone. Infine abbiamo deciso di tenere anche bassista e batterista, perché sono brave persone.

Quali sono state le tue prime influenze come chitarrista?
Troppe. La prima che ricordo era contenuta in una canzone di Elton John, “Saturday Night’s Alright For Fighting”. Poi c’è stata una band canadese, i Prism, con “Spaceship Superstar” e una chitarra potente. Mi sono quindi imbattuto nell’album “Rocks” degli Aerosmith e poi in Kiss, Ac/Dc, Black Sabbath, Ozzy, Iron Maiden, Judas Priest, Scorpions, Loudness, Accept. I miei gusti diventavano sempre più heavy. Ci sono poi tre band canadesi i cui primi lavori sono stati dei classici molto influenti, anche se sottovalutati: Anvil, Razor e Exciter. E dopo di questi Venom, Slayer, Anthrax, Metallica, Destruction, Kreator… Ho gusti abbastanza ampi, dai Van Halen agli Slayer, lasciando un po’ di spazio per qualcosa di pop.

Hai ancora degli obiettivi in sospeso per quello che riguarda la carriera da musicista?
No, solo andare avanti così, sopravvivere e sostenere la mia famiglia. Per me si tratta più che altro di passare al disco successivo, cosa che a volte è costata grande fatica. È il mio pensiero fisso. Il mercato discografico va su e giù, può accadere una qualunque cosa che arriva e travolge anche noi: il mio cantante può mollarmi o l’etichetta può fare bancarotta. Ogni volta che concludo il disco sento come di dovere ringraziare qualcosa.

Che benefici pensi che i social network offrano a una band “vecchia” come gli Annihilator?
In generale penso che siano una cosa fantastica, perché con un po’ di fortuna e di lavoro anche le band più piccole possono farsi ascoltare. Per le grosse band serve a fare promozione spendendo meno denaro e a recuperare un sacco di visibilità nel caso che il nome si fosse appannato. È stato un grande beneficio per noi. Dieci anni fa il discorso era diverso, perché internet stava massacrando le vendite di dischi e band come Overkill, Testament, Annihilator ed Exodus avevano comunque bisogno di soldi per sopravvivere e andare in tour. Ma oggi il metal è tornato e anche i nostri dischi stanno vendendo di più.

Ti occupi personalmente del profilo Facebook?
Non sempre, spesso un collaboratore si occupa dei post. Ma quando sono online mi si aprono un migliaio di chat in cinque minuti e il computer si impalla.

Ti manca cantare?
In ogni disco di solito canto le strofe in una canzone o due, tanto per farlo. Non ricordo se è stato così anche nel nuovo disco, in ogni caso c’è scritto nei credits del libretto. Comunque, ecco, ora ho una sigaretta in mano: non è proprio una buona idea cantare se si fuma. Mi piace, ma sono già parecchio indaffarato a esercitarmi con la chitarra. E poi sono vecchio e pigro, che sia quel “giovanotto” di Dave a fare il lavoro duro!

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